sabato, Luglio 24

Quando la storia è sott'acqua

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L’Italia è una penisola ricca di storia e di cultura, la sua posizione centrale nel Mar Mediterraneo ha consentito nell’antichità il sorgere di civiltà e lo sviluppo di rotte commerciali grazie ai suoi 7000 Km di coste che ne attestarono il ruolo fondamentale nel corso dei secoli, permettendo il collegamento tra l’oriente e l’occidente di questo mare ed i tre continenti che su di esso si affacciano.

La sua particolare struttura geologica ha consegnato poi all’abbraccio marittimo alcuni luoghi come porti, parti di città che sono sprofondati col tempo nel mare costituendo uno dei patrimoni storici più ricchi ed interessanti al mondo.
Tra le rovine di città sommerse il meridione si attesta come luogo con il maggior numero di reperti con il parco sommerso della Gaiola a Napoli, il parco archeologico di Baia in provincia di Napoli dove il bradisismo ha provocato la sommersione di migliaia di metri quadrati di aree intensamente edificate in epoca romana, dove vi sono splendidi mosaici, parti di colonne, i resti di edifici romani che si inoltrano verso il largo per centinaia di metri, fino alla probabile linea antica della costa. In Sicilia a Mazara del Vallo con 700 punti di interesse archeologico, nell’arcipelago delle isole Eolie ci sono i resti di una antica villa romana dove a sette metri di profondità ci sono le strutture del piccolo porto che permetteva l’approdo alla villa. Queste sono solo alcuni dei punti più importanti, senza contare i numerosi ritrovamenti di navi romane, greche, affondate nelle rotte degli scambi commerciali.

Questi siti dipendono dal Ministero dei Beni Archeologici a cui fanno capo le varie Sovrintendenze del territorio, come la gestione del Parco Sommerso di Baia, istituito ed equiparato ad area marina protetta nel 2002 con decreto del Ministro dell’Ambiente (D.I. 7.08.2002), è stata affidata alla Soprintendenza per i Beni Archeologici di Napoli e Caserta, mentre quella della Regione Sicilia comprende i siti delle Isole Eolie,  di Mazara del Vallo.

Cosa si fa per tutelare questi siti? La tutela si realizza solo con l’esatta conoscenza di ciò che nasconde il mare, a questo proposito è nato il Progetto Archeomar-censimento dei beni archelogici sommersi scaturito dalle legge n. 264 dell’8 novembre 2002 che stanziava: “…3.751.825 euro per ciascuno degli anni 2003 e 2004 a favore del Ministero per i beni e le attività culturali…” , partito nell’aprile del 2004 (Archeomar1) nelle regioni Campania, Basilicata, Calabria e Puglia, conclusosi nel gennaio del 2008. Nell’autunno del 2009 è stato avviato il censimento nelle regioni Lazio e Toscana, conclusosi nel 2011 (Archeomar 2).

Il Progetto, coordinato e diretto dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali (MiBAC),  è stato sviluppato congiuntamente alle Soprintendenze per i Beni Archeologici delle regioni coinvolte e svolto con la collaborazione delle Forze dell’Ordine preposte alla tutela del patrimonio nazionale. Lo scopo principale è stato quello della catalogazione, localizzazione e documentazione del patrimonio archeologico sommerso nelle regioni coinvolte per creare una banca dati condivisa in grado di fornire agli organi preposti le basi e gli strumenti per la tutela e valorizzazione dei siti.
Le attività di ricerca, indagine, elaborazione e restituzione sono state eseguite da società specializzate nei campi delle esplorazioni marine, dell’archeologia e dell’informatica, che si sono aggiudicate le gare internazionali indette dal MiBAC.
I risultati di Archeomar 1 hanno portato alla descrizione e classificazione di 283 siti archeologici dei quali 30 nuovi ed inesplorati, realizzando la documentazione video-fotografica che ha permesso la realizzazione di un atlante fotografico e cartografico dei siti individuati, un documentario e altri prodotti divulgativi. Archeomar2 tra il 2009 e il 2010 ha permesso la documentazione diretta di 30 siti archeologici nelle acque delle due regioni, alla schedatura di 779 siti, alla scoperta di 15 siti inediti.
Nel Parco archeologico di Baia a Napoli il censimento svolto nel periodo 2004-2006 ha rilevato 14 siti con strutture antiche sommerse, 6 relitti antichi e 11 reperti isolati, mentre nelle acque di Isola Capo Rizzuto ha fornito la documentazione di sei relitti antichi romani e tardo antichi (di cui tre a Capo Colonna, uno a Punta Scifo, uno a Capo Bianco e uno a Seleno) e altri dodici ritrovamenti archeologici, nelle Isole Tremiti si è giunti a cinque relitti antichi (quattro di età romana, uno di età medievale e uno di datazione incerta) che costituiscono la maggiore concentrazione di relitti antichi nel basso Adriatico.

Per la salvaguardia dei patrimoni sommersi nel 2001 a Parigi è stata firmata una convenzione ratificata poi dall’UNESCO, per la salvaguardia del patrimonio subacqueo, che permette alla comunità internazionale di disporre un ulteriore strumento legale nel campo della cultura al fine di garantire un’efficace protezione contro i traffici illeciti e i rischi derivati dai conflitti armati. In Italia la ratificazione della convenzione è avvenuta tramite la legge n. 157 del 23 ottobre 2009.

Un’altra importante iniziativa è di Legambiente, si chiama ‘Salvalarte’ ed è una sorta di decalogo comportamentale per i visitatori del mare, per una corretta tutela e fruizione del patrimonio archeologico subacqueo. Essa nasce dal dossier proveniente dai risultati di Archeomar dell’esigenza di tutelare siti ad elevato rischio come i Campi Flegrei, le Isole Tremiti, Isola Capo Rizzuto, Mazara del Vallo, per i quali occorre intervenire immediatamente, attraverso provvedimenti ad hoc o il rafforzamento degli interventi già in atto, per salvare il patrimonio archeologico subacqueo, in pericolo di essere trafugato, danneggiato o distrutto. Il Dossier si conclude quindi con la proposta dei “Cinque passi”: cinque importanti provvedimenti che l’Italia dovrebbe adottare per salvare l’archeologia in mare del Belpaese e garantire una migliore tutela e valorizzazione dell’immenso patrimonio archeologico custodito nei nostri mari.

Quali sono i mezzi per rilevare e visionare i siti sommersi? La tecnologia fornisce un aiuto sempre più importante a riguardo, ad esempio la fotogrammetria sottomarina permette di ottenere una ricostruzione 3D affidabile e precisa del fondale. Il vantaggio di usare la fotogrammetria, rispetto alle tecniche acustiche, risiede nelle informazioni qualitative presenti nelle fotografie, che permettono di non limitare il rilievo a una semplice misurazione.

Per vedere da vicino i fondali si possono usare i sommergibili “Triton submersibles” biposto dotati di braccio meccanico e attrezzature di documentazione video-fotografiche, utilizzati nel settembre 2014 durante la campagna di ricognizioni archeologiche in alto fondale nelle acque di Pantelleria, Lipari e Panarea, coordinata per la Soprintendenza del Mare da Sebastiano Tusa e Roberto La Rocca con l’ausilio di Salvo Emma, è stata effettuata grazie alla concreta collaborazione della Global Underwater Explorers (GUE) nell’ambito del suo progetto “Project Baseline” coordinato dal Presidente della GUE Jarrod Jablonski e con il supporto di Francesco Spaggiari e Mario Arena.

Da poco più di un anno, settembre 2013 è stato presentato il TifOne un robot autonomo di nuova tecnologia ideato per censire e monitorare i siti archeologici sottomarini fino a una profondità di trecento metri. TifOne, messo a punto dal centro “E. Piaggio” dell’Università di Pisa, dal Dipartimento di Ingegneria Industriale e dell’Informazione dell’Università di Firenze, dal Laboratorio di Segnali e Immagini dell’ISTI-CNR di Pisa e dal Laboratorio LARTTE della Scuola Normale Superiore di Pisa.

Chi sono i nemici dei siti archeologici? A questa risposta concorrono diversi fattori e tutti causati dall’uomo. Ci sono i relittari quei sub a caccia di relitti per depredarli per giungere alle archeomafie, vere e proprie organizzazioni criminali che partono dal furto dei reperti per terminare con la loro vendita a collezionisti o musei stranieri mediante una serie di passaggi, l’inquinamento marino delle coste italiane dovuto alle discariche chimiche, dove alcune coincidono tristemente con importanti aree archeologiche, la pesca sui fondali con le reti a strascico dove oltre a procurare danni per la flora e per la fauna si distruggono anche eventuali luoghi archeologici, come il ‘Satiro di Mazara del Vallo’ una statua in bronzo alta due metri del peso di 96kg, scoperta casualmente nel 1988 durante una battuta di pesca nel canale di Sicilia da un peschereccio e consegnata alle autorità. Altro punto non meno importante è il turismo subacqueo irresponsabile, ad opera dei vacanzieri subacquei del fai da te che sfuggono al controllo delle Autorità permettendo loro l’asportazione di reperti archeologici dai fondali marini.

Cosa fare per implementare la salvaguardia del patrimonio archeologico subacqueo? L’incremento delle risorse umane unitamente all’adozione di tecnologie avanzate per il monitoraggio continuo è senz’altro una della soluzioni. Il sistema ‘STARS’ è stato adottato per il monitoraggio del sito archeologico subacqueo di Cala Gadir a Pantelleria che consiste nella sorveglianza satellitare dei movimenti in superficie, videosorveglianza dei fondali tramite telecamere, rilevatori di intrusioni ad ultrasuoni.

 

 

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