mercoledì, Aprile 14

Quando l’Italia si accorge dei contractor

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Dopo l’uccisione dei due ingegneri italiani rapiti in Libia, lo scorso luglio, si torna a parlare di sicurezza e soprattutto chi la porta avanti e dov’è lo Stato italiano. O meglio perché si accorge dei pericoli che incorrono gli operatori del settore solo a tragedia avvenuta.

Tra le righe, perché parlarne apertamente sarebbe rischioso, ritorniamo a parlare del contractor, sempre più indispensabile quando si parla di inviare del personale in zone ‘a rischio’. Le materie prime sono lì, gli interessi delle grandi multinazionali private (italiane non escluse) sono proprio lì. E la sicurezza diventa una condizione indispensabile, la morte di Salvatore Failla e Fausto Piano  ne sono la dimostrazione. La protezione privata è un argomento tabù nel momento in cui accadono questi fatti. E’ vero che sono imprese private ma, nel caso di industrie petrolifere, riguarda anche un po’ noi. Eppure c‘è chi sostiene che di fronte a questa zona d’ombra l’Italia continui a ‘fare le orecchie da mercante’.

Sempre stato così? No. In Libia, ad esempio, quando ancora c’era Gheddafi non c’era bisogno di protezione. Dopo la situazione è peggiorata. Gianni De Cecco, imprenditore e a capo di joint-venture che lavorava a Tripoli, ci spiega che fino a quel momento non era necessario rivolgersi a società di sicurezza privata. “Oggi si va a tuo rischio e pericolo. Io sono creditore di cifre importanti e lo Stato italiano non ci aiuta a nessun livello. Quando ho sentito la notizia dei due ingegneri in Libia mi sono immedesimato. Quando c’era Gheddafi le misure di sicurezza non servivano”.

Adesso un’azienda italiana privata non viene tutelata in sostanza, anche se porta avanti interessi nazionali? “Dal 2011 siamo non siamo considerati. Nel mio caso i soldi che devo incassare li porto in Italia, noi eravamo in Libia a lavorare. Ci hanno mandato a trattare da soli. Ma ci deve essere il Ministro italiano che parla con quello libico. Non si può delegare tutto ad un’ambasciata”.

Questa è la voce di un imprenditore, dall’altra parte chi collabora e si occupa di sicurezza si trova nelle stesse condizioni. Abbiamo chiesto a Cesare (nome di fantasia), un contractor, cosa vuol dire lavorare in Paesi ‘difficili’ e che cosa (non)  fa  lo Stato italiano.

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