mercoledì, Maggio 12

Quattro secoli di solitudine Da Don Chisciotte a Macondo, una letteratura da favola

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«Creo que todos somos de Macondo», così la nota scrittrice sudamericana Isabel Allende saluta con «pena inmensa» Gabriel Garcia Márquez, accomunando con una sola frase il dolore del mondo letterario e non.

Sulla sua opera si è discusso a lungo e se ne continua a discorrere più che mai oggi, in occasione della scomparsa.

Oltre alla stupefacente produzione dello scrittore colombiano che «ha raccontato al mondo chi siamo», una nota biografico/letteraria balzata questa mattina agli onori delle cronache mi colpisce particolarmente. Era il 2007: erano passati 25 anni dal Premio Nobel per la letteratura, 40 dalla pubblicazione del capolavoro, Cent’anni di solitudine, 80 anni dalla sua nascita. Un compleanno degnamente festeggiato perché in questa occasione il IV Congreso Internacional de la Lengua española svoltosi in marzo a Cartagena, Colombia, tributa all’autore la più alta onorificenza per la seconda opera in lingua spagnola più importante di tutti i  tempi, preceduta solo dal Don Chisciotte di Cervantes.

Cosa ha permesso – a parte l’indiscutibile immensa qualità dell’opera – alla saga di Cien años de soledad di ottenere il podio accanto al Dante Alighieri della lingua spagnola?

E pensare che in quel mezzomondo di area geografica ispanoamericana ce n’erano stati di autori, insigniti del Nobel e del Cervantes, da Miguel Asturias a Octavio Paz passando naturalmente per Jorge Luis Borges e Pablo Neruda.

Che cosa ha da spartire il cavaliere dalla triste figura che campeggia magrolino in Plaza de España a Madrid con una Macondo magica e circondata da un fiume, sospesa tra sogno e realtà in un secolo di guerre e rivoluzioni, poco “da sogno”?

Per rispondere mi servirò proprio di alcune linee guida di Borges, nella sua introduzione al capolavoro di Cervantes.

La magia, prima di tutto, la stessa magia (o manìa) che spinge Don Chisciotte a cercare la sua Dulcinea e che fa dei mulini i nemici da combattere. Un po’ quella di José Arcadio Buendìa che cerca di fondare la sua città come un’isola circondata da specchi e pensa di farlo fabbricando blocchi di ghiaccio. Sette generazioni, un villaggio, trentadue rivoluzioni, quattro anni di pioggia, un uragano, frutto del sogno di un patriarca stanco durante la traversata di una palude. Che cosa ci ricorda se non l’affermazione – che poi è un’autoaffermazione – di Alonso Quijano, non ancora Don Chisciotte, già sulla strada della schizofrenia letteraria? «Dulcinea del Toboso è la donna più bella del mondo ed io il più sventurato cavaliere della terra».

Il meraviglioso, che solo la grandezza degli scrittori ispanoamericani ci presenta come verosimile, è un continuo alternarsi di ritualità e superstizioni, mai distinte dalla figura del cavaliere errante. La calamita, il cannocchiale, l’elmo di Mambrino compaiono nei due romanzi classici come se fossero inventati in quel momento, come se il lettore non li avesse mai visti né sentiti prima. Uno straniamento violentissimo dal quale, nel capolavoro di Márquez, non può tirarci fuori nessun Sancio.

È giusto dire che Don Chisciotte, sotto la penna di Cervantes, costruisce una realtà che non esiste? Ma sopratutto, è giusto dirlo se a distanza di tre secoli e più e di un oceano (avrei voluto dare il numero preciso di miglia ma google maps non funziona su grandi distanze), a Macondo, Aureliano Buendìa sopravvive a un centinaio di attentati e promuove decine di guerriglie, da sensitivo innamorato?

Non sarà che se una realtà parallela del genere esiste nell’immaginazione di una cultura extracontinentale, forse dovremmo tenerla in considerazione anche nelle altre letterature? Come il patrimonio universale delle fiabe, come una scrittura sacra.

Dall’Inquisizione e dal postcolonialismo sono stati partoriti due capolavori, che nella loro presunzione favolistica hanno raccontato la realtà più che se fossero saggi di storia.

Per ogni tentativo di ancorarsi al vero, vi sono mille sogni da rispettare. Per una Rebeca che mangia la terra (cosa c’è di più tangibile e vero della terra?), c’è una Remedios pronta a volare via. Per ognuno dei 17 figli naturali di Aureliano, c’è il rischio di Ursula di partorire iguane, con il cugino-marito. Per ogni cavaliere sconfitto da Don Chisciotte, viene bruciato un libro di Alonso Quijano.

Infine, per quel che ne sappiamo, la guerra dei mondi dei nostri padri letterari finisce sempre con una sconfitta. E se anche non ci fossero stati altri motivi per avvicinare Cervantes a Márquez, sarebbe bastato questo.

C’è una cosa che la fervida immaginazione della lingua e della cultura spagnola (e latinoamericana) non ha imparato, nemmeno attraverso pozioni magiche, produzione di oro, invenzioni dei gringos e presagi di nascita e di morte: a vincere la propria storia.

Di malinconia e di soledad sono piene le armature di Don Chisciotte e di Aureliano, in un mondo così colmo di umanità che le morti sono sempre annunciate, le catastrofi una punizione, il mondo un ordine che solo Ursula la matriarca – o il contadino Sancio Panza – possono comprendere.

Se dovessimo cercare un vincitore, diremmo che sono loro, che guardano in basso alla terra e non si lanciano in cause perse.

Una tradizione che non finisce qui: disperata è la canzone di Neruda, il dramma di Garcìa Lorca, in quella lingua – la più parlata al mondo per diffusione – che canta come nessun’altra la malinconia.

Cervantes ci ha insegnato che i cavalieri non vincono, e nessuno – tantomeno Márquez – se l’è sentita di contraddirlo. Non malgrado il fallimento,  ma proprio grazie al fallimento dell’eroe si rispetta il continuo presente dei classici, la continua ricerca senza garanzie.

Sia che si parli della saga di uno (Don Chisciotte della Mancia) che della saga di molti (le sette generazioni di Macondo).

D’altra parte, dalla Bibbia in poi, ogni letteratura ci narra che quello che conta non è raggiungere la terra promessa – o Dulcinea, o Macondo – ma cercarla. Che si possa fare con il soprannaturale, con la reale magia (piuttosto che il magico realismo) e in qualunque tempo, è il grande insegnamento di Gabo.

 

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