giovedì, Luglio 29

Que pasa en Cuba? L'uscita dall'era Castro troppo lenta e timida ha fatto scendere in strada i cubani, stanchi del 'trambusto' di sopravvivere, sfiniti dal 'resolver' quotidiano. Dall'altra parte Biden non si aspettava di doversi occupare di Cuba e non sembra in grado di avviare il suo 'disgelo' in stile Obama

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A Cuba la seconda fase dell’era post-Castro inizia male. Crisi economica, crisi da Covid-19, proteste spontanee quanto vibranti, repressione altrettanto vibrante. Così è iniziato il secondo post-Castro della presidenza di Miguel Díaz-Canel (dopo il ritiro di Raúl Castro dalla presidenza, nell’aprile 2018, che ha segnato la fine dell’era rivoluzionaria, lo scorso aprile Raúl si è dimesso anche dall’incarico di primo segretario del Partito Comunista, chiudendo definitivamente l’era Castro), quando, domenica, cortei di protesta spontanei hanno attraversato le vie di alcune delle più importanti città dell’isola, in particolare L’Avana e San Antonio de los Banos. Secondo le cronache, le manifestazioni, durante le quali si sono verificati disordini, arresti e nel corso delle quali si è registrato un morto, sono state le più partecipate da 30 anni. Agli scontri tra dimostranti e agenti di Polizia hanno fatto seguito immediatamente appelli di Díaz-Canel contro la«destabilizzazione» e «a tutti i rivoluzionari e ai comunisti» affinché scendessero «in strada»; appelli subito raccolti e così in strada sono arrivati i cortei dei sostenitori del governo. Nelle ore a seguire le reazioni internazionali.
Miguel Diaz-Canel aveva accusato la «mafia cubana ed americana» di essere all’origine dell’insurrezione. «Se volete che il popolo vada meglio, prima rimuovete l’embargo. Sui social c’è una mafia cubano-americana che paga molto bene. Ha colto il pretesto della situazione a Cuba per invitare tutti a manifestare», una ‘situazione’ in cui mancano medicinali, vaccini e generi di prima necessità. Gli Stati Uniti non hanno tardato a rispondere, da Washington, infatti, è arrivata la risposta della vice segretaria di Stato Usa per le Americhe, Julie Chung, che su Twitter si è detta «molto preoccupata per gli appelli a combattere» arrivati da Cuba, invitando le parti «alla calma» e ribadendo il «diritto del popolo cubano a manifestare pacificamente». Il consigliere Usa per la sicurezza nazionale, Jack Sullivan, ha poi lanciato un monito all’Avana contro il ricorso eccessivo alla violenza ai danni dei manifestanti. «Gli Stati Uniti sostengono la libertà di espressione e di raduno a Cuba. Condanneranno con fermezza ogni atto di violenza e quelli che potrebbero colpire manifestanti pacifici nell’esercizio dei loro diritti universali» ha twittato Sullivan.

Que pasa en Cuba? Pablo Biderbost, Direttore del Corso di Laurea in Relazioni Internazionali, Universidad Pontificia Comillas, sottolinea che la particolarità di questa protesta sta nel fatto che sarebbe stata organizzata via social network, in rete avrebbe preso corpo attraverso un passaparola spontaneo. «In primo luogo, rispetto ad altri cicli di azione collettiva del passato cubano, come il ‘Maleconazodel 1994 all’epoca del ‘periodo speciale’, l’accesso a Internet e ai social network amplifica gli effetti delle manifestazioni ‘a favore di’ e ‘contro’ le azioni dispiegate dal governo. Ciò che accade in un punto specifico del territorio insulare è seguito istantaneamente ad altre latitudini. Inoltre, le nuove tecnologie hanno accelerato il flusso di informazioni tra la Cuba insulare e la Cuba della diaspora. Un esempio: la spettacolare ripercussione che la creazione musicale, da parte di artisti residenti in Florida, della cosiddetta ‘Patria e vita‘ ha avuto tra i ‘non sfollati’. La canzone è stata usata come slogan nelle proteste del fine settimana», afferma Biderbost.

«Ciò che è diverso ora sono i social media, in quanto i cubani hanno accesso al 3G e le persone hanno molto più accesso alle informazioni. Quindi sarà molto più difficile rispetto ai tempi precedenti per il governo controllare le informazioni perché le persone comunicheranno molto più facilmente», afferma Mervyn Bain dell’Università di Aberdeen. Infatti, mentre le precedenti proteste erano in realtà solo all’Avana, queste sembrano essere in tutta l’isola, il che rende la gestione della situazione da parte del governo molto più difficile.

Altro aspetto non secondario, secondo Pablo Biderbost, è che il Presidente cubano, pur riconoscendo «che ci sono profonde carenze prodotte dal sistema economico cubano, non smette di ricorrere ai vecchi slogan (oggi poco convincenti) di criticare il vicino del nord e di attribuire, di fatto, le proteste della popolazione all’ingerenza statunitense. Colpisce quanto siano esacerbate le critiche presidenziali alla presunta ingerenza esterna quando dietro il nuovo Dipartimento di Stato di Joe Biden c’è la stessa squadra che ha facilitato lo sblocco delle relazioni tra Cuba e gli Stati Uniti durante l’Amministrazione Obama».
Díaz-Canel ha affermato che la «politica dell’asfissia economica» degli Stati Uniti sta avendo un «effetto cumulativo» su Cuba. Ma l’embargo non è solo la causa dei mali di Cuba. Uno dei fattori più importanti che ha portato ad anni di stagnazione economica è l’economia pianificata in stile sovietico del Paese e la sua esitazione ad adottare riforme orientate al mercato che altri Paesi comunisti rimasti hanno adottato, sottolineano gli osservatori come Carmen Sesin provando a tracciare il quadro e le origini di questa crisi che attanaglia il Paese. «Le riforme a Cuba non dipendono dall’embargo, e l’embargo dovrebbe essere eliminato unilateralmente, indipendentemente dalle riforme a Cuba. Entrambi causano problemi», ha affermato Pavel Vidal, ex economista della Banca centrale cubana che insegna all’Università Javeriana in Colombia. L’embargo statunitense ha un impatto negativo sull’economia, limitando le importazioni e le esportazioni e rendendo più rischioso per gli investitori investire denaro a Cuba, ha affermato Vidal. Ma allo stesso tempo Cuba non ha ascoltato i consigli di Cina e Vietnam che invitavano l’isola ad adottare le riforme economiche.
Di fronte a gravi carenze di cibo e medicine,
Díaz-Canel ha recentemente accelerato il ritmo delle riforme, unificando la doppia valuta del Paese e legalizzando lo status delle imprese private che hanno iniziato a operare decenni fa, promettendo più movimento in quella direzione. Ma per il cubano medio, le riforme erano troppo modeste e arrivarono troppo tardi. «C’è una mancanza di credibilità sulle riforme promesse.. Non è solo la crisi economica. La gente non ha speranza di uscire dalla crisi in modo definitivo», secondo Vidal. L’ex leader Raúl Castro aveva promesso ambiziose riforme economiche nel 2011 che non sono mai state pienamente attuate.

La goccia che ha fatto traboccare il vaso sarebbe stata la pandemia, che ha acuito la penuria di cibo e medicinali, e la mancanza di vaccini, o meglio, il problema di fondo sarebbe la mancanza di siringhe, causa le sanzioni americane, inasprite da Donald Trump. I cubani, infatti, hanno il loro vaccino,Abdala, sviluppato dal laboratorio cubano BioCubaFarma, ma c’è carenza cronica di siringhe. Ebbene, secondo Biderbost, «È paradossale che l’unico Paese latinoamericano che ha compiuto progressi significativi nella produzione di vaccini che riducono al minimo gli effetti del Covid-19 sia fortemente criticato per la cattiva gestione in altre dimensioni della gestione della pandemia, come il controllo delle infezioni e l’assistenza ai malati». Nel contesto delle riforme economiche al recente vertice comunista, afferma Biderbost, «una sfida che l’establishment isolano dovrà affrontare è convertire questo potenziale biosanitario in una rete industriale che gli fornisca valuta estera e posti di lavoro per la sopravvivenza del regime. Infine, pochi dubitano, dentro e fuori Cuba, del fatto che il sistema politico ed economico di questa Nazione caraibica subirà grandi cambiamenti nei prossimi anni. Il dubbio risiede, tuttavia, nel modo in cui queste proteste opereranno per produrre l’accelerazione di queste necessarie trasformazioni affinché la società civile possa accedere ai livelli di benessere che ha chiesto con insistenza e legittimità». Dubbi a parte, questo è il futuro, più o meno prossimo, oggi Cuba deve fare i conti con da una parte la crisi economico-sanitaria e sociale, dall’altra le proteste che potrebbero incendiare l’isola.

Allo stesso modo gli Stati Uniti devono fare i conti con Cuba, o meglio, con i Caraibi. Si, perchè, come sottolinea Mervyn Bain, sono i Caraibi e l’America Latina, non soltanto Cuba, ad essere in fibrillazione: l’assassinio del Presidente ad Haiti, disordini in corso in Venezuela e Nicaragua,proteste di Brasile. Joe Biden, che contava di potersi concentrare sulla Cina e sulla Russia, è chiamato a rivedere il suo campo visuale e concentrarsi con urgenza sul cortile di casa. L’addetto stampa della Casa Bianca Jen Psaki, poche settimane fa aveva espressamente dichiarato che Cuba non era una priorità per l’Amministrazione. La regione è in subbuglio, «improvvisamente con tutti questi eventi in corso, i Caraibi diventeranno estremamente importanti e Biden», e il capitolo più importante è proprio Cuba. Così la Casa Bianca potrebbe trovarsi in un territorio inesplorato, come affermaCNN‘. «È una sfida enorme dato che probabilmente non immaginava che i Caraibi sarebbero balzati così in alto nella sua agenda di politica estera tanto rapidamente», ha affermato il professor Bain. Il governo cubano «è stato in grado di fornire stabilità in quella parte dei Caraibi», ora l’instabilità di Cuba potrebbe dilagare «e se c’è instabilità si potrebbero creare enormi problemi per gli Stati Uniti in vari modi», non ultimo nuove ondate migratorie. «Se i Caraibi esploderanno in disordini e questo si diffonderà, il prestigio degli Stati Uniti e del suo nuovo Presidente ne risentirà». Già comincia a risentirne a Miami, dove gli immigrati cubani accusano Biden di non fare nulla per Cuba e si dicono pronti a organizzare una flottiglia di barche dirette a Cuba per sostenere le proteste e portare viveri. Alcuni influencer cubani sui social hanno dichiarato che avrebbero fatto «un giro in barca di 10 ore attraverso lo stretto della Florida fino a Cuba per mostrare il loro sostegno, portare qualche aiuto e armi, per ogni evenienza»,sostiene il ‘Miami Herald‘.
Non bastasse,
anche in Spagna e in Messico gli esuli cubani, e non solo, iniziano a protestare contro le sanzioni americane. Il Presidente messicano Andres Manuel Lopez Obrador ha chiesto all’Amministrazione Biden di porre fine all’embargo economico statunitense nei confronti di Cuba.
«
La verità è che se si vuole aiutare Cuba, la prima cosa da fare è sospendere il blocco di Cuba come chiedono la maggior parte dei Paesi del mondo», ha detto Lopez Obrador.
Eppure, conferma
CNN‘, «la revisione della politica restrittiva di Trump su Cuba è ancora in corso, ha detto un alto funzionario dell’Amministrazione. Diversi mesi dopo il suo insediamento, Biden deve ancora adempiere al suo impegno elettorale di invertire le politiche del suo predecessore e ‘tornare’ alle piene relazioni diplomatiche messe in atto dall’ex Presidente Barack Obama. Un funzionario dell’Amministrazione ha confermato che non ci sono cambiamenti all’orizzonte poiché la politica è ancora in fase di revisione». Secondo ‘CNN‘, «è improbabile che la revisione attualmente in corso si traduca in un ritorno alla politica dell’era Obama di relazioni normalizzate con L’Avana, secondo persone che hanno familiarità con le discussioni.

L’idea è che il governo cubano non abbia mostrato segni, in più di cinque anni, di allentare la sua repressione politica ed economica del popolo cubano, il che ha gravemente ridotto le opzioni dell’Amministrazione Biden per normalizzare nuovamente i legami, soprattutto considerando l’enfasi di Biden sui diritti umani come pietra angolare della sua politica estera. La squadra di Biden è anche diffidente delle implicazioni politiche di fare concessioni all’Avana, come ha fatto Obama, senza ottenere nulla in cambio».

Fidel Castro ha difeso il dolore del popolo cubano come la giusta lotta di una Nazione orgogliosamente sovrana. Díaz-Canel, nato nel 1960, non ha la capacità carismatica di Castro di invocare il passato rivoluzionario sbiadito. Sempre meno cubani ricordano quegli inebrianti anni post-rivoluzione, dice lo storico cubano Joseph Gonzalez. Piuttosto oggi i cubani devonoaffrettarsi per sopravviveree il trambusto di sopravvivere, di dover quotidianamente resolver‘ -espressione che descrive l’ethos cubano di tenacia di fronte alle avversità- sta stancando i cubani, soprattutto quei giovani che nulla hanno in testa e tanto meno in cuore degli anni inebrianti, e che appunto domenica, spogliati di ogni reverenziale timore nei confronti del governo, sono scesi in strada.
Dall’altra parte ci sono gli Stati Uniti di Biden.
I cubani americani, afferma Gonzalez, «hanno ampiamente sostenuto Trump. I sondaggi recenti hanno mostrato che circa il 45% sostiene l’embargo, in aumento di 10 punti rispetto a due anni fa. Tali sentimenti rendono più difficile per Biden avviare il suodisgelo‘ in stile Obama. Ma non possono fermare i cambiamenti in atto nella società cubana».

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