lunedì, Aprile 19

Quanto inquina la Cina field_506ffbaa4a8d4

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Bangkok – La Ventunesima Conferenza Parigi 2015 indetta in occasione della Diciannovesima Conferenza della Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sul cambiamento climatico di Varsavia COP19, oggi nota con la sigla COP21, o più semplicemente denominata Parigi 2015, è una ennesima cartina tornasole per verificare non tanto lo stato delle cose nel Pianeta in materia di Ambiente: anche il Santo Padre Francesco si è espresso su quanto sia cruciale il momento e sull’urgenza di intervenire per impedire il disastro finale. Parigi 2015, infatti, è un ulteriore testo di veridicità circa le reali intenzioni dei Paesi -soprattutto quelli più potenti ed a sviluppo avanzato- di rompere il velo spesso di ipocrisia che fino a oggi ha regnato sovrano sul mancato rispetto degli impegni presi per ridurre le emissioni e frenare il perpetrarsi del danneggiamento dell’Ambiente.

Oggi gli Stati Uniti si professano un Paese pentito ma -come è noto- sono pur sempre tra i principali killer del Pianeta, stante la negligenza mostrata nei confronti di tutti i Protocolli che sono stati via via firmati fino al famoso Protocollo di Kyoto. Ma qui si tratta di un altro grande killer ambientale, un colosso alle cui basi regna una immensa nuvola color ruggine ben visibile dai satelliti e che mostra quanto anch’esso si sia scarsamente interessato del Protocollo di Kyoto e di tutti quelli che lo hanno preceduto: la Cina.

Nell’Impero di Mezzo oggi ci si riflette sul da farsi, e da più parti viene indicato il ruolo importante delle famiglie, impegnate in prima linea nella vita quotidiana, nel veicolare una nuova cultura più equilibrata e più rispettosa dell’Ambiente. Ma un altro fattore altresì importante -in questo settore- è costituito dal ruolo e dalla reale volontà di investire ingenti quote di capitali per rinnovare le infrastrutture produttive della Cina in un frangente storico così delicato. Perché corre obbligo di ricordare che proprio la Cina -a tutt’oggi- ha investito milioni di Dollari nella costruzione di immense dighe che hanno trasformato il volto del Paese in più punti, sono stati sommersi interi paesi e cittadine, sono state deportate intere comunità locali, ogni volta immolandosi concettualmente e materialmente sull’altare del progresso economico, pagando un dazio drammatico e terrificante nei confronti di persone, animali e luoghi, per non dire poi di quanto è stato fatto -con modalità spesso fortemente impattanti sull’ecosistema- attraverso la costruzione di strade, ponti, infrastrutture di ogni genere per consentire di far viaggiare in ogni modo le proprie merci, come è ormai proverbiale per quella che alcuni hanno definito ‘la fabbrica del mondo’.

Per capire quanto sia cruciale il momento, è stato offerto in questi giorni un dato semplificato da immettere nelle arterie del sistema mediatico mondiale e nelle vene del mondo della comunicazione globale: di questo passo, al ritmo attuale, basterà che si raggiunga un innalzamento di soli altri 2 gradi centigradi in 25 anni e il disastro planetario sarà completo e totale. Il colpo peggiore a quest’andamento -guarda caso- lo sta dando e lo darà proprio l’Asia. Le emissioni correlate con la produzione di energia dovranno essere ridotte dal 40 al 70 per cento più in basso rispetto a quelle riscontrate nel 2010 a livello mondiale ed entro il 2050. Le cosiddette Nazioni industrializzate sono state le principali responsabili delle emissioni da carbonfossili nel passato remoto e recente. Ma oggi l’Asia è responsabile del 37% di quelle emissioni a livello mondiale. I due terzi delle emissioni in Cina dipendono da energia e trasporti. E si stima che l’Asia tutta ha bisogno di investire almeno 8 trilioni di Dollari USA per infrastrutture e investimenti nel settore nel periodo 2010-2020.

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