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Quarant'anni di garofani Cosa è rimasto della rivoluzione del 1974

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maia25 

Il 25 aprile non è una data importante solo per l’Italia, che festeggia le lotte partigiane e la liberazione dal nazi-fascismo. Nel 1974, infatti, un’altra rivoluzione epocale ha cambiato le sorti di un Paese, il Portogallo, liberandolo dalla dittatura di António de Oliveira Salazar e aprendo le porte a quella che poi sarebbe divenuto uno Stato democratico.

Per capire come profondamente sia cambiato il Paese con la Rivoluzione dei Garofani occorre, però, fare un passo indietro e analizzare cos’era il Portogallo di Salazar. Importate buona parte delle strutture costruite dal fascismo (milizia, corporativismo, propaganda, inquadramento della società in organizzazioni paramilitari, saluto romano) la dittatura del ‘mago delle finanze’ prese però una strada molto differente. Innanzitutto, Salazar non era vittima dell’ansia espansionistica di Benito Mussolini, il Portogallo aveva già un vasto impero coloniale che si stendeva da Macao -in Cina- fino alle isole di Capo Verde, nell’Atlantico africano, passando per Goa -in India-, Mozambico, Guinea Bissau e Angola in Africa. In secondo luogo perché durante la seconda guerra mondiale Salazar scelse di mantenere una posizione di neutralità piuttosto ambigua, trasformata in un’alleanza con gli inglesi solo nel 1944, a destini del conflitto ormai decisi. Questa mossa permise alla sua dittatura di proseguire, senza essere toccata dal crollo degli altri regimi europei. 

Divenuto un baluardo contro il comunismo durante la guerra fredda, Salazar lanciò il motto ‘orgogliosamente soli‘ e cercò di isolare il Paese dalle influenze esterne ma l’affermarsi delle democrazie, il forte sviluppo economico e sociale e, infine, le guerre coloniali che tanto stavano sconvolgendo gli antichi equilibri non potevano non avere ripercussioni anche in Portogallo. In particolare, dopo la fine degli anni Cinquanta, quando la stabilità economica si fece incerta, si susseguirono una serie di eventi che contribuirono all’incrinarsi del regime. Tra questi, nonostante l’utilizzo della violenza repressiva e della polizia politica, nel ’58 le elezioni presidenziali sembrarono sfuggire di mano, con il candidato delle opposizioni, il generale Humberto Delgado, che riuscì a mobilitare la popolazione e molti sperarono in una sua vittoria contro il candidato del regime, l’ammiraglio Amerigo Tomas. A ciò seguirono gli attacchi dei movimenti indipendentisti nei territori africani, che portarono a tredici anni di guerra coloniale, e un continuo indebolirsi della condizione economica del Paese. 

Quando, nel 1970, Salazar morì, per le conseguenze di una caduta che gli causò danni cerebrali irreversibili, gli succedette il delfino di sempre, Marcelo Caetano. Egli tentò inizialmente di portare il Paese verso liberalizzazione e democrazia, ma i rischi di una rivoluzione che avrebbe rovesciato il suo potere erano troppo forti e dunque decise di porsi  in continuità con il passato repressivo salazarista. Il pugno di ferro e la crisi economica logorarono la situazione, fino a portare a dissensi persino all’interno del mondo dei militari, la colonna portante del regime. La protesta ebbe una prima matrice di carattere sindacale, ma presto si trasformò in presa di coscienza politica da parte di chi, da anni, combatteva in Africa e si rendeva conto che l’unica via di uscita dalla guerra era la fine della dittatura. Con questo pensiero il 9 settembre del 1973 si formò il Movimento dei capitani e nei primi mesi del 1974, il vice capo di stato maggiore, generale Antonio Spinola, con l’appoggio del capo di stato maggiore Francisco Costa Gomes, lanciò un attacco frontale contro la politica coloniale del Governo.

Nel quadro portoghese fin ora avevano dominato repressione, violenza, armi e guerra, per questo la rivoluzione che ebbe inizio nella notte tra il 24 e il 25 aprile fu straordinaria anche per essere portata avanti con la musica e i fiori. Durante la notte, infatti, i capitani rivoltosi diedero il segnale d’inizio delle operazioni facendo risuonare da ‘Radio Renascença‘ occupata le note della canzone proibita ‘Grandola‘ di José Afonso. Con all’interno dei propri fucili un fiore di garofano, simbolo del socialismo, conquistarono i luoghi strategici del potere e alle 7,30 diramarono un comunicato radio nel quale palesavano i loro obiettivi: ritorno alla democrazia, elezioni libere e fine della guerra coloniale. Successivamente Caetano, asserragliato sulla collina del Carmo, sede della Guarda Nacional Republicana, consegnò il potere nelle mani del generale Spinola dando il via al nuovo corso del Portogallo. 

Questa storia, fatta di coraggio e di ideali, deve servire per capire quanto accaduto quest’anno durante i festeggiamenti dei quarant’anni dalla rivoluzione. Il 25 aprile scorso, mentre le autorità portoghesi ricordavano l’azione di che liberò il Paese dalla dittatura di Salazar, gli artefici della rivoluzione hanno boicottato la cerimonia ufficiale e ne hanno organizzata un’altra, parallela, volta a manifestare il loro dissenso nei confronti dell’azione governativa e della supervisione della Troika sulle attività economiche e politiche del Paese.

Quarant’anni dopo la Rivoluzione dei Garofani, infatti, molti lusitani vivono tra gravi difficoltà, soffrendo per il peso delle misure di austerità che sono state imposte in cambio del piano di salvataggio che terminerà a maggio. José Cardoso Fontão, uno dei leader della rivoluzione, ha asserito durante la contromanifestazione che «i grandi principi umanisti del 25 aprile sono stati malmenati, completamente distrutti, sono ormai finiti». In particolare, come sottolinea José Gil, insegnante, filosofo e autore del libro  ‘Portogallo oggi – Paura di Esistere‘, molti portoghesi sono diventati disincantati rispetto agli ideali rivoluzionari. «La Rivoluzione del 25 aprile è stata una rivoluzione che ha promesso una società utopica, descritta nella costituzione socialista. Quella costituzione era una delle più all’avanguardia del socialismo teorico internazionale, e questa società utopistica è stata, poco a poco, contraddetta e sostituita da un’altra società reale, che ha regnato in modo molto semplice, non sulla base del socialismo, ma del capitalismo» ha affermato il professore. Questo sviluppo ha portato ad una società che con più soldi e una migliore qualità della vita ha mostrato un più marcato individualismo, anche ai livelli più alti di governo, dove invece occorrerebbe pensare al benessere di molti.

Oggi i portoghesi hanno paura di perdere quel poco che gli è rimasto. La democrazia gli è costata un’impero, diritti e garanzie derivati dall’Unione Europea gli sono costati la sovranità monetaria e, ad oggi con la troika, anche quella economica-fiscale. Il perdurare della crisi e l’incapacità di andare oltre del Governo fa temere a molti la possibilità di perdere anche le sicurezze che fino a qualche anno fa erano certe, come il lavoro, la pensione, l’assistenza, l’istruzione. «La politica di austerità, oggi, sta facendo crescere una diffusa sensazione di paura. Non c‘è un nuovo dinamismo. Ci sono storie di aziende che hanno successo, ma non c‘è una politica di governo che promuova un dinamico o logico sviluppo economico», continua Gil. La situazione è alienante e forse manca anche la forza per nuovi garofani.

 

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