mercoledì, Ottobre 27

Quando la morte arriva in un metro d'acqua Fiumi e canali senza protezioni. Cosa fa il MIT oltre a scrivere circolari?

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«Ferrara. Marco Coletta, una vita che si poteva salvare»; «Rovigo. Nel canale con la macchina, il piccolo di 4 anni non ce la fa»; «Ferrara, finisce con l’auto in un canale. La vittima è una ragazza di 20 anni»; «Si ribalta nel canale, 21enne miracolata»; «Auto finisce nel canale: muore cuoco di 34 anni»; «Finisce con l’auto in un canale del Fucino: giovane di Capistrello perde la vita»; «Armungia, cade con l’auto in un canale- Muore annegato un ex ferroviere».

Potremmo ancora continuare con altri quattrocento  titoli di cronaca. Chi sente le notizie in tv o li legge sulle  pagine dei quotidiani prova una stretta al cuore, pensa alla fatalità ma poi, impotente, volta pagina. Fatalità? Sì, certo fatalità, ma solo questo? Possibile non ci sia un modo per evitare queste morti? Quando un’auto cade in acque profonde è ovviamente quello di uscire dalla macchina. Al più presto, ma se ci provi azionando il pulsante che abbassa i vetri elettricamente, è impossibile, sott’acqua saltano tutte le centraline elettriche.  Se provi ad aprire  lo sportello, non ce la fai perché la pressione dell’acqua che preme sullo sportello te lo impedisce. Allora?  Allora, a caldo, si potrebbe pensare di ripristinare la vecchia manovella abbassavetri che c’era nelle macchine prima dell’avvento dell’elettronica, ma Gordon Geisbrecht, professore dell‘Università di Manitoba (Canada), ha fatto di meglio: analizzando le 400 morti per affogamento all’anno , ha stilato una serie di istruzioni da seguire per salvarsi la vita nei due-quattro minuti di tempo che l’automobilista ha a disposizione prima che si consumi tutto l’ossigeno e giunga l’asfissia.

Le istruzioni di Geisbrecht (che trovate tradotte e illustrate dal settimanale ‘Al Volante vanno dal taglio delle cinture di sicurezza, all’utilizzo di un apposito martelletto (ma basta avere nel cassetto portaoggetti anche un piccolo martello da tappezziere) per spaccare il vetro (quello del lato guida). Niente telefonate per chiedere soccorso: due minuti finiscono presto. Ma spesso le auto non finiscono in acque profonde. Spesso la morte colpisce anche in un canale di uno, due metri d’acqua. Lì il problema principale è liberarsi dalle cinture di sicurezza che potrebbero essersi bloccate. Vanno tagliate con un cutter (da tenere anch’esso nel cassettino portaoggetti). Ma gli occupanti potrebbero essere svenuti, feriti o, comunque, non essere in grado di reagire. Se l’auto non si fosse ribaltata potrebbe essere utile un localizzatore elettronico come quello installato sulle scialuppe di salvataggio in mare. Il sistema esiste già con l’installazione della “scatola nera”, ma potrebbe essere a pagamento, mentre io sostengo che, insieme agli oggetti salva vita (cutter e martelletto), dovrebbe far parte della dotazione obbligatoria di tutte le auto in circolazione.

Per i canali che costeggiano la strada poi, ci dovrebbe essere sempre un guard-rail che impedisca, specie nelle zone di nebbia sovrana (soprattutto il ferrarese e il veneto), di finire in acqua anche se il guidatore, come nel caso di Marco Coletta, non è ubriaco e non viaggia ad alta velocità. Nella nebbia si fa presto a finire in una trappola. “Marco è annegato per l’uscita di strada nonostante viaggiasse sotto il limite di velocità consentito – a dichiararcelo è Luigi  Ciannilli Presidente del Comitato per la Sicurezza Stradale “F. Paglierini” nato a Ferrara sulla scia della forte commozione per la morte del giovane  Coletta – La strada nel 2002, per oltre 16 metri , era  priva di guard-rail (adesso c’è). La nostra associazione  fa  rilevazione dati sulla mortalità da incidenti stradali nella Provincia  di Ferrara, al top delle classifiche europee per le concause determinate dalle condizioni delle  strade (1.072 morti dal 1998, 24 morti da gennaio 2014) attingendo quotidianamente, da oltre 12 anni, dagli organi di informazione locali (almeno fino quando l’Italia e l’Europa non si decideranno ad attivare un sistema di rilevazione che darebbe anche i dati dei feriti e potrebbe essere utilizzato a fini di prevenzione come i dati in transito per i ‘pronto soccorso’ degli ospedali o del 118). Ciannilli, che ci ha fatto avere un prezioso vademecum di 14 suggerimenti sulla sicurezza stradale (correlato a questo articolo),  conclude indignato: “tutti questi incidenti sono avvenuti per l’assenza o insufficienza delle barriere di protezione lungo canali molto spesso costeggiati da lunghe file di platani, nonostante la Circolare del 21 Giungo 2004 del Ministero delle infrastrutture e trasporti  imponesse le protezioni”. Prima di tutto la sicurezza.

E’ il Ministero delle infrastrutture a doverci pensare, a dover rendere obbligatori i salvavita e a garantire la protezione delle strade. Per i costi si potrebbero trovare finanziamenti anche dalle compagnie assicurative, sicuramente interessate, che, del resto, con “Fondazione Ania” hanno già realizzato numerose iniziative di pubblica utilità come, tanto per citarne una, io guido con Prudenza (campagna rivolta ai giovani contro l’alcool e l’alta velocità). Parlando con il collega Emanuele Laurenzi dell’ufficio stampa ci ha detto che, per il momento, la Fondazione non ha intrapreso iniziative in questa direzione , ma in futuro non è escluso.

Il Ministero delle infrastrutture e  trasporti (MIT), oltre a scrivere circolari, dovrebbe fare:

–          Prevenzione con la costruzione di barriere di protezione lungo i canali.  

–          Informazione: nelle scuole in generale (nel programma di educazione stradale), nelle scuole guida in particolare  e, con la collaborazione delle Compagnie di assicurazione, anche con la distribuzione di dépliant illustrativi agli assicurati RCAuto per insegnare cosa fare e come comportarsi in  situazioni di questo tipo.

–          Dotazione obbligatoria  delle autovetture il kit salvavita. Le case costruttrici, con pochi euro, potrebbero corredare tutte le auto di questi semplici strumenti.

Una volta, molti anni fa, mi capitò di leggere un articolo di “Selezione” del Rider Digest (negli anni ’60 era la lettura preferita di molti giovani) nel quale si parlava di come evitare di andare fuori strada per l’attraversamento improvviso di un cane o di un gatto. L’autore, se non ricordo male uno psicologo, diceva che la reazione automatica di un automobilista è sempre quella di sterzare bruscamente per evitare l’ostacolo, finendo fatalmente fuori strada  col rischio di perdere la vita. Piuttosto che morire,  scriveva in sostanza, meglio prepararsi all’impatto e, anche se è brutto dirlo, investire l’animale centrandolo in mezzo alle due ruote anteriori . Lo so, gli animalisti potrebbero insorgere, ma qui si sta parlando di vita umana contro quella di un animale. Lo psicologo, di cui non ricordo più il nome, consigliava di esercitarsi mentalmente, e soprattutto ripetutamente, per superare l’istinto di sterzare. La stessa esercitazione mentale dovrebbe essere fatta per le cadute in acqua con l’auto, per abituarsi a mantenere la calma e ad eseguire velocemente tutte le procedure di salvataggio perché bisogna sapere – esattamente – cosa fare in quella manciata di secondi che separa la vita dalla morte.

 

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