mercoledì, 1 Febbraio
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Quattro banche da salvare

Il decreto legge emanato dal Governo riprende lo schema, ormai storico e consolidato, che va sotto il nome di ‘legge Sindona‘. Fu attuato, alcuni decenni fa, per rimettere in bonis le banche del fantasioso e spericolato finanziere siciliano che erano sull’orlo del fallimento. E’ stato poi riesumato, in forma riveduta e corretta, in occasione del salvataggio del Banco di Napoli. La sua caratteristica fondamentale è quella di estrapolare dall’attivo della banca i crediti non performanti (no performing loans) e trasferirli in una bad bank. Il nuovo soggetto bancario, così ripulito ed anche ricapitalizzato, potrà riprendere il suo cammino, senza alcun danno per i clienti e per il sistema economico. Sarà poi acquisito da altre banche, o collocato in borsa.

Dal canto suo, la bad bank, dotata delle professionalità idonee e del know how necessario, recupererà nel tempo gran parte di quei crediti ‘avariati’. A tal proposito, l’esempio del Banco di Napoli è emblematico, perchè la quasi totalità dei crediti in carico alla Sga, Società per la gestione degli attivi, è stata recuperata. Nei casi odierni c’è qualche incertezza in più, perchè la situazione economica complessiva non è favorevole e non aiuta il recupero. Ci guadagneranno invece, quasi certamente, quelle banche più solide che si sono impegnate a sostenere con risorse proprie le banche risanate.

Non entriamo nel merito degli accordi, ma l’esperienza ci dice che, nel caso del Banco di Napoli, ceduto per sessanta miliardi di lire dell’epoca alla Bnl (Banca Nazionale del Lavoro) ed all’Ina (Istituto Nazionale delle Assicurazioni) (seppure da queste ricapitalizzato con altri 900) è stato poi venduto per 6 mila miliardi ad Intesa Sanpaolo (oggi Banca Intesa).

Come si sa, nel mondo degli affari si vince e si perde e nella finanza non c’è valore aggiunto, ma solo trasferimento di ricchezza da una tasca all’altra. Con il Banco di Napoli, l’azionista pubblico, il Tesoro, recuperò ampiamente le risorse immesse nella ricapitalizzazione, più un margine di guadagno. La stessa cosa è accaduta con il Monte dei Paschi. Nei casi pregressi hanno perduto soltanto gli azionisti privati.

Ricordo un pensionato genovese, convinto da un bancario ad investire la sua liquidazione in certe azioni divenute ‘carta straccia’ in occasione dell’azzeramento del capitale per perdite: nel corso dell’assemblea indetta per assumere, appunto, tale decisione, piangeva. Questo episodio ci riporta al povero Luigi D’Angelo, il pensionato di Civitavecchia che si sarebbe tolta la vita dopo la constatazione che i suoi risparmi investiti in obbligazioni subordinate di Banca dell’Etruria non valevano più niente. Sembra, comunque, che D’Angelo le obbligazioni le abbia comprate sul mercato secondario, e non in fase di collocamento, ad un prezzo più conveniente di quello di emissione. Pensava, forse, di fare la sua brava speculazione, magari consigliato da qualche stupido impiegato della banca. E’ stato particolarmente sfortunato, perchè è incappato nel primo caso in assoluto che ha colpito in Italia questa categoria di obbligazioni.

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