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Quando l'economia prevale sui valori field_506ffb1d3dbe2

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Le reazioni occidentali all’entrata in vigore della legge anti omosessuali in Uganda sono state tempestive ed unanime. Stati Uniti, Europa e Nazioni Unite hanno espressivamente dichiarato il loro disappunto sulla palese violazione dei diritti umani e minacciato di attuare considerevoli tagli sugli aiuti bilaterali, sugli investimenti e sul turismo.

Dopo la condanna degli Stati Uniti il Ministro svedese delle finanze: Anders Borg il 25 febbraio scorso ha dichiarato ai media ugandesi: «L’idea di condannare delle persone all’ergastolo a causa del loro orientamento sessuale è inaccettabile. Attualmente stiamo rivedendo il programma di aiuti destinati all’Uganda e questo sarà un fattore che influenzerà le nostre decisioni».

Il portavoce del Ministero francese degli Affari Esteri, Romain Nadal il 28 febbraio scorso ha pubblicato un comunicato stampa in cui si specifica che la Francia sosterrà la società civile ugandese nella battaglia contro le discriminazioni sessuali, invocando la creazione di un Comitato internazionale che giudichi la violazione dei diritti umani in Uganda.

Non sono mancate altre prese di posizione contrarie alla legge compresa quella del Segretario Generale delle Nazioni Unite: Ban Ki-Moon.

Quasi all’unisono i paesi occidentali hanno chiesto il ritiro della legge minacciando serie conseguenze nei rapporti economici e diplomatici.

Dal 24 febbraio 2014 gli aiuti bilaterali di Norvegia, Danimarca e Olanda sono stati ufficialmente sospesi.

Le reazioni del Governo Ugandese si sono limitare a controbilanciare la condanna pronunciata dal Presidente Obama. Il Presidente Museveni in persona è intervenuto sottolineando che la Comunità Internazionale non si può arrogare il diritto di interferire sulla politica interna di un Paese, ricordando alla Casa Bianca di soffermarsi sulle politiche omofobiche di vari Stati Americani prima di criticare le decisioni prese dal Governo Ugandese.

Il riferimento riguarda la recente crociata del Partito Repubblicano contro l’omosessualità. Quattordici Stati Americani hanno approvato o stanno per approvare leggi segregazioniste contro la comunità gay in nome della libertà religiosa. La battaglia in corso sembra andare oltre la discriminazione sessuale. La evidente campagna omofobica potrebbe essere il Cavallo di Troia dei Repubblicani e degli ambienti conservatori per distruggere le libertà fondamentali della Costituzione.

Il Governo Ugandese ha scelto di non rispondere alle successive condanne e minacce pronunciate dagli altri Paesi Occidentali limitandosi a sorrisi sornioni. «Lasciamoli parlare, tanto non possono mettere in pratica le loro minacce», confida una esponente del Governo su protezione di anonimato.

Questa calma e la politica adottata di ignorare le pressioni occidentali potrebbero sembrare atti spavaldi di un Governo che non analizza le conseguenze delle sue azioni. Gli ultimi avvenimenti, al contrario, dimostrano la lungimiranza politica del Presidente Museveni rivelando che i sorrisi sornioni si basano su certezze relative all’impotenza dell’Occidente dinnanzi agli interessi economici in ballo nel Paese e al ruolo geostrategico dell’Uganda nella regione.

Il primo supporto internazionale all’Uganda proviene dalla Cina. Lunedì 10 marzo l’Inviato Cinese in Uganda, Zhan Yali, ha espressivamente condannato tutte le interferenze esterne sulle decisioni prese da uno Stato sovrano.

«L’Uganda è uno Stato sovrano e la legge anti omosessualità è un affare interno. Ogni interferenza esterna è semplicemente inaccettabile. Lo sviluppo dei diritti umani differenzia in ogni Paese. È per questa ragione che la Cina offre collaborazione economica e aiuti senza vincolarli al rispetto dei diritti umani. La nostra esperienza ci insegna che ogni tentativo di imporre valori estranei o accelerare il processo di riconoscimento dei diritti umani in un Paese possono generare effetti negativi, compromettendo lo sviluppo democratico e sociale interno».

Tale chiara e controversa affermazione è stata ribadita da Zhan Yali ieri, 12 marzo, durante una sua visita ufficiale presso gli uffici del media governativo  ‘The New Vision. Zhan Yali ha approfittato di questa occasione per annunciare ufficialmente il salto di qualità di Pechino nelle sue relazioni con il Continente Africano: «La Cina ha deciso di abbandonare la politica commerciale fino ad ora adottata. Gli scambi commerciali non sono più sufficienti. Ora si passerà alla realizzazione della rivoluzione industriale per rendere l’Africa una potenza economica e politica autonoma».

L’inviato cinese in Uganda ha anche firmato un finanziamento di 3,2 milioni di dollari per il potenziamento dell’esercito ugandese. Ufficialmente questo finanziamento sarà rivolto alle missioni di “pace” del UPDF in Africa.

La prevedibile e discutibile difesa dell’Uganda da parte della Cina è coerente alla politica di espansione dei mercati adottata da Pechino negli ultimi vent’anni. Una politica che privilegia l’economia rispetto ai valori e diritti umani.

La mancanza di coerenza va ricercata nel netto divario tra le bellicose dichiarazioni dei Paesi Occidentali e i reali rapporti economici con l’Uganda, attualmente divenuta l’esempio negativo dell’oppressione delle minoranze sessuali a livello mondiale.

The New Vision riporta la notizia di un finanziamento concesso quattro giorni fa per il miglioramento e il potenziamento della rete elettrica in varie regioni dell’Uganda per un totale di 293,4 milioni di euro.

Il finanziamento è stato concesso da una cordata di investitori: Banca Africana per lo Sviluppo, Banca Mondiale, l’Agenzia di Cooperazione Giapponese, la Francia e la Norvegia.

Sui primi tre investitori non si rivelano segnali contraddittori. Banca Africana per lo Sviluppo e Banca Mondiale hanno accuratamente evitato ogni commento o riferimento alla legge anti omosessualità e Tokyo, seguendo le orme di Pechino, ha pubblicamente affermato che questa scelta politica attuata dal Governo Ugandese non influenzerà i rapporti tra i due Paesi.

L’indignazione è rivolta invece verso Francia e Norvegia. La promessa di Romain Nadal di sostenere (anche finanziariamente) la società civile ugandese nella battaglia contro le discriminazioni sessuali è in netto contrasto con i 17,5 milioni di euro stanziati per la costruzione di centrale elettrica di 132 KWA presso la città di Hoima.

La solenne dichiarazione del Parlamento norvegese di aver sospeso gli aiuti all’Uganda come forma di pressione al fine di ottenere il ritiro dell’odiosa legge anti omosessuale, sembra essere stata completamente dimenticata una settimana dopo. La Norvegia finanzierà il potenziamento della rete elettrica pubblica nell’area Nkenda-Hoima e gli studi di fattibilità per il potenziamento della rete elettrica nelle aree Kafu-Hoima, Mirama, Kikagati e Nsongezi. L’ammontare totale del finanziamento norvegese è di 12,7 milioni di euro. Parte di essi saranno utilizzati per migliorare della UETCL, l’Enel ugandese.

Non ci risulta che a oggi la legge anti gay sia stata ritirata o modificata, quindi le scelte adottate da questi due Paesi Europei trasformano dichiarazioni e decisioni precedentemente espresse in supporto della minoranza sessuale ugandese in mera propaganda.

Riprendendoci dal iniziale stupore. Le ragioni di questi finanziamenti contraddittori vengono facilmente rivelate dalla zona beneficiaria degli aiuti bilaterali: il distretto di Hoima, dove nel 2017 sarà attiva la prima raffineria di petrolio nel Paese destinata a coprire il fabbisogno regionale di carburante e derivati entro il 2020. Molto probabilmente la raffineria sarà gestita dalla multinazionale francese TOTAL, con compartecipazione norvegese. Ora i conti tornano.

La difesa delle minoranze sessuali ugandesi e le minacce del Ministro svedese delle finanze, Anders Borg, sono state pronunciate durante una sua visita nell’Africa Orientale per rafforzare i legami economici tra Svezia e la East African Community. Lo stesso giorno della dura condanna contro la legge antigay, il Ministro Borg ha firmato importanti accordi commerciali con il Governo Ugandese rafforzando la presenza del Paese Nord Europeo nella strategica regione del Grandi Laghi. Il pacchetto totale di questi accordi ammonta a 26,9 milioni di euro.

Gli Stati Uniti fino ad ora non hanno fatto seguire nessun atto concreto alla minacce solennemente pronunciate dal Presidente Barak Obama. Difficilmente saranno prese delle misure economiche contro l’Uganda, secondo il parere di esperti di politica internazionale dell’Università di Makerere, a Kampala.

L’Italia ha scelto una politica di “low profile” assumendo un atteggiamento di neutralità sul delicato tema.

Questa scelta politica è dettata da semplici ragioni economiche.  Sotto iniziativa dell’Ambasciata d’Italia a Kampala da circa due anni è stato formato un “Business Club” per promuovere l’imprenditoria italiana in Uganda.  Si sono costituite due Camere di Commercio: una italiana in Uganda e una ugandese in Italia con il compito di favorire gli scambi commerciali tra i due Paesi. I promotori di tale iniziativa sono L’Ambasciatore Italiano Stefano Antonio Dejak  e il Primo Ministro Ugandese Amama Mbabazi. Per l’economia italiana il mercato dei Grandi Laghi è una boccata d’ossigeno.

L’Ambasciatore Dejak si è limitato a firmare il 28 febbraio scorso un comunicato stampa promosso dal Capo della Delegazione dell’Unione Europea in Uganda, Kristian Schmidt, dove si esprime il disappunto per l’approvazione della legge anti gay che contraddice il principio universale della difesa dei diritti umani.

Ricordando al Governo di Kampala le sue obbligazioni verso la Costituzione e il rispetto dei diritti umani, gli Ambasciatori della Delegazione Europea, chiedono nel comunicato la garanzia dei diritti umani infranti dalla legge anti omosessualità, senza accennare né al ritiro della legge, né ad eventuali sanzioni.

Il comunicato è stato interpretato negli ambienti giornalistici e politici ugandesi come una mera formalità diplomatica che non mette in difficoltà il Governo Ugandese né lo espone ad eccessive critiche.

Il 10 marzo scorso Kasha Nagasegera, famosa attivista ugandese dei diritti omosessuali, aveva lanciato un appello sul ‘Corriere della Sera’: “«Cominciate a negare i visti agli esponenti del Governo. Per il loro bene: se l’Occidente, dove i gay non sono perseguitati, é così immorale, perché andarci?»

Alla luce dei fatti il genuino appello di Nagasegera risulta una  fiducia mal riposta verso i paladini dei diritti umani e dei valori fondamentali della democrazia e delle libertà civili.

Si ha la sensazione che Nagasegera sia stata utilizzata per offrire ai lettori italiani un interessante articolo promotore di una dovuta presa di posizione sulla drammatica condizione di gay e lesbiche in Uganda, immediatamente trasformata in lettera morta anche dai gruppi di interesse che detengono la proprietà del prestigioso quotidiano italiano.

Gay e lesbiche ugandesi sono già stati immolati sull’altare del profitto e del libero mercato. Tra qualche settimana nemmeno i media occidentali troveranno l’argomento di interesse. Al massimo qualche Governo concederà asilo politico a qualche attivista gay ugandese. Gli altri, desormais, dovranno continuare a vivere nascosti nelle bidonville di Kampala.

 

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