mercoledì, Ottobre 20

Quei ragazzi nelle strade field_506ffb1d3dbe2

0

Marcha

 

Quando si pensa alla partecipazione della società civile in America Latina, è difficile non pensare agli studenti universitari. Quella dei movimientos estudiantiles è una delle voci più rilevanti nella storia politica della regione e, non per nulla, la prima ad essere soffocata dalle varie dittature sorte nel corso del tempo. Basti ricordarsi della ‘generazione desaparecida‘ durante i sette anni di giunta militare in Argentina, quando essere giovane costituiva già un reato, oppure del massacro di Tlatelolco perpetrato dal Governo di Gustavo Díaz Ordaz, in Messico, nel 1968. Ma, per chi l’ha letto, è sufficiente andare alle ultime pagine de ‘La casa degli spiriti’ di Isabel Allende per comprendere come gli studenti latinoamericani abbiano costituito uno degli ultimi baluardi prima della barbarie delle giunte militari, spesso non compresi per tempo dai loro stessi genitori e parenti, come ricordano le Madri di Plaza de Mayo nel libro-intervista di Daniela Padoan, ‘Le Pazze’.

Anche molti fra i leader politici delle attuali repubbliche democratiche sono passati per le formazioni studentesche. È il caso dei coniugi Kirchner, in Argentina, conosciutisi proprio nei raggruppamenti degli studenti peronisti, come la Juventud Peronista o la Federación Universitaria de la Revolución Nacional, ma anche della Presidente brasiliana Dilma Rousseff, entrata in politica grazie ai movimenti studenteschi del Colégio Estadual Central, o della Presidente cilena Michelle Bachelet, attivista della Juventud Socialista de Chile prima che il golpe di Augusto Pinochet interrompesse la sua vita e i suoi studi all’Università del Cile.

Non è stato un fervente attivista, invece, il suo successore, l’attuale Presidente Sebastián Piñera, vicino alla Democrazia Cristiana ma in affari già sotto il Governo militare, né lo è stato quello messicano Enrique Peña Nieto, iscritto da giovane quasi più per ragioni ‘di famiglia’ al Partido Revolucionario Institucional (PRI). Forse anche per questo, quando nei loro Paesi gli studenti hanno nuovamente occupato le piazze, la loro risposta non è sembrata adatta a convertire le proteste in dialogo.

Dal maggio del 2011, d’altronde, Piñera ha dovuto affrontare una delle maggiori manifestazioni da quando il Cile è ritornato alla democrazia, sia in termini di partecipazione che di durata, visto che la mobilitazione dura ancora. La principale richiesta degli studenti universitari e della scuola secondaria è la riforma del sistema universitario cileno, i cui costi ricadono per il 75% sulle alte tasse pagate dagli studenti. Questo sistema, che risulta tra i migliori in America Latina ma posiziona il Paese ben sotto la media delle valutazioni PISA-OCSE (in cui ha alle spalle solo il Messico), affonda le sue radici nella contestata Legge Organica Costituzionale dell’Insegnamento (LOCE). Firmata nel 1990, la LOCE rappresenta uno degli ultimi lasciti del regime di Pinochet e la richiesta della sua abrogazione aveva già portato in piazza gli studenti della scuola secondaria nel 2006, in quella che, per i colori delle divise dei partecipanti, era stata soprannominata la ‘revolución pinguïna. All’epoca, la Presidente Bachelet tentò una conciliazione proponendo, a reti unificate, una «Riforma di qualità dell’educazione» che non convinse i manifestanti. Nonostante le proteste avessero presto perso forza, Bachelet approvò nel 2009 la Legge Generale dell’Educazione, che sostituiva la LOCE ma mantenendo, di fatto, lo status quo.

La protesta nata nel 2011 e tutt’ora attiva si rivolge proprio contro il mantenimento di quello status quo. Dieci i punti esposti all’inizio delle manifestazioni dalla Confederación de Estudiantes de Chile (Confech), che riguardano in particolar modo l’equità nei costi universitari, dato che meno del 10% degli studenti poveri riescono a terminare il loro percorso di laurea e che comunque, a fronte di rette tra le più alte al mondo, il sistema universitario cileno fatica ad entrare nelle classifiche mondiali sulla qualità accademica: secondo il più recente ranking pubblicato da ‘QS Top Universities’, il miglior ateneo cileno, la Pontificia Università Cattolica, si posiziona al 166° posto, mentre l’Università del Cile arranca al 223°.

Per fare un esempio, l’Università di San Paolo, che col suo 127° è la più quotata fra quelle sudamericane, è gratuita in quanto finanziata dallo Stato; idem dicasi per l’Università di Buenos Aires, che occupa la 209° posizione. Peraltro, si lamentava la Confech, solo il 16% della spesa pubblica è indirizzato all’educazione superiore – la spesa più bassa dell’area OCSE nel 2013 – mentre quant’anni fa (ossia sotto la Presidenza di Salvador Allende) si spendeva il doppio per un terzo degli studenti attuali. Studenti che devono perciò ricorrere, come accade negli Stati Uniti, a prestiti bancari che ne «ipotecano il futuro», senza che questo debito si converta, tuttavia, in un qualche potere decisionale nelle assemblee accademiche.

Le ricadute politiche della mobilitazione studentesca cilena si è fatta sentire subito, avendo costretto il Presidente Piñera a continui rimpasti di Governo per sopperire alla progressiva perdita di popolarità. Le modalità adottate per far sentire la propria voce consistevano prevalentemente in scioperi e cortei, ma anche contatti diretti col Palazzo de la Moneda. Così, dopo la prima grande manifestazione del 12 maggio 2011, a cui parteciparono oltre 15000 studenti in previsione del Messaggio Presidenziale di nove giorni dopo (in cui il Presidente espone la situazione amministrativa ed economica del Paese), la Confederazione degli Studenti inviò una lettera aperta all’allora Ministro dell’Istruzione Joaquín Lavín per esprimere il proprio malcontento. «Il nostro principale interesse», esordiva il documento, «è esprimere come gli annunci del Presidente non diano conto delle reali necessità odierne dell’educazione pubblica cilena in generale e dell’educazione superiore in particolare».

Nel breve, ma conciso cahier de doléances veniva indicata la crisi che attraversava il settore, originata dal calo di finanziamenti statali, ma si riportava anche il «lucro fragrante di molte istituzioni dell’educazione superiore privata», flagellata da programmi accademici sciatti, ampio assenteismo degli alunni, mancanza di regolazione e di trasparenza nell’uso delle risorse, oltre agli alti interessi nel credito. Le critiche alle soluzioni proposte da Lavín portarono alla sostituzione di quest’ultimo già nel luglio dello stesso anno, ma miglior sorte non toccò ai suoi ben tre successori, tra cui spicca per lunghezza l’anno e mezzo di Harald Beyer, comunque terminato con l’accusa di omissioni amministrative.

Quanto abbia influito l’’estudiantazo’ in questi due anni e mezzo di vita politica nazionale lo dimostrano le stesse elezioni presidenziali. Al primo turno, Evelyn Matthei, candidata della coalizione di destra e già Ministro per il Lavoro nel Gabinetto di Piñera, ha infatti ottenuto un 25% soddisfacente solo per la brevità della sua campagna elettorale, ma rappresentativo della debolezza della coalizione.

Ovviamente, il risultato è parte di un contesto politico più ampio, ma certo la mobilitazione studentesca ha contato se nella prossima legislatura siederanno come deputati Camila Vallejo e Gabriel Boric, Presidenti della FECh (Federación de Estudiantes de la Universidad de Chile) rispettivamente nel 2011 e nel 2012, Karol Cariola, dirigente studentesca dell’Università di Concepción, e Giorgio Jackson, leader della Pontificia Università Cattolica. Un’evoluzione della rappresentanza studentesca che ha sostenuto in particolare il ritorno di Michelle Bachelet alla Moneda, appoggiato ad esempio dal Partito Comunista di Vallejo e Cariola, ma che potrebbe aumentare le possibilità di influenza da parte del movimento sulla politica istituzionale. Ne abbiamo parlato con l’attuale dirigenza della FECh, presieduta quest’anno dalla libertaria Melissa Sepúlveda.

 

Melissa, quali sono i rapporti tra studenti e società civile in Cile?
Storicamente, gli studenti hanno occupato un ruolo importante nell’accompagnare ed anche nell’essere protagonisti dei vari processi storici vissuti dal Cile, insieme al movimento operaio: da ciò si sono sviluppati avvenimenti importanti, come la stessa nascita della FECh. All’inizio del XX secolo sono proprio gli studenti a decidere di agire insieme ai lavoratori cileni per ottenere condizioni di vita più degne per questi ultimi. Tralascio un po’ i processi storici a cui abbiamo partecipato… Anche durante tutto il processo della Unidad Popular giocammo un ruolo importante; poi, nella dittatura, i principali focolari di resistenza erano associati allo sviluppo degli studenti universitari. In questo senso, le università furono uno spazio di resistenza importante e già dagli anni Novanta si inizia a costituire il movimento studentesco cileno come lo conosciamo ora, quello che riesce ad andare oltre i confini e che, anche a livello comunicativo, si pone come uno dei movimenti studenteschi più importanti del mondo.

Quali possibilità di accesso alle università ci sono per le classi più svantaggiate e quanto è importante questo aspetto nel mettere in contatto il movimento studentesco coi cittadini?
Il Cile è uno dei Paesi con più disuguaglianze al mondo e questo si ritrova nell’istruzione, come ad esempio nei meccanismi di accesso all’università, poiché, con un meccanismo standardizzato o test standardizzato, ciò che si misura per l’ingresso all’educazione superiore è il livello socioeconomico e culturale dei genitori degli studenti, il che ha portato a questa segregazione e al fatto che l’istruzione cilena escluda molti studenti. Il fatto che esista un’istruzione per ricchi e una per poveri sta dietro alla nascita del movimento studentesco e alla necessità di lottare per un’istruzione che sia aperta a tutti e che sia garantita, perché la consideriamo un diritto sociale essenziale e fondamentale  per lo sviluppo di qualsiasi società.

In un’intervista pubblicata dal Financial Times,  ha detto che le riforme promesse da Michelle Bachelet non bastano. Perché? Come intendete spingere per ulteriori riforme?
Il movimento studentesco ha fatto dei distinguo rispetto alle candidature presidenziali ed ha segnalato che le riforme proposte dalla Nueva Mayoría non riprendono in profondità le sue richieste. Ci sono varie differenze: per il movimento sociale è chiaro che l’educazione non possa continuare ad essere considerata un bene di consumo e un investimento individuale, bensì un diritto sociale che, in quanto tale, va garantito. Siamo stati chiari nel dire che si deve trattare di una gratuità effettiva. Riguardo all’obiettivo del lucro, la Nueva Mayoría ha sostenuto che sarebbe necessario eliminarlo solo per quanto riguarda le istituzioni che ricevono fondi statali, ma per noi l’istruzione non può essere un ambito di affari e, perciò, il lucro effettivo va eliminato a tutti i livelli dell’istruzione… E, in questo senso, ci sono chiare divergenze col programma di Michelle Bachelet. Per noi, l’unica garanzia di conseguire gli obiettivi del movimento studentesco risiede nella stessa forza che possiamo generare insieme ad altri settori sociali che pure hanno indicato come il modello neoliberista abbia precarizzato tutte le aree della vita, non solo l’istruzione.

La FECh è ‘entrata’ in Parlamento con deputati quali i precedenti Presidenti Camila Vallejo e Gabriel Boric: che proposte di rinnovamento vi aspettate da loro? Creeranno un ‘ponte’ tra le aule istituzionali ed il movimento, o la loro elezione rappresenta solo un ‘passaggio’ ad un altro ambito?
Il movimento studentesco non ha candidati e loro non sono candidati del movimento studentesco, né parlamentari del movimento. Sebbene siano ex dirigenti, ciò non è stato deciso come una espressione, né come una misura da parte del movimento studentesco. Hanno stabilito, questo sì, una sorta di impegno nel rappresentare fedelmente in Parlamento le domande del movimento studentesco, ma non li si è considerati né come ponte, né come incaricati di creare canali di comunicazione col Governo, in nessun caso. Il rapporto stabilito dal movimento studentesco con le istituzioni o col Governo è una decisione che compete agli studenti e che ancora non è stata presa.

Qual è la composizione politica del movimento studentesco in Cile e quali punti hanno in comune le varie aree politiche?
Il movimento studentesco cileno è composto da diversi movimenti politici, organizzazioni di vari tipi, incluse rappresentanze dei partiti tradizionali, ma la conduzione del movimento e lo straripamento del 2011 sono stati l’espressione di una partecipazione di massa che va oltre ogni aspettativa da parte di qualsiasi organizzazione. È stata una sorpresa per tutti, quel che è successo nel 2011, e ciò mostra anche come in realtà il movimento studentesco non sia diretto da strutture partitiche né da un’organizzazione in particolare, bensì da molti studenti disposti a lottare per un’educazione di qualità.

Quale contributo possono apportare l’esperienza o le proposte del movimento studentesco al miglioramento della democrazia cilena? Qual è il vostro rapporto con l’attuale establishment politico, in primo luogo istituzioni e partiti?
Sebbene il movimento studentesco sorga da esigenze molto concrete e specifiche dell’ambito degli studenti, inizia a scoprire che il problema dell’istruzione non è un problema solamente degli studenti, ma di tutta la società cilena e la cui origine risiede nella profonda disuguaglianza esistente in Cile e che si esprime nel modello educativo, nel modello sanitario, nei differenti ambiti della vita, nel centralismo esistente nel nostro Paese, nelle pessime condizioni lavorative, etc. Di fronte a tutto ciò, ci siamo quindi trovati di fronte istituzioni incapaci di rispondere alle diverse richieste del movimento sociale e una democrazia tremendamente inefficace, in cui la capacità di influenza politica è praticamente nulla: ovviamente abbiamo esperienze storiche che ci hanno insegnato che il rapporto con istituzioni e partiti è un rapporto che ha una passato segnato dal tradimento. Quanto vissuto nel 2006 ci ha insegnato che non dovevamo delegare la nostra capacità decisionale. Prendiamo il Parlamento: al declinare della mobilitazione del 2006, le risoluzioni prese non favorirono in alcun modo le richieste del movimento studentesco. Perciò questo rapporto di ‘sfiducia’ è motivato dagli eventi che abbiamo vissuto e che ci spinge ad una visione basata sulla diffidenza.

Quali obiettivi politici vi date nel lungo periodo? Quali trasformazioni intendete ottenere e in che modo?
Quando parliamo di istruzione, in realtà stiamo parlando di quale sia la società che vogliamo. Di fronte a ciò, noi proponiamo un modello in cui possiamo recuperare i diritti che sono stati sottratti al popolo cileno durante la dittatura. Ciò che osserviamo è che, durante questi quarant’anni seguito al colpo di stato, si è implementato un modello politico ed economico che rende precari, che favorisce gli affari e i privilegi di un gruppo molto minoritario di imprenditori cileni e internazionali, a danno del benessere della popolazione e dando la priorità all’efficacia di un’economia che non beneficia i lavoratori e il popolo cileno nel suo insieme.

In quest’ottica, ci sono contatti significativi coi movimenti studenteschi di altri Paesi dell’America Latina, per esempio reti di condivisione, o di mutuo supporto? Quali obiettivi vi date su questa scala?
La federazione ha sempre avuto rapporti coi movimenti studenteschi di altri Paesi, costruendo reti e cercando di porre a disposizione l’esperienza che abbiamo accumulato negli anni di organizzazione, anche sapendo quel che succede nei processi di apprendimento, ad esempio per ciò che riguarda il movimento studentesco argentino, o gli studenti del’Università Autonoma del Messico, ed è necessario continuare a rafforzare queste relazioni e perseguire l’unità degli studenti latinoamericani.

 

 

Quella cilena non è stata, però, l’unica mobilitazione studentesca avvenuta negli ultimi anni in America Latina. In particolare, proprio in Messico si è sperimentata una forma di contestazione differente per strategia organizzativa – quella nota come Movimiento #YoSoy132. Qui come in Cile, infatti, il movimento nasce nelle aule universitarie; diversamente dal Cile, si sviluppa però fuori dalle federazioni studentesche tradizionali. Questo è chiaro sin dal primo comunicato del 23 maggio 2012, in cui le richieste principali vengono individuate nel «diritto all’informazione» e nel «diritto alla libertà di espressione», rivolgendosi non tanto al settore dell’istruzione, quanto «ai mezzi di comunicazione nazionali ed internazionali, alle istanze competenti del Governo, alla società messicana in generale». Ma è soprattutto il modo in cui il movimento era nato pochi giorni prima a definirne le caratteristiche ‘innovative’ per un movimento studentesco, benché radicate nello spirito del periodo.

La protesta nasce in seguito alla contestazione avvenuta presso l’Università Iberoamericana di Città del Messico durante la visita di Peña Nieto, allora candidato presidenziale. Dopo che questi ebbe presentato la sua piattaforma politica, un gruppo di studenti lo criticò per i violenti scontri di Atenco, avvenuti quando era Governatore dello Stato federato del Messico. In seguito alle descrizioni dell’evento da parte di alcuni politici, tesi a minimizzare l’accaduto e a delegittimare il gruppo di contestatori, 131 studenti dell’’Ibero’ pubblicarono un video su YouTube, presentandosi con tanto di matricola e rispondendo alle accuse di essere ‘stupidi’ (porros) o aizzati da qualcuno. Presto molti altri studenti appoggiarono la decisione, secondo lo slogan che avrebbe poi dato nome al movimento: Yo soy 132, io sono il 132°.

Le modalità d’azione, quindi, risiedono nelle manifestazioni e nell’attivismo online, seguendo in ciò l’esempio di altri movimenti, in particolare quello di Occupy sviluppatosi durante l’anno precedente. Proprio come questo movimento, che si esprimeva in maniera assembleare, anche YoSoy132 non esprime una struttura organizzativa solida, tanto che, all’inizio dell’esperienza, diverse riunioni interuniversitarie furono dedicate proprio al tentativo di consolidare la presenza nel Paese evitando però di restringere l’espressione del movimento ad alcuni portavoce ‘ufficiali’. E proprio come per Occupy, questa modalità organizzativa non ha impedito a YoSoy132 di farsi sentire in occasione dell’entrata in carica dello stesso Peña Nieto il primo di dicembre, partecipando con una propria rappresentanza alla manifestazione 1Dmx. Nonostante voci di avvicinamenti al Partido de la Revolución Democrática, però, YoSoy132 non ha incanalato quest’opposizione verso l’attuale Presidente nell’ambito partitico, come invece è successo in Cile. Per contro, come molti dei movimenti assemblearisti, la sua voce è andata un po’ perdendosi nel corso del tempo. Ne è un esempio il sito yosoy132media.org, i cui ultimi aggiornamenti risalgono al maggio scorso – posto che il sito rappresenti ufficialmente il movimento.

Il modello organizzativo più affidabile per i movimenti studenteschi sembra perciò rimanere quello tradizionale, anche se la modalità lanciata da Occupy e ripresa da #YoSoy132 sembra replicabile e, soprattutto, perfettibile. Certo è che gli studenti continuano a giocare un ruolo fondamentale non solo nell’ambito dell’istruzione, ma anche in quello più ampiamente politico. L’esempio più recente è dato dalla mobilitazione degli iscritti all’Università Nazionale Autonoma dell’Honduras, che da fine novembre occupa le strade di Tegucigalpa in segno di protesta contro l’elezione di Juan Orlando Hernández, considerata frutto di frodi elettorali. Respinti già il 27 dalla polizia militare sostenuta dallo stesso Hernández, qui come in Messico, Cile ed altri Paesi latinoamericani gli studenti sostengono di manifestare per il «diritto alla democrazia»: c’è da sperare che non subiscano le reazioni vissute dalle generazioni precedenti.

 

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Condividi.

Sull'autore

End Comment -->