giovedì, Maggio 13

Quando 'l'oro nero' diventa argento field_506ffbaa4a8d4

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Fanno sentire i loro effetti le decisioni di fine novembre al ‘meeting’ dell’Organizzazione dei Paesi Esportatori di Petrolio (OPEC). La quotazione del greggio nei maggiori mercati internazionali, infatti, ha raggiunto negli ultimi giorni picchi di ribasso vicini ai 60 dollari al barile, come non accadeva dal 2009. Tanto che le maggiori case produttrici, anche in Italia, hanno stabilito un abbassamento delle tariffe al distributore di benzina.

Una decisione controversa, quella dei Paesi OPEC, che hanno stabilito di mantenere inalterate le quote correnti di produzione di petrolio, e con queste anche il prezzo del prezioso minerale. Che, a sua volta, registra da qualche mese a questa parte quotazioni insolitamente basse. Merito della contrazione dei consumi causata dal rallentamento delle economie di diversi Paesi e dallo sviluppo di forme energetiche alternative; ma anche del recente sviluppo negli Stati Uniti di tecniche produttive di petrolio e gas di scisto, che stanno rendendo il Paese americano, storico importatore, un attore emergente nel gruppo degli esportatori.

Tuttavia, anche in un simile scenario i Paesi dell’OPEC sembrano rimanere il vero e proprio ago della bilancia nel mercato globale di petrolio. Lo dichiarava a inizio novembre Michele Marsiglia, Presidente di FederPetroli Italia, per poi plaudire, a fine mese, la decisione dei dodici maggiori esportatori al mondo di mantenere inalterate le quote di produzione. L’ultima riunione dell’OPEC, in fin dei conti, doveva essere l’occasione per risolvere una volta per tutte il confronto, in seno all’Organizzazione stessa, tra i Paesi promotori di un aumento del prezzo del petrolio e quelli, invece, che optavano per un abbassamento. In altre parole, lo scontro tra Iran e Arabia Saudita, con i rispettivi alleati.

E la soluzione, come si comprende dai recenti ribassi, ha favorito la posizione del Regno dei Saud. Causando, all’indomani dell’incontro, un calo del Brent, l’indice di riferimento per il mercato di greggio europeo, di più di 6 dollari. Il mantenimento dei livelli di superproduzione attuale avrebbe aperto, riporta un’analisi di ‘Reuters’, una vera e propria battaglia tra i Paesi OPEC e i Paesi non OPEC. Una battaglia non di prezzo, come sottolinea anche il Presidente Marsiglia, ma di quote di mercato. L’OPEC ha dichiarato di voler mantenere una quota produttiva superiore ai 30 milioni di barili al giorno, superando così di almeno un milione di barili la quantità che, secondo le stime della stessa Organizzazione, sarà domandata dal mercato il prossimo anno. Esattamente l’opposto di quanto chiedevano Venezuela e Iran, che da alcune settimane spingevano per un taglio alla produzione di almeno due milioni di barili al giorno. Questi Paesi , infatti, stanno affrontando un difficile disequilibrio di bilancio: il Venezuela a causa del boom petrolifero degli Stati Uniti, un tempo grande acquirente del petrolio venezuelano, l’Iran a causa dell’ostracismo commerciale a cui è sottoposto, sotto forma di sanzioni internazionali.

Secondo alcuni addetti ai lavori, tuttavia, il mantenimento della superproduzione potrebbe portare buone notizie a Caracas: i prezzi bassi del greggio, infatti, rischiano di rendere assai poco competitivo sul mercato il petrolio di scisto statunitense, a causa degli alti costi di produzione, annullando così il nuovo ‘competitor’ a stelle e strisce. Su queste dinamiche, inoltre, aleggia lo spettro di un altro attore, esterno all’OPEC ma fortemente coinvolto nel mercato del petrolio: la Russia del Presidente Vladimir Putin. Non c’è dubbio che il difficile periodo che i bilanci di Mosca stanno attraversando, fiaccati anche questi dall’ostracismo commerciale euro-statunitense, non può che spingere la Russia ad auspicare un aumento dei prezzi del petrolio, di cui è esportatore, in un’ottica di aumento delle entrate per il Paese.

Dall’altra parte della barricata, invece, la situazione è totalmente diversa: i Paesi arabi del Golfo, Arabia Saudita in testa, sono dotati di riserve di valuta straniera tali da poter sostenere per un certo periodo questo gioco al ribasso, nel tentativo di estromettere dal mercato i concorrenti meno facoltosi. In questo senso, diventa chiara l’etichetta di battaglia di quote di mercato di cui parla anche Marsiglia. Si tratterebbe quindi soltanto di un ‘jihad’ commerciale da parte dei Paesi arabi del Golfo, o altri aspetti devono essere considerati?

Diversi analisti, ad esempio, richiamano l’attenzione su un elemento importante delle politiche dell’OPEC: la stabilità. Negli ultimi anni, infatti, il prezzo del greggio è stato soggetto a continue e repentine variazioni. Questo impattava direttamente non soltanto sui mercati finanziari, permettendo alla speculazione un’attività lucrosa e ancor più destabilizzante, ma anche, e soprattutto, sui negoziati dei contratti di produzione e acquisto dell’intero settore. Con conseguente incertezza per gli operatori in campo petrolifero e incapacità di progettare le politiche di approvvigionamento da parte degli importatori.

Da questo punto di vista, la scelta dei dodici dell’OPEC denoterebbe grande maturità e un’assunzione da parte dell’Organizzazione di un ruolo più responsabile rispetto ai decenni passati. Al giorno d’oggi, infatti, sembrano lontani i tempi delle crisi petrolifere indotte dai tagli alla produzione dei Paesi dell’OPEC, o l’uso dell’oro nero come arma commerciale per ottenere risultati in campo politico e delle relazioni internazionali. Secondo diversi analisti, oggi l’OPEC si starebbe comportando da vero regolatore e stabilizzatore dei prezzi del petrolio sul mercato, e starebbe utilizzando le proprie riserve per dispensare stabilità nel settore, a fronte di una situazione complessa nell’area vicino-orientale.

Una lettura diversa, rispetto a quella che accusa l’Arabia Saudita di condurre una guerra commerciale per danneggiare i propri concorrenti e che riabilita il Regno dei Saud al ruolo di grande stabilizzatore nel caos internazionale.
Quali saranno le vere intenzioni dell’Arabia Saudita? Non è forse possibile stabilirlo con certezza, ma un elemento si impone senza ombra di dubbio: a risentire maggiormente dei ribassi del greggio sarebbe proprio l’Iran, il grande avversario di Riad. Per stabilizzare il proprio bilancio, infatti, l’Iran necessita di un prezzo del greggio di circa 140 dollari al barile, quasi il doppio del prezzo attuale. Una cifra troppo alta, che supera di gran lunga i 120 dollari di cui necessita la Russia e i 100 del Venezuela, e rende l’idea di quale sia il dissesto dei conti nei palazzi di Teheran.

Malgrado ciò, il Paese non sembra voler esasperare i toni nel confronto con l’Arabia Saudita: come riporta il quotidiano ‘Al Arabiya’, il Ministro iraniano del petrolio Bijan Zanganeh avrebbe minimizzato il tenore dello scontro, spiegando come le decisioni da parte di alcuni Paesi di abbassare il prezzo del petrolio non debbano essere interpretate come una guerra di prezzi. Concetto ribadito, sempre secondo il quotidiano saudita, anche da alcuni rappresentanti della National Iranian Oil Company, impresa petrolifera statale iraniana, che avrebbero assicurato che il Paese fornirà petrolio secondo i prezzi del mercato internazionale e non intende entrare in una guerra dei prezzi. Volontà di distensione nelle relazioni internazionali o semplice quiete prima della tempesta? Difficile prevederlo. Nel frattempo ne approfitteremo, in Europa, per riempire i serbatoi delle nostre auto.

 

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