sabato, Luglio 24

Quei 20mila che non dovrebbero essere in cella

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Caro lettore, mettiamola così. Se a sostenere le cose che fra un poco ti racconterò, fosse il bischero che sono, potresti tranquillamente e legittimamente alzare le spalle e dedicare tempo ed attenzione ad altro. Ma in questo caso, caro lettore, chi ti scrive è solo un megafono: che cerca di amplificare un’altra voce, che merita una briciola di attenzione. E’ la voce di Donato Capece, Segretario nazionale del Sappe, che è uno dei più affermati sindacati della Polizia penitenziaria. Capece di solito pesa le parole, non è abituato dare fiato alla bocca. Ed eccoci a quel che lui dice e io fedelmente riproduco: «Il problema delle carceri non è solo il sovraffollamento, ma la concezione delle strutture, in rapporto con il territorio e con il recupero dei detenuti». Cominciamo dai numeri. Fino a qualche anno i detenuti erano oltre 66mila. Ora ce ne dovrebbero essere 13mila in meno. Riconosciamolo, non è poco. E Capece riconosce. Solo che vede anche la parte del bicchiere negativa, e che è bene non dimenticare: «Il numero dei letti previsti è di 46mila; e gli agenti di custodia, a fronte di una pianta organica di 45mila unità, sono 38mila. Siamo sotto organico di 7mila agenti».
Capece, comunque, invita non cristallizzarci su questo aspetto del problema. Perché la questione vera, a suo modo di vedere, è la mancanza di una seria programmazione da parte della politica e dell’Amministrazione penitenziaria. Servirebbe una riforma strutturale, perché il sistema del carcere-albergo è ormai superato, non ha senso.
Ecco: si comincia a lambire la carne del problema: «In carcere ci sono troppi soggetti che non dovrebbero starci. Bisognerebbe puntare per 15-20 mila persone, che non creano allarme sociale, al carcere-territoriale, grazie alle misure alternative, ai domiciliari, al braccialetto elettronico, ai lavori di pubblica utilità».
Il carcere vero, a questo punto, dovrebbe essere utilizzato solo nei confronti dei veri criminali, i colpevoli reati gravi, che Capece quantifica in circa 30mila persone. Auspica che gli stranieri condannati a una pena detentiva da scontare siano espulsi e restituiti ai loro Paesi d’origine; e che comunque i tossicodipendenti siano assistiti ovunque, ma non in una cella: «A loro il carcere non serve». Così com’è, comunque, il carcere fa più male che bene: «Non è in grado di restituire cittadini la possibilità di reinserirsi. Troppi detenuti non fanno nulla, vivono nell’ozio, hanno tutto il tempo di creare disordini. Penso agli stranieri: stanno bene, mangiano e bevono gratis. Chi sta meglio di loro? E gli agenti penitenziari sono costretti lavorare da soli nel caos, facendo da assistenti sociali, sacerdoti ed educatori, salvando la vita di tanti disperati».

Non c’è bisogno di essere cattolici, credenti ed osservanti per condividere sempre più spesso i moniti, gli appelli, le denunce che provengono da quel ‘mondo’. Anzi, semmai ci si deve chiedere perché ultimamente è da quella parte del Tevere che ci arrivano, e perché quel mondo laico che dovrebbe essere ‘naturalmente’ rispettoso si mostra invece indifferente se non infastidito. Ad ogni modo, l’ultimo ‘messaggio’ in ordine di tempo viene da monsignor Giuseppe Bettori, cardinale di Firenze (la capitale del ‘giglio magico’…). Bettori raccoglie il messaggio di papa Francesco per la giornata della pace, e lo consegna al sindaco Dario Nardella; e l’incontro diventa l’occasione per un vero e proprio j’accuse sulle condizioni in cui versa il carcere di Sollicciano (sempre territorio del ‘giglio’) e sull’amnistia. «L’appello del Papa per un’amnistia è caduto nel completo, deplorevole, silenzio dei politici», dice Betori. Portate a casa, tutti voi, dal Family day alle varie sinistre al cachemire.
Prosegue Betori: «Quando lo stesso appello fu rivolto da papa Wojtyla nel 2000 ci fu dibattito. Questa volta c’è stato il silenzio assoluto. Non mi sembra una cosa buona». Anche Bettori, finito l’intervento, viene applaudito. Poi ognuno per i fatti suoi.

Ci sono documenti che per quanto ‘istituzionali’ meritano comunque attenta lettura; ‘dicono’, ‘rivelano’, anche più di quanto i loro autori credono e vogliono. Per esempio, il documento del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria dedicato al reinserimento lavorativo, che il Ministro della Giustizia ha trasmesso qualche giorno fa al Parlamento.
A metà 2015 erano 14.570 i reclusi che svolgevano un’attività di qualche tipo: il 27 per cento circa; 13.727 nel 2013; 14.099 nel 2014; in crescita, dunque. Bene. Però…Un però c’è sempre in mezzo. Ecco cosa scrive il capo del Dipartimento Santi Consolo«Nel corso degli ultimi anni le inadeguate risorse finanziarie non hanno consentito l’affermazione di una cultura del lavoro». Ripetiamo: ‘Inadeguate risorse finanziarie’, che non hanno consentito …
Vediamo meglio. Mancano i soldi? Sì, no. Il fatto è che i soldi che lo Stato non mette in bilancio li deve poi tirare fuori in tribunale. La legge prevede che i detenuti che lavorano nelle falegnamerie, tipografie o sartorie all’interno delle carceri (più o meno 10mila) hanno diritto a una paga pari ad almeno i due terzi dei contratti collettivi di categoria. Solo che dal 1994, per carenza di fondi, le somme non le hanno più aggiornate. Ecco dunque il moltiplicarsi dei ricorsi davanti al giudice del lavoro; e quando c’è un ricorso di questo tipo, state tranquilli: l’Amministrazione penitenziaria perde sempre; di conseguenza deve a pagare agli ex reclusi non solo le differenze retributive oltre, naturalmente, gli interessi e le spese legali. Un paio di anni fa la commissione ministeriale ha cercato di fare un po’ di conti; per chiudere i contenziosi del solo 2014 ci volevano circa 50 milioni di euro. Così, per fare prima ed evitare un salasso, adesso la soluzione che si studia è quella di sganciare le paghe dai contratti collettivi e introdurne uno specifico per i detenuti-lavoratori. Ma c’è anche altro. Molti carcerati sono impiegati nei cosiddetti ‘lavori domestici’ nelle case circondariali: servizi di pulizia, cucina, manutenzione ordinaria. Con risorse insufficienti, anche le prestazioni non sono delle migliori. Il fatto è che nel 2015 per il lavoro nelle carceri c’erano a disposizione 60 milioni. Divisi per i 10mila detenuti che svolgono attività negli istituti, fa meno di 350 euro al mese. Poco, ma per un detenuto meglio di nulla. Solo che, per far bastare i soldi per le retribuzioni e impiegare il numero più alto possibile di persone, si è pensato di ridurre le ore da lavorare; di conseguenza anche quei 350 euro mensili sono assai meno.

Anni fa in televisione c’era una pubblicità: un idraulico dentro una grande piscina vuota e improvvisamente si apre una falla, ne esce dell’acqua; lui lesto ci mette un rubinetto, e chiude così la falla. Solo che mentre la chiude, se ne aprono altre due; subito le chiude, e intanto se aprono altre quattro…
Ecco, per quel che riguarda la giustizia in Italia, più o meno è come in quella pubblicità; e l’idraulico è molto più lento, e i rubinetti a disposizione molti di meno…

 

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