lunedì, Novembre 29

Quattro amici al bar: Santori, Berlusconi, Bonomi, Draghi Santori voleva il sardinismo ed è finito nel PD, con un fracco di voti e un pugno di mosche; Berlusconi voleva costruire la borghesia che in Italia manca e non è riuscito a fare entrare nella testa della classe dominante una concezione liberale dello Stato; ora c'è Bonomi che prova scardinare lo stato sociale usando Draghi

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Apprendo con letizia  -moderata invero-  che Silvio Berlusconi ri-discende in campo, da Roma a Bruxelles, e che la super-sardina Mattia Santori è rimasto con un pugnetto di mosche in mano. Santori ha sempre la barba mal fatta, ha sempre quell’orrendo maglioncino a mezzo giro collo, parla sempre difficile, appare sempre simpaticamente ‘stracciafemmine’, ha preso un sacco di voti, ma in giunta a Bologna non ce lo vogliono.
Direte, che sono antipatico e cinico, che tratto male uno dei pochissimi giovani che si sono dati con capacità (leggi: competenza) alla politica, che ‘uccido un uomo morto’, ma non è così. Santori e i suoi sono in gran parte scomparsi, fateci caso, per lasciare il posto alla smagliante super combattente Jasmine Cristallo, che ha messo a tacere Carlo Calenda urlando come una ossessa e accusandolo di essere maleducato. Ottima cosa mettere a tacere Calenda -beh, fino a un certo punto- ma accusarlo di essere maleducato, urlando come al mercato, mi sembra lievemente incoerente … ma si sa, io queste cose non le capisco.
E comunque, perché lo dico? Perché i due, Santori e Cristallo, rappresentano esattamente i due estremi della politica italiana, della politica dei politicanti. Il primo, perfino ingenuo forse, mette al servizio del PD la sua popolarità, prendendo un fracco di voti, convinto di potere così andare a fare l’assessore … e viene lasciato con un pugno di mosche in mano. L’altra (non so se si sia candidata da qualche parte, perdonatemi non seguo molto certe vicende) ha capito perfettamente come sifa politicain Italia: sgomitando in TV. Perché ormai in questo Paese la politica è la TV: se hai successo vai, se no sei fregato: ma chi decide se vai o no? Il giornalista e il suo entourage e i suoi finanziatori. La signora Jasmine lo ha capito benissimo e ci prova. Auguri. Santori, ci prova anche lui, ma scende in campo (agorà, ah ah!) e regala i ‘suoi’ voti al PD. Che manco lo ringrazia e lo getta via come uno straccio usato.
Che peccato.

Forse lo ricorderà qualcuno: io ho parlato a suo tempo con entusiasmo delle sardine e del loro ‘movimento’ -il sardinismo–  e ho creduto sinceramente che fossero tutta un’altra storia, che avessero finalmente ‘inventato’ un modo nuovo e serio di fare politica, capace di mobilitare la gente ‘comune’, indipendentemente dalle ideologie, ma su progetti o contro-progetti capaci di suscitare l’interesse generale, ma specialmente su una critica razionale e ragionata, le ho definite la ‘tosse’ là dove i politici sono il ‘fumo’. Poi -sarà colpa del Covid- niente più piazze colme e uno va in Consiglio comunale e l’altra in TV. Secondo me hanno letto entrambi il libro di Luigi Di Maio (Giggino, per gli amici) dal titolo ‘Un amore chiamato Politica‘. Tranquilli, non mi sono minimamente impegnato nella lettura del libro, ci mancherebbe altro!, ma mi colpisce perché senza volerlo pone il tema di fondo di questo Paese (o almeno uno dei temi di fondo), quello per cui la politica è una cosa che si fae che consiste in accordi, rotture, attacchi, difese, insomma quello che piace a Renzi, del quale forse Di Maio ha seguito carriera e opere.
Io pensavo -ingenuo- che fare politica significasse avere un progetto, conoscere bisogni insoddisfatti, studiare le soluzioni ai problemi sulla base del progetto, delle idee, degli … ideali. Sì, lo so, sono parole vecchie e in disuso, ma io penso che fare politica significhi questo, e quindi sono convinto che uno nondecidedi mettersi a fare politica, non siinnamoradella politica, piuttosto ci si trova coinvolto più per caso che per scelta, perché ha delle cose da dire, delle cose da proporre, dei temi da affrontare. Santori sembrava averne e aveva creato un modo di essere. Aveva messo la gente (quella vera) di fronte alla inconsistenza della politica ufficiale e dei suoi officianti, i politicanti, ma lo aveva fatto senza ricorrere ai vaffa o alle male parole: lo aveva fatto ragionando, e facendo vedere, denudando le corbellerie e le ruberie e la confusione mentale dei politicanti.
Vabbè, chiusa lì, peccato.

Tutto ciò, però, mi è venuto in mente perché mi capita sotto gli occhi un articolo di Alessandro De Angelis, nel quale si parla del ‘berlusconismo deviato’: una genialata, dovete ammetterlo.
Certamente
Silvio Berlusconi è un politico fatto tutto a tavolino, programmato come un computer, che agisce sempre sapendo dove va a parare, anche quando commette errori. Ma ha un’idea, mai detta per intero, ma un’idea ce l’ha: provare a costruire quella borghesia che in Italia manca. Ma poi ha cercato di farlo con il populismo delle sue manifestazioni e con l’inconsistenza dei suoi atti. È stato la classe dominante che prende il potere, ma non riesce a fare molto di più che difendere i propri interessi personali e solo occasionalmente quelli della gente. Il tutto in un clima da basso impero, che lo ha rovinato, insieme al modo oscuro con il quale ha creato le sue aziende e le ha sviluppate.
Ma, ovviamente, Berlusconi vuole essere al centro, vuole essere lui a comandare e, incredibile ma forse vero, non ama il fascismo. È certamente un autoritario, un aspirante autocrate, basta guardare la sua proposta di riforma costituzionale, quasi identica, ma nelle intenzioni senza il ‘quasi’, a quella proposta da Matteo Renzi. Entrambe sono fallite, perché la ‘gente’ (disprezzata da entrambi) ha avuto un barlume di lucidità e ha votato contro. Più che altro, forse, perché timorosa di novità troppo oscure.
Ma
Berlusconi non è riuscito a fare entrare nella testa della classe dominante (i ricchi, gli industriali, insomma) una concezione liberale dello Stato, che non è mai stata nella testa e nel cuore della classe dominante, ancora troppo rozza e attenta al proprio interesse immediato.
Non è un caso il vero e proprio assedio posto a Mario Draghi dalla Confindustria e dal suo padrone delle ferriere, Carlo Bonomi. Confindustria spera che questa sia la volta buona per scardinare lo stato sociale (benché così mal funzionante) e condurre le proprie imprese a pagare il minimo delle tasse e, magari, pagare in nero i dipendenti. Immergendo queste pretese nel più totale disprezzo per la politica, dimenticando che, nel bene o nel male, è quella eletta, loro -Confindustria-, lui -Bonomi- no. E quindi, il tono sprezzante con cui Bonomi ne parla: «Stanno dando l’assalto alla diligenza com’è successo in tutte le manovre finanziarie precedenti, in cui ognuno di solito dà battaglia per la sua bandierina … un partito dà battaglia per le pensioni, un altro per il reddito di cittadinanza, un terzo per qualcos’altro ancora. Non capiscono che ora bisogna concentrare le risorse su una visione d’insieme, che anteponga a tutto misure a maggior impatto sul Pil … tecnologia, produttività e crescita». E quindi? Ma è chiaro: «un grande intervento coraggioso sul cuneo fiscale» -dove ‘coraggioso’ significa ‘azzerante’. Poi, torna ad un suo tema classico, che più reazionario non si può, anche se cerca di dirlo ‘accarezzando’ Draghi: «ho l’impressione che non venga permesso al Governo Draghi di fare quello che il premier ha sempre detto che serve all’Italia: tecnologia, produttività e crescita» … Eccolo lì: i partiti politici che sono inutili, danneggiano … come sarebbe bello che non ci fossero. Sorvolo su come si sia sentito Draghi a leggere questo vero e proprio insulto.
Sarà un caso, ma
la ri-discesa in campo di Berlusconi in questi giorni … -beh, perdonatemi, forse sono ammattito-,  credo voglia essere contro queste idee.
È il momento cruciale:
la legge finanziaria chiarirà se Draghi è quello che credo, un buon politico liberale e razionale, o se vuoleappiattirsisu Bonomi.

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Sull'autore

Giancarlo Guarino, ordinario, fuori ruolo, di diritto internazionale nell’Università degli Studi di Napoli Federico II, è autore di numerose pubblicazioni su diverse tematiche chiave del diritto internazionale contemporaneo (autodeterminazione, terrorismo, diritti umani, ecc.) indagate partendo dal presupposto che l’Ordinamento internazionale sia un sistema normativo complesso e non una mera sovrastruttura di regimi giuridici gli uni scollegati dagli altri.

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