sabato, Giugno 19

Quanto vale il gas azero? Dopo la firma dell’accordo Trans Adriatic Pipeline (Tap), l’Azerbaijan, dove è in corso Caspian Oil & Gas Exibition è divenuto uno snodo cruciale per i futuri approvvigionamenti di gas naturale dell’Europa

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In Azerbaijan, Baku, è in corso, e termina domani 1° giugno, il Salone Caspian Oil & Gas Exibition, una delle massime manifestazioni internazionali del settore petrolio e gas, con oltre 300 compagnie presenti in questa edizione, occasione di confronto per le principali multinazionali mondiali per un confronto sulle tecnologie nel campo della produzione di petrolio e trasporto di risorse energetiche, sistemi di stoccaggio di petrolio e gas, e di presentazione oltre che delle enormi risorse di idrocarburi del Paese ospitante anche dei progetti attuali e futuri su petrolio e gas della regione. 

Azerbaijan, con l’appoggio della Russia, ha fatto del Salone una delle massime occasioni perché la politica e le multinazionali del settore si confrontino e si esibiscano sulle politiche energetiche prossime venture.

In quella vasta area che per semplicità chiameremo ex Unione Sovietica, le elezioni politiche, anche dopo la caduta del comunismo, continuano ad essere spesso una formalità. Alcuni Paesi come l’Ucraina, la Georgia e la Moldavia, nonostante problematiche interne e spinte destabilizzanti esterne, hanno comunque avviato un percorso democratico e la competizione tra i candidati è comunque reale, in altri, la maggioranza, le elezioni si risolvono spesso in un plebiscito verso personaggi che governano i Paesi da decenni, con poco spazio per le opposizioni e senza una reale competizione.

In Russia Vladimir Putin è stato rieletto per la quarta volta con un confortante 76 per cento. Nulla a confronto di Ilham Aliyev rieletto ai primi di aprile presidente dell’Azerbaijan, anche lui per la quarta volta e con uno strabiliante 86 per cento.

E’ sicuramente  scorretto definire una regione così vasta che va da San Pietroburgo in Russia al deserto del Karakum in Turkmenistan, dal Mar Caspio al lago d’Aral, semplicemente ex Unione Sovietica. Una regione così diversa e ricca di popoli e culture, ma così simile per evoluzione democratica e conservazione del potere: un personaggio di spicco del partito comunista o della nomenclature locale durante la dominazione sovietica, diviene, subito dopo l’indipendenza, Presidente e rimane avvinghiato al potere per decenni. Ed anche per l’Azerbaijan si è verificato il consueto percorso: Geidar Aliyev, padre di Ilham, personaggio di spicco della nomenclatura sovietica, diviene nel 1993 Presidente dell’Azerbaijan indipendente, rimane in carica fino alla morte, per essere sostituito dal figlio Ilham, dopo elezioni fortemente contestate dall’opposizione e seguite da violente proteste di piazza.

Trent’anni di potere ininterrotto della famiglia Aliyev, che ultimamente Ilham ha ulteriormente consolidato,  apportando rilevanti modifiche alla costituzione: è stato eliminato il limite dei due mandati presidenziali e successivamente si è estesa la durata della carica da 5 a 7 anni. Le modifiche costituzionali sono state sottoposte a referendum, il primo nel 2009 ed il secondo nell’aprile del 2016, e naturalmente si sono conclusi con un nuovo plebiscito, con percentuali che, quando riguardano temi cari alla famiglia Aliyev, non scendono mai sotto l’80 per cento.

KGB e sistema sovietico prima, e famiglia Aliyev subito dopo, per diritti umani e libertà fondamentali è sempre notte fonda. Secondo Human Right Watch, nell’Azerbaijan lo spazio per l’attivismo indipendente, il giornalismo critico, l’opposizione e l’attività politica è stato praticamente estinto da leggi e regolamenti che hanno portato ad arresti di attivisti ed oppositori politici (il caso più eclatante è quello di llgar Mammadov, per Reporters sans frontières l’Azerbaijan è uno dei Paesi più intransigenti e duri nei confronti degli oramai pochi giornalisti e blogger indipendenti, tanto da collocarlo alle ultime posizione per libertà di stampa (162° su 180 Paesi), dopo il Burundi e poco prima dello Yemen. Ma l’Azerbaijan non è il Burundi e neanche lo Yemen.

L’Azerbaijan è uno snodo cruciale per gli approvvigionamenti di gas naturale ed è divenuto ancora più rilevante dopo la firma dell’accordo Trans Adriatic Pipeline (Tap), alternativo al progetto Nabucco. Il Tap rappresenta il ramo occidentale di un più vasto piano che dovrebbe portare 10 miliardi di metri cubi all’anno di gas naturale in Italia, passando per la Puglia. Un bel regalo per Baku senza dubbio  e per alcuni anche un bel regalo per Mosca, che continuerà ad essere praticamente l’unico fornitore di gas naturale di molti Paesi dell’Europa orientale. Il progetto alternativo al Tap era appunto il Nabucco, secondo alcuni analisti, quello più conveniente perché avrebbe fatto giungere in Europa, attraversando Bulgaria, Romania, Ungheria ed Austria, ben 30 miliardi di metri cubi all’anno, utilizzando gas azero, ma anche kazako e turkmeno.

«L’Azerbaijan è diventato oggi un Paese chiave per le operazioni di Saipem», ha dichiarato in queste ore Stefano Cao, Amministratore delegato di Saipem a margine del Caspian Oil & Gas Exibition. Infatti il sistema industriale dell’energia è ben collocato nel Paese. Saipem è coinvolta nella costruzione e nel commissioning del progetto South Caucasus Pipeline Expansion in Azerbaijan e Georgia e ha il contratto per l’installazione della sezione offshore del gasdotto Trans-Adriatic Pipeline (TAP) tra le coste dell’Albania e dell’Italia, attraverso il Mare Adriatico.   

Se da una parte la Corte europea dei diritti dell’uomo ha più volte sottolineato le numerose violazioni dell’Azerbaijan, anche con una sentenza proprio relativa al caso di Ilgar Mammadov, la Banca europea per gli investimenti (BEI), invece, ha deciso di finanziare per un importo di 1.5 miliardi di Euro la costruzione del Trans Adriatic Pipeline, in cui la SOCAR, azienda controllata dallo Stato azero e quindi nelle mani degli Aliyev, detiene il 20%.

Qualche mese fa si è tenuto il Consiglio di Cooperazione tra Unione europea e Repubblica dell’Azerbaijan ed oltre a temi economici le due parti sembra abbiano discusso anche dellesfide in materia di democrazia, diritti umani e libertà fondamentali’ e da quanto riportato dalle note a termine dell’incontro, l’Unione europea «ha ribadito la sua disponibilità a continuare a sostenere l’ulteriore sviluppo delle istituzioni democratiche in Azerbaijan». A quale sviluppo delle istituzioni democratiche faccia riferimento l’Unione europea rimane ad oggi ancora un ‘mistero’, considerato che anche Amnesty International nell’ultimo report sull’Azerbaijan ha sottolineato come le autorità abbiano intensificato la repressione del diritto alla libertà di espressione: «i siti di informazione indipendenti sono stati bloccati e i loro proprietari arrestati. Appartenenti alla comunità LGBTI continuano ad essere arbitrariamente arrestati e maltrattati. Le morti sospette in carcere non sono state ancora investigate in modo efficace».

La dipendenza dell’Unione europea dalle importazioni di energia, tra cui anche gas naturale, è un dato di fatto, una maggiore diversificazione geografica della provenienza delle importazioni è tra gli obiettivi auspicabili, accanto ad una crescita della produzione di energia da fonti rinnovabili. Al momento la dipendenza dalla Russia per le importazioni di gas è sicuramente eccessiva, circa il 30%, ricercare quindi alternative è essenziale. Un aspetto tuttavia che viene troppo spesso trascurato dagli europei è che gli Stati di quella vasta area che abbiamo definito ex Unione Sovietica non hanno moltissime alternative, per questioni geografiche, costi di trasporto e prezzi sicuramente vantaggiosi che l’Europa è disposta a pagare, hanno come partner privilegiato se non esclusivo proprio l’Unione europea. Una situazione se non di vantaggio, per lo meno che lascia all’Europa, nel gioco della scelta di partnership privilegiate, una carta che potrebbe essere spesa di più e forse meglio: concessioni in tema di diritti umani per acconsentire ai regimi spesso autoritari dell’area di firmare accordiNelle carceri azerbaijane ci sono 106 prigionieri politici.  

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