giovedì, Giugno 24

Quando la Giustizia è un'opinione

0
1 2


Carceri a parte, se si presta attenzione alle relazioni presso le Corti d’Appello, se ne ricava un quaderno di doglianze infinito. Da Torino a Palermo, da Milano a Roma, è lo stesso grido di dolore: difficoltà organizzative, carenze di organici sia per il personale d’ausilio, sia nei vertici apicali dei distretti.
Grazie a una frettolosa riforma della Pubblica Amministrazione fortissimamente voluta dal Ministro Marianna Madia, per quel che riguarda i magistrati si è pensato bene, senza gradualità, di abbassare la soglia dell’età pensionabile: centinaia di magistrati dal giorno alla notte hanno dovuto svuotare i cassetti dei loro uffici, ma non ci sono altrettanti magistrati per riempire i vuoti. I concorsi sono lenti e lunghi, e anche le nomine del Consiglio Superiore della Magistratura: ognuna viene attentamente contrattata tra le varie componenti.

giustizia-legge-opinione-ministro-orlando-a-palermoC’è un arretrato spaventoso di processi, sia nel civile che nel penale. Così si vagheggia: perché se alcuni procedimenti li si trasforma da materia penale a materia civile, si ‘libera’ la scrivania di un pubblico ministero, ma si intasa contemporaneamente quella di un altro magistrato; e si possono anche allungare i tempi della prescrizione, ma si tratta comunque di un’aspirina quando occorrerebbe almeno un antibiotico. E comunque, se a Roma o a Napoli ogni magistrato si trova a fare i conti con centinaia di procedimenti al mese, è evidente che una buona metà verranno accantonati, e saranno comunque destinati a ‘morire’ per prescrizione; e si badi: circa il 70 per cento dei procedimenti non si prescrivono per manovre dilatorie messe in atto dalla difesa dell’imputato. Si verificano quando ancora sono dal Giudice per l’Indagine Preliminare o dal Giudice per l’Udienza Preliminare, quando cioè il difensore non può neppure mettere bocca. Si conferma, insomma, quello che il Presidente Giorgio Napolitano aveva denunciato, inascoltato, nell’unico messaggio inviato alle Camere (e dalle Camere lasciato cadere): «l’intollerabile durata dei processi»;  che, denuncia il Presidente della Corte d’Appello di Napoli, «inevitabilmente comporta che si effettuino criticabili scelte nell’individuazione di criteri per la trattazione privilegiata di alcuni processi penali, accantonandone altri; il tutto si traduce in una inevitabile prescrizione del reato».

I dati nazionali, ora, così come li riferisce il Ministro della Giustizia: «I detenuti, al 31 dicembre 2015, sono 52.164; la capienza è di 49.574 posti, i parametri della Cedu nel rapporto capienza/presenza sono rispettati in tutti gli istituti di pena del territorio nazionale. Nessun detenuto è sistemato in uno spazio inferiore ai 3 metri quadri previsto dalle raccomandazioni europee». E tuttavia, è sempre Orlando che parla, «l’Italia rimane uno dei Paesi a più alto tasso di recidività in Europa. Il che significa che non è conseguita, in troppi casi, la finalità rieducativa della pena. Sono assolutamente convinto che in questo caso non soffriamo in particolare di previsioni normative inadeguate o insufficienti. Soffriamo di una disattenzione o di una colpevole distrazione generale».

La relazione annuale relativa all’anno 2015 presentata a Strasburgo dal Presidente della Corte europea dei diritti dell’uomo, Guido Raimondi. In via generale, Strasburgo prende atto della diminuzione dell’arretrato che passa da 69.900 ricorsi pendenti a 64.850, con un numero di procedimenti chiusi che supera l’entrata di nuovi casi. L’Italia resta, però, quarta assoluta con 7.567 ricorsi pari, in percentuale, all’11,69 per cento del totale. Ed è l’unico Paese Ue tra i primi quattro, preceduta dall’Ucraina (13.832), dalla Russia (9.207) e dalla Turchia (8.446).
Il maggior numero di condanne è quello ‘collezionato’ dalla Russia (109 su 116 sentenze); segue la Turchia (79 su 87). Dal 1959 al 2015 la Turchia è stata condannata 2.812 volte; l’Italia 1.780; la Russia 1.612. Per quel che riguarda il contenuto delle sentenze e delle violazioni accertate, nel 2015 la maggior parte riguarda la violazione dell’equo processo (24.18 per cento). Il 23 per cento dei casi riguarda la violazione dell’articolo 3 che vieta la tortura e i trattamenti disumani e degradanti. Segue la violazione del diritto alla libertà personale (15,63 per cento).

Intervenuto a Palermo il Ministro della Giustizia Orlando invita a «una riflessione che compete alla politica, la quale ha mostrato forse troppa timidezza nell’intervenire e stabilire regole per chi le regole è poi chiamato ad applicarle. Questa timidezza è dovuta a molti fattori: è dovuta a una certa sacralizzazione del ruolo e della funzione della magistratura, che ha ragioni storiche profonde e condivisibili, che è inversamente proporzionale alla perdita di credibilità che la politica ha patito negli ultimi decenni. Ma è dovuta anche a mutamenti economici e sociali sempre più imponenti, che superano ampiamente i confini nazionali e rispetto ai quali dobbiamo costruire strumenti di analoga portata. Far valere le ragioni della politica diviene dunque sempre più difficile. È tuttavia necessario perché la politica mantiene, secondo le regole della democrazia, un insostituibile compito di carattere ‘architettonico’, svolge cioè la funzione di direzione e di determinazione, degli orientamenti generali del Paese, che la Costituzione le assegna».

‘Vuoti’, ‘timidezza’… Quei ‘vuoti’ chi li ha lasciati? La politica. Se questa ‘timidezza’ c’è stata, la responsabilità maggiore è del ‘timido’. Un ‘timido’ che al tempo stesso spesso si è mostrato ben ‘arrogante’, ‘sfrontato’… Bene, ottimo questo richiamo alla Costituzione. Da ricordare più spesso.

 

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Condividi.

Sull'autore

End Comment -->