mercoledì, Aprile 14

Quando l'Europa fa paura La rapida ascesa dei movimenti euroscettici e indipendentisti, tra affinità e divergenze

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L’Europa fa paura, a volte. Certo negli anni 50 era un’altra cosa, quando i padri fondatori dell’Unione Europea immaginavano un continente, appena devastato dalla guerra, pronto per ricominciare daccapo, in un clima di cooperazione e armonia. I padri fondatori del progetto europeista avevano visto in quelle istituzioni comuni, in quelle risorse comuni e, soprattutto, in quelle aspirazioni comuni un punto di svolta, un trampolino di lancio per arrivare a costruire un continente nuovo. O meglio, per arrivare a plasmare una nuova figura di soggetto internazionale: non uno Stato federale, perché i tempi non lo avrebbero consentito, ma nemmeno una semplice organizzazione. L’Unione Europea, nelle menti dei suoi padri, aveva compiuto il primo passo. Eppure, vari decenni dopo, l’Europa fa paura, a volte. E allora, con l’avanzare dell’euroscetticismo, ci si inizia a chiedere se qualcosa non sia andato storto.

Alle ultime elezioni del Parlamento Europeo, infatti, i movimenti euroscettici hanno guadagnato molto terreno, raggiungendo posizioni assai rilevanti anche nel quadro politico interno degli Stati membri. Questi risultati, in sostanza, hanno dimostrato come il paradigma dell’integrazione europea non sia poi così inquestionabile come era sembrato fino a poco tempo prima. E come tale processo non sia irreversibile.
È possibile far risalire le origini dell’antieuropeismo al 1999, anno di creazione di ben due gruppi parlamentari forieri di tale visione. È nel 1999, infatti, che si formano l’Europa delle Democrazie e delle Diversità e l’Unione per l’Europa delle Nazioni. Quest’ultima raccoglieva, fino al 2009, diversi partiti euroscettici di orientamento nazionalista e conservatore, gli stessi che nel 2002 fonderanno il partito europeo Alleanza per l’Europa delle Nazioni. Tali alleanze, più volte modificatesi nel corso degli anni, costituivano una forma di euroscetticismo che operava all’interno dell’Assemblea parlamentare della stessa Unione, e per la prima volta dei partiti politici nazionali si organizzavano per mettere in discussione dall’interno il processo di integrazione europea.

Operando con alterne fortune, incontrandosi e scontrandosi su diverse tematiche, i movimenti euroscettici raggiunsero l’apice del successo nel 2005. In tale data, infatti, le popolazioni di Francia e Olanda furono chiamate a esprimersi su quella che avrebbe dovuto essere la Costituzione Europea. Tuttavia, il referendum ebbe esito negativo nei due Paesi, provocando quella che può essere definita a buon diritto la più scottante battuta d’arresto del processo d’integrazione europea. Almeno fino ad oggi, quando l’antieuropeismo, nelle sue varie forme, continua a guadagnare terreno. Alle elezioni del 2014, infatti, i vari gruppi antieuropeisti, conversatori o progressisti, di destra o di sinistra, hanno guadagnato più del 16 % dei seggi complessivi. Le recenti elezioni politiche in Grecia, con la vittoria di Alexis Tsipras, leader della sinistra radicale e oggi Primo Ministro greco, non possono che confermare la crescita dell’euroscetticismo. Ma che cosa spaventa di più dell’Eurpa di oggi?

Complice la crisi del debito, il paradigma dell’integrazione europea si trova oggi ad essere posto in discussione per tutta una serie di ragioni. Le immagini della povertà dei cittadini greci, le estreme difficoltà economiche di cittadini europei costretti a rovistare nella spazzatura, sono qualcosa che ha profondamente colpito l’opinione pubblica. E allora quella visione armonizzatrice che era stata l’Unione, destinata a preservare la pace e la prosperità tra gli Stati membri, si stava trasformando in una gabbia, i cui lacci sembravano stringere sempre di più soprattutto i più deboli. Quella che doveva essere un’occasione di progresso congiunto, secondo gli euroscettici, si era trasformata in un insieme di regole sterili, rigide, volte a garantire una regolarità contabile percepita ormai come qualcosa di astratto. Si era formato, per così dire, un trade off tra la regolarità delle procedure, e la stessa sopravvivenza delle fasce più deboli della popolazione dei Paesi maggiormente colpiti dalla crisi. E nell’impossibilità di garantire un futuro ai propri figli, e contemporaneamente mantenersi nei limiti di spesa stabiliti dalla legislazione comunitaria, gli euroscettici avevano fatto la loro scelta.

La complessa struttura burocratica dell’Unione, inoltre, viene da questi movimenti percepita come una sorta di tecnocrazia ormai slegata dagli interessi comuni degli Stati membri, ma dedita al perseguimento di interessi propri, esercitando un’indebita intrusione nella sovranità nazionale. Anzi, secondo questa visione, è proprio la sovranità dello Stato ad essere totalmente messa in discussione con l’avanzare del processo di integrazione europea. L’introduzione dell’Euro quale valuta comune a molti Paesi dell’Unione, e l’entrata in vigore del Fiscal Compact, hanno finito col privare gli Stati di due strumenti essenziali per il controllo dell’economia nazionale e la gestione delle crisi: la politica monetaria, e la politica fiscale. Senza questi strumenti, in sostanza, i Governi nazionali devono limitarsi a portare avanti soluzioni decise altrove, sottoponendo le proprie aspirazioni al vaglio delle Istituzioni comunitarie. Molti pongono anche l’enfasi sul fatto che le Istituzioni, ad eccezione del Parlamento Europeo, non hanno alcuna legittimazione democratica. Tutto questo, e non solo, ha destato la progressiva indignazione degli euroscettici, che sono stati in grado di raccogliere sempre più consensi tra la popolazione degli Stati, specialmente quelli più colpiti dalla crisi.

I partiti euroscettici provengono da storie politiche assai eterogenee, lungo un arco di pensiero che si muove dall’estrema destra all’estrema sinistra. Nonostante ciò, sono accomunati da alcuni tratti distintivi, e così movimenti che in altre condizioni si sarebbero combattuti e scontrati nell’agone politico finiscono con il formare stravaganti ma solide alleanze.
Il principale punto di contatto tra questi movimenti è costituito dal rigetto delle politiche di austerity elaborate dalle Istituzioni dell’Unione. Gli antieuropeisti rivendicano quell’autonomia nell’adozione delle linee guida di politica economica che l’Unione gli aveva a suo tempo sottratto, per soddisfare, più che i richiami contabili di Bruxelles e Francoforte, le esigenze di ampie fasce della popolazione in gravi difficoltà. In quest’ottica, il particolarismo nazionale viene anteposto alla visione d’insieme, proprio perché tale visione non è più percepita come comune. Ancora, la sovranità nazionale viene rivendicata in forme più o meno radicali, mettendo in discussione alla radice la teoria della cessione di sovranità dagli Stati membri all’Unione, che ente sovrano non è.

Le principali divergenze tra i movimenti euroscettici, invece, sono proprio quelle legate alla particolare identità nazionale e alla storia politica di ognuno. Così, a titolo di esempio, partiti antieuropeisti, nazionalisti e conservatori come l’UKIP (Partito Indipendentista Britannico), guidato da Nigel Farage, e come il Front National di Marine Le Pen non hanno mai costituito un’alleanza proprio per le divergenze legate alla visione politica. Ancora, per restare in Italia, i due principali movimenti politici radicalmente euroscettici, il M5S (Movimento 5 Stelle) di Beppe Grillo e la Lega Nord di Matteo Salvini, eccezion fatta per la proposta uscita dall’Euro professano visioni politiche del tutto differenti. E così liberalismo, politiche sociali, visioni conservatrici e nazionaliste, progressimo e laicità, vengono accomunati, almeno temporaneamente, dal comune obiettivo antieuropeista.
Ancora una volta, le ultime elezioni in Grecia hanno dimostrato, nonostante le differenze, quanto possa essere forte il vincolo politico sorto sulla base del rigetto delle politiche di austerity. E così, la sinistra radicale di Syriza e la destra nazionalista dei Greci Indipendenti riescono non solo a convivere, ma anche a formare un governo congiuntamente, mettendo da parte le divergenze riguardanti, per esempio, la laicità dello Stato e la fede ortodossa.

In conclusione, l’euroscetticismo sembra non voler arrestare la sua avanzata, nel panorama politico non solo comunitario, ma anche nazionale. Almeno, non fino a quando le basi dell’integrazione europea non potranno essere discusse e ripensate al fine di essere più rappresentative delle esigenze nazionali, e meno oppressive, come invece vengono percepite dagli antieuropeisti. La rapida ascesa di Marine Le Pen nei sondaggi francesi è un dato emblematico di come, ormai, ampi strati della popolazione europea, anche nel cuore del vecchio continente, abbiano perso la fiducia nel progetto europeista. Ancora, la nuova Costituzione ungherese del 2012, con il governo di Viktor Orbàn, attuale Primo Ministro d’Ungheria e icona del partito conservatore Fidesz, sembra muoversi nella stessa direnzione. È di pochi giorni fa, infine, la nota di Gunnar Bragi Sveinsson, Ministro degli Esteri islandese, che interrompe ufficialmente i negoziati per l’ingresso dell’Islanda nell’Unione Europea, dopo la vittoria alle elezioni del 2013 del Partito Progressista, di orientamento euroscettico.

Gli esempi sono sempre più numerosi, e resta da chiedersi a questo punto quale futuro ci sarà per l’euroscetticismo, e come cambieranno gli equilibri politici e i rapporti di forza all’interno dell’Unione. Al di là di ogni giudizio di valore sulle posizioni espresse da questi movimenti, rimane un dato di fatto: nel processo di integrazione europea qualcosa sembra essere andato storto, e molte realtà politiche ne stanno prendendo atto, insieme al loro elettorato. L’inno dell’Unione Europea è pur sempre l’Inno alla Gioia, ma, attualmente, non la gioia di tutti.


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