sabato, Settembre 18

Quando la privacy fa notizia (e business) Da Whatsapp a Dropbox. Cosa Internet sa di noi

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Pro-privacy 
 

 

 

 

 

 

 

 


Non è un mistero che la privacy è questione calda e cruciale per i netizen, un po’ meno per governi e corporation
.  Fra le tante indagini a ribadirlo, un report del settembre 2013 del Pew Research Report, secondo cui l’86 per cento degli utenti Internet stava prendendo contromisure per “coprire al meglio” le proprie impronte digitali, e l’annuale Index di TRUSTe del gennaio scorso: il 76 per cento degli interpellati dichiarava di controllare certificati e sigili pro-privacy di siti web e app varie.

Un quadro su cui si cerca ovviamente di capitalizzare le aziende hi-tech più attente, pur se a volte con comportamenti poco chiari. È il caso di WhatsApp, nota app gratuita per smartphone, la cui base utenza è arrivata a 4-500 milioni in otto mesi proprio perché dichiarava di non raccogliere indirizzi email o altre info personali, oltre che priva di inserzioni. Peccato però che recentemente è emersa una serie di problemi: falle nella policy sulla criptazione,  periodiche “occhiate” all’agenda degli indirizzi degli utenti, raccolta degli indirizzi IP di chiunque ne visita il sito web. 

Analoghe controversie stanno colpendo Path, social network che si autodefinisce come “innovatore della privacy” (tra cui il limite di 150 contatti) e conta circa 20 milioni di utenti, ma che si è beccato una cospicua multa dalla FTC (800mila dollari) proprio per “pratiche anti-privacy”, cioè per aver raccolto i dati personali di minorenni senza il consenso dei genitori.

Sul fronte opposto, il motore di ricerca DuckDuckGo si conferma invece in rigorosa linea con le sue policy di tutela, ben diversamente dal re Google e dagli altri motori al seguito. Non traccia gli utenti, né personalizza o filtra i risultati, né li passa agli inserzionisti – provare per credere. Risultato? un miliardo di ricerche nel 2013 e quasi cinque milioni solo a marzo. 

Né manca una fresca notizia  a ribadire il clima (apparentemente) confuso sul tema. Sabato scorso 29 marzo, in poche ore un tweet veniva rilanciato ben 3.500 volte: Darrell Whitelaw informava che Dropbox, nota piattaforma di archiviazione e condivisione personale,  aveva eliminato un file dalla sua cartellina perché “coperto da copyright in base al Digital Millennium Copyright Act (DMCA)”.  La preoccupazione generale era ovviamente che il servizio potesse curiosare a suo piacimento nei file degli utenti e prendere decisioni arbitrarie.

Non è così, ha subito ribadito un comunicato di Dropbox, in cui si chiariva che questi passi avvengono senza bisogno di  aprire i documenti degli utenti, bensì in automatico quando un file è identico a uno illegale già incluso in un apposito database diffuso dalle autorità Usa. Si tratta cioè  di una “black list” che comprende file già destinatari in passato di avviso d’infrazione al DMCA

Lo stesso Whitelaw ha confermato questo scenario ben più prudente, aggiungendo che quel tweet era “sfuggito di mano”, per via della tipica “follia di Internet”. Nessun allarme anti-privacy dunque, pur se è opinione comune che simili servizi online hanno comunque un modo per verificare i file che carichiamo, sia tramite occhi umani o con qualche algoritmo ad hoc.

 Quali soluzioni, allora? Fare sempre scelte oculate e informate, online come offline.

 

 

 

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