sabato, Ottobre 23

Quanto è trasparente il petrolio azero? field_506ffb1d3dbe2

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Almaty – L’ultimo rapporto dell’organizzazione non governativa Global Witness ritrae due businessmen in copertina. La stretta di mano sembra molto sospetta, perché nessuno dei due ha un volto. ‘Azerbaijan Anonymous’ è il titolo di un inquietante dossier sull’opacità dell’industria estrattiva nel Paese caucasico. Il petrolio, si sa, è un business dove la chiarezza e la trasparenza sono spesso offuscate. Tuttavia, l’Azerbaigian ha deciso di sottoscrivere l’Iniziativa per la Trasparenza nel Settore Estrattivo (EITI). L’indagine di Global Witness ha indicato diverse falle nel sistema di gestione dei guadagni relativi all’industria petrolifera. Baku ha smentito e rimandato al mittente le accuse. Nel frattempo, gli enti nazionali per gli idrocarburi si stanno muovendo rapidamente sul fronte degli investimenti e dei progetti, dentro e fuori l’Azerbaigian.

Global Witness è un gruppo investigativo che si occupa di corruzione nel settore petrolifero di vari Paesi ricchi di idrocarburi. Secondo le loro ricerche, i guadagni del settore petrolifero scomparirebbero in un groviglio di società con sede in paradisi fiscali. Alla testa di tutto, uno sconosciuto: Anar Alyiev, l’equivalente di un ‘Mario Rossi’ italiano. Dietro questo soggetto dal nome comune, Global Witness non ha trovato ulteriori collegamenti. Inoltre, quadri e azionariati delle società che controllano SOCAR non sono trasparenti. SOCAR è il gigante statale che si occupa dell’estrazione e della vendita di petrolio e gas naturale. Agli ingegneri e agli economisti di SOCAR, fanno da controparte gli analisti finanziari e i contabili di SOFAZ, il fondo nazionale dove viene custodita una parte dei ricavi. Seguendo l’esempio norvegese, molti Paesi post-sovietici ricchi di risorse naturali hanno istituito fondi di stabilità dove stanziano i capitali in eccesso che arrivano grazie alle esportazioni di petrolio quando il prezzo è più alto del solito.

L’Azerbaigian è membro compliant della EITI dal 2009. L’iniziativa sponsorizzata dal Governo britannico è nata nel 2002 ed enfatizza la necessità di sviluppare relazioni paritetiche tra Stato, industria estrattiva e società civile, al fine di migliorare la trasparenza nei ricavi e nelle spese dei giganti degli idrocarburi, con cui le multinazionali occidentali avrebbero dovuto relazionarsi. Tra i Paesi post-sovietici, solo Azerbaigian, Kyrgyzstan e Kazakistan si sono adeguati agli standard. Tuttavia, come evidenziato dal rapporto di Global Witness, diverse azioni del Governo azero hanno indebolito la società civile (solo nel 2013: l’arresto di Ilgar Mammadov, la legge sulla diffamazione a mezzo internet…).

SOFAZ, il fondo di stabilità creato nel 1999, ha intanto annunciato che ridurrà del 12.5% le proprie riserve di euro, che rappresenteranno poco più di un terzo del totale (il 50% delle riserve è in dollari americani). Dal 2001 a oggi, il solo progetto Azeri-Chirag-Guneshli ha portato nelle casse del fondo più di 90 miliardi di dollari. Lo scorso ottobre il bilancio societario arrivava a 35 miliardi di dollari. Shakhmar Movsumov, il Presidente del fondo, ha formulato la sua ricetta per la buona gestione: «lo Stato può un solo ruolo: può guidare, decidere oppure stimolare e creare le giuste condizioni; il primo tipo di Stato lo abbiamo sperimentato per 70 anni con l’Unione Sovietica, adesso è il momento di non coinvolgerlo più nella produzione di beni e servizi, ma nella creazione di infrastrutture e nello sviluppo delle migliori condizioni per l’attività privata. Il Governo non è un businessman di successo».

Global Witness chiede più trasparenza, sia nella registrazione delle entrate, sia, soprattutto, nell’allocazione delle spese. Inoltre, la richiesta più controversa è quella di pubblicare i contratti con i consorzi internazionali, soprattutto quelli con British Petroleum. Un’azione del genere potrebbe allontanare gli investimenti occidentali, che finora hanno goduto della comodità della segretezza. Per un Paese che fonda sul petrolio il 95% delle sue esportazioni, questo potrebbe rappresentare un duro colpo per il futuro, in particolare visto che la produzione di petrolio sta rallentando leggermente.

Il petrolio dell’Azerbaigian è vitale per l’Europa, che lo importa grazie all’oleodotto Baku-Tbilisi-Ceyhan, che attraversa Georgia e Turchia e grazie all’oleodotto che attraversa la Russia fino al porto di Novorossiisk sul Mar Nero. L’operatore russo degli oleodotti, Transneft, ha minacciato di non rinnovare il contratto di transito per il petrolio azero, che scade nel febbraio 2014. E visto che si parla di energia, l’Unione Europea vede in Baku un ottimo partner per i rifornimenti di gas naturale dal Caspio attraverso il ‘Corridoio meridionale’, che si conclude sulle coste della Puglia con il gasdotto TAP. A tal proposito, le visite frequenti del Presidente UE José Manuel Barroso, del Presidente del Consiglio Enrico Letta e del commissario per l’Energia, Günter Oettinger (che sarà a Baku anche domani) sono sintomatiche del bisogno di avvicinare il Paese caucasico ai consumatori europei. Soprattutto dopo i buoni progressi mostrati lo scorso novembre al summit di Vilnius.

Sulla trasparenza della gestione dei fondi ricavati dall’esportazione del petrolio, Baku ha risposto per le rime, accusando Global Witness di aver danneggiato la reputazione del fondo azero senza aver condotto una ricerca degna di questo nome. Cifre non aggiornate, informazioni poco accurate, voglia di screditare più che di infomare. Così recita il comunicato ufficiale della compagnia SOCAR, uscito subito dopo il dossier di Global Witness. Molte altre compagnie statali sono gestite allo stesso modo, secondo i vertici del gigante azero. Per quanto riguarda Anar Aliyev, è «solo uno tra i tanti businessmen azeri che collaborano con SOCAR nel settore petrolifero».

Ma cos’altro succede in Azerbaigian dopo la ri-elezione del presidente Ilham Aliyev? I giornali di opposizione Azadliq’ e ‘Yeni Musavat sono stati presi di mira con pretesti legali e i fondi statali che ricevevano sono stati tagliati lo scorso novembre, causando una breve interruzione nelle uscite, ripresa soltanto grazie a una campagna di abbonamento pubblica. Nel frattempo, a novembre il direttore di un giornale indipendente, Sardar Alibeili, veniva arrestato. Il 12 dicembre un flash mob organizzato dalle autorità della città di Ganca ha disegnato con i corpi di 300 persone la firma del padre di Ilham, l’ex-Presidente Heydar Aliyev, scomparso dieci anni prima. Quello governativo è l’unico tipo di attivismo concesso al popolo azero.


Tuttavia, gli enormi depositi di petrolio e gas naturale nel Caspio e gli investimenti nella raffineria turca di Smirne monopolizzano l’attenzione sia degli analisti sia delle lobby anti-corruzione. Baku non fa passi indietro. Anzi, incassa anche l’endorsement dell’ex-Ambasciatore americano Matt Bryza e dell’ex-membro dell’Amministrazione Clinton, Nancy Soderberg: il messaggio, inviato soprattutto all’Europa di Bruxelles, è quello di non lasciarsi sfuggire il Paese caucasico in nome di richeste di democrazia e libertà. La partnership con l’Azerbaigian è «troppo importante».

 

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