sabato, Maggio 15

Quattro scemenze ‘contro’ il terrore

0

Quattro scemenze ‘contro’ il terrore.
Fuori una: Milano, ci si sono messi in quattro (Dazzi, Marzocchi, Pisa e Scolari) per ideare, produrre e montare il seguente servizio: di una finta coppia di musulmani (lei con niqab), che passeggia per il centro di Milano. Dopo gli attacchi a Parigi, tanto per vedere l’effetto che fa. E quale dovrebbe essere la reazione? Un pizzico di ostilità, un granello di paura, camminare a un palmo da loro, occhieggiare e giudicare al primo sguardo, tra una sfilata e una burla. Geniale! Nuovo! Molto trasgressivo!

Fuori due: Roma, servizio di una giornalista dinanzi a Santa Maria Maggiore. Ella parla in uno stato di trans emotiva, come se si trovasse in prima linea, sotto una pioggia di bombe, a Raqqa. La trasmissione si chiama ‘La Gabbia‘, uno degli ennesimi talk condotti da Matteo Salvini e dalla Daniela Santanché. Ebbene, la ragazza con microfono è agitatissima perché, a cinquanta metri dalla basilica presidiata da un paio di militari, ci starebbe un chiosco. Sicché va dall’ambulante e gli chiede: «Ci sono stati controlli oggi? Non le hanno chiesto se ha l’autorizzazione? Ma il permesso di soggiorno ce l’ha?» Il bengalese replica con un triplice no. Allora lei va dal militare e gli dice: «Scusi, solo per capire, ma loro sono stati controllati? Sapete chi sono?» E quello: «No, ma se volete controlliamo! (se volete chi?)». Alché lei, stupefattissima, riprende il coraggioso reportage, rivolgendosi direttamente al cuore in gola dei telespettatori: «Ma mentre chiediamo informazioni al militare, guardate cosa succede…» Telecamera implacabile, accade che l’ambulante scappa. Capite? Mica aspetta di farsi controllare su delazione dell’Oriana Fallaci der chioschetto, no! Il maramaldo fugge! Per cui il grigioverde la butta lì: «Se vuole le do il numero di telefono del colonnello…» Per farci? L’arrivo di un poliziotto interrompe il filarino. Lei non manca di disturbarlo e di citargli il Ministro Angelino Alfano e il suo ‘allerta 2’. Ma quello le confida di non temere la persona del bancarellaro. Lei sbigottisce e aggiunge: «Ah noo?» Chiusa.

Fuori tre: sono trascorse poche ore dall’assalto parigino che dal suo appartamento in Monteverde, di nuovo Roma, tal Fulvio Abbate, scrittore di orticello, inneggia su Fb al laicismo militante, in spregio a tutte le religioni del pianeta. Un vero fenomeno, capace, in meno di una notte, di scoprire la secolarizzazione, l’acqua calda e l’ideologia laica. Lo fa col piglio dell’originalone, come ha fatto per anni spendendo per se medesimo la definizione di ‘situazionista’ da una telecameretta di casa sua o definendosi grande patafisico: tra Debord e Jarry, un capolavoro di ‘sedicenza’. Paradossi del menga grazie ai quali spera in una nomination letteraria o in qualche comparsata televisiva (pure alla ‘Prova del Cuoco’, se è il caso…), ove recitare la parte dello strano, di quello che la sa lunghissima e che ha afferrato il senso ultimo delle cose. Insomma è un Paolo Villaggio in sessantaquattresimo, con la differenza che questi è almeno ricco e famoso. Se si parla di corruzione, lui invoca l’abolizione del reato di corruzione, tanto sono tutti corrotti. Il suo è un mesto gioco di provocazioni da baretto, che condivide con un piccolo esercito armato di stronzate e pronto a spararle in ogni occasione. Quanti e chi siano i morti e gli agonizzanti, chi se ne frega, l’importante è aprirsi un varco tra l’oblio e il nulla.

Fuori quattro: gli fa eco un altro eroe della sinistra eterogenea, Ascanio Celestini, discreto narratore del quotidiano, che però sarebbe meglio rinchiudere dietro il sipario, legato. Ebbene il colpo di genio gli viene in un rigurgito di ateismo confessionale, allorché esorta i suoi lettori, i suoi fans e i suoi coattoni a inventare ghiribizzi linguistici di alto lignaggio: «Carissimi!»,  pubblica sul social,  «con la richiesta di bestemmie politicamente corrette, ma anche religiosamente e antropologicamente sostenibili, ho ricevuto centinaia di segnalazioni che ci raccontano un Paese più vivo che bigotto, più ironico che ignorante e rincoglionito. Non sono riuscito ancora a selezionare tutte le vostre segnalazioni e incomincio a pensare che serve una giuria per decretare le migliori bestemmie. Intanto vi giro le più semplici chiedendovi di scriverne ancora perché sono un patrimonio per l’umanità e perché le meglio articolate hanno bisogno di uno spazio protetto». E giù un rosario di bestemmie dei carissimi lettori, in un vortice di agonismo paracomico che non si sa bene se compatire o condannare. Se però qualcuno si permette di dissentire, l’Ascanio fa il professorino e azzarda a insegnare che la blasfemia rappresenta una forma di letteratura orale; da ciò si intuisce che l’autodidatta non abbia letto un rigo di ‘Orality and Literacy’ di Walter J. Ong: «Pure una tradizione religiosa basata su testi scritti può in molti modi continuare a testimoniare del primato dell’oralità. Nel mondo cristiano, ad esempio, la Bibbia viene letta ad alta voce nei servizi liturgici, perché si pensa a Dio come a qualcuno che parli agli esseri umani. Il testo biblico, persino le epistole, è tutto pervaso dal senso dell’oralità».

Ma è chiaro che molto dipende dalle attitudini, dalla vanità personale, da ambizioni senza oggetto… e purtroppo, che danni si possono produrre in un Paese inflanellato e senza coraggio, a parte la baldanza di ridere e di offendere chiunque pensi o speri. Essi dispensano e disperano, per cui usare l’esercizio critico dinanzi all’esempio di queste quattro scemenze, non servirebbe a nulla. Meglio riportarle per quelle che sono, in tutta la loro pochezza. Ai voi lettori.

 

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Condividi.

Sull'autore

End Comment -->