sabato, Settembre 25

Quando la cultura diventa business Niessen: “Importante pensare a un’idea e a come renderla economicamente sostenibile”

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C’è ancora speranza per l’impresa culturale italiana. Nonostante la crisi economica e la più volte ribadita debolezza del comparto culturale, nel nostro Paese ci sono ancora tante giovani realtà, idee innovative e progetti interessanti che possono riuscire a produrre profitti con la cultura. Di scovare le realtà giuste, quelle con maggiori potenzialità economiche, se ne occupa un team creato dall’associazione culturale Doppiozero, che vede la partecipazione di Avanzi-sostenibilità per azioni, player nel campo dello sviluppo sostenibile; Fondazione <ahref, centro di ricerca e sviluppo con focus sui media civici; Tafter, prima e unica rivista online che si occupa di economia e cultura in Italia; Fondazione Fitzcarraldo, centro indipendente per la progettazione, ricerca, formazione e documentazione su management e politiche della cultura, delle arti e dei media; Societing, primo osservatorio italiano sull’innovazione e i movimenti sociali; e Lìberos, rete sociale composta da scrittori, editori, librai, biblioteche, associazioni culturali, festival e altri professionisti della Sardegna. Il team è inoltre supportato dal quotidiano Il Sole 24 Ore.

Che Fare è una piattaforma collaborativa che offre l’opportunità a organizzazioni no profit e profit di condividere il proprio progetto culturale per favorire la creazione di reti di imprese che possano avere un alto impatto sociale e che possano sviluppare modelli economicamente sostenibili. Come si legge nel sito dell’organizzazione «Il sapere è sempre più reticolare e diffuso. La centralità delle nuove tecnologie sta contribuendo a fare emergere un particolare tipo di intelligenza collaborativa basata sull’empatia. I processi cooperativi ne risultano così facilitati, col risultato di dare vita a una grande quantità di nuove pratiche di produzione sociale, culturale, economica. Le buone idee oggi si trovano dappertutto e il loro valore ha a che fare in misura sempre maggiore col consenso costruito all’interno delle comunità e dei territori. Per questo c’è bisogno di immaginare nuove formule – di progettazione, organizzazione, distribuzione della cultura – che siano in grado di agire nella molteplicità. Allo stesso tempo è necessario sperimentare nuovi modi per sostenere economicamente le iniziative culturali, nuove forme di economia basate su creatività, innovazione e collaborazione, giocate su definizioni alternative di valore. La cultura in Italia ha bisogno di nuove spinte e proposte, pena la decadenza culturale, morale e umana del nostro paese. Una sfida che la cultura e le pratiche innovative possono e devono raccogliere».

Il progetto di Che Fare, che prevede annualmente l’assegnazione di un premio di 100 mila euro alla startup più meritevole nel campo della cultura, nasce nel 2012, con l’assegnazione del primo premio nel 2013. Il concorso si struttura in due fasi. Nella prima fase vengono raccolti i progetti, che devono rispettare alcuni criteri, come la promozione della collaborazione; la ricerca di forme innovative di progettazione, produzione, distribuzione e fruizione della cultura; la scalabilità e riproducibilità; la sostenibilità economica nel tempo; la promozione dell’equità economica dei lavoratori; un impatto sociale territoriale positivo; l’impiego di tecnologie e filosofia opensource; il coinvolgimento delle comunità di riferimento e dei destinatari del progetto presentato nella comunicazione delle proprie attività. I progetti vengono poi sottoposti a una prima scrematura, rimanendo solo in 40, che saranno poi pubblicati sulla piattaforma di CheFare per essere votati direttamente dagli utenti. In questo lasso di tempo i progettisti possono autonarrarsi sulle piattaforme civiche online messe a disposizione da <ahref, avendo così la possibilità di raccogliere feedback anche dai territori in cui sono nati i progetti. Infine una giuria di esperti dà il verdetto finale sul progetto migliore.

Il vincitore di questa seconda edizione, che ha superato tutti gli step della prova, è il progetto Di Casa in Casa, che si propone di costruire una rete di coordinamento tra le 9 case multidisciplinari del quartiere di Torino, per mettere in comune esperienze, progetti e attività. Un esempio di come la cultura possa essere un valido settore di business, specialmente nell’ambito di un’economia collaborativa. Lo stesso project manager dell’associazione Doppiozero, Bertram Niessen, che ha curato il premio, sostiene che “bisogna cercare di fare cultura in modo nuovo, anche perché fondi e contributi pubblici sono sempre più ridotti all’osso. Per questo il modello della startup, che pur tra molte difficoltà è un settore in crescita, può funzionare. È importante sviluppare un’idea e allo stesso tempo ragionare su come renderla economicamente sostenibile. La cultura ha tempi e modi diversi da quelli delle imprese più tradizionali, ma un progetto di business è fondamentale”.

Non è il solo a credere in una cultura che possa dare profitti sia a livello sociale che economico. Nell’arco di un anno, infatti, sono notevolmente aumentati i progetti presentati per il premio Che Fare. Nel 2012, anno della prima edizione, i progetti presentati erano 506 e sei i finalisti selezionati dalla rete con 40 mila voti. In questa edizione, invece, i numeri sono diversi: 612 i progetti arrivati, ridotti a 40 da un team di esperti e votati da oltre 71 mila persone. Dati confermati dallo stesso Niessen, che afferma che “nella prima edizione abbiamo raccolto 500 progetti di startup, associazioni culturali, cooperative, aziende, comitati e fondazioni. Nella fase di votazione online sono stati espressi oltre 42 mila voti, un numero veramente sorprendente se si pensa alla retorica imperante secondo la quale della cultura non si interessa veramente più nessuno. In questa seconda edizione abbiamo raccolto oltre 600 progetti, con una qualità media decisamente migliore. È segno che il lavoro di disseminazione e restituzione che Doppiozero ha svolto insieme ai suoi partner ha funzionato, ma credo che sia anche un indicatore del fatto che la consapevolezza di chi cerca di sviluppare nuovi modi di far crescere la cultura in Italia oggi sia cresciuta”.

La seconda edizione del premio Che Fare si è basata su quattro principi guida, ovvero la collaborazione, la condivisione, la ricerca e il racconto. L’anima del progetto è, infatti, quella di lanciare una discussione pubblica sul senso di fare impresa culturale oggi, rapportandosi alla situazione economica e sociale del territorio italiano. Un contesto che sembra essere caratterizzato da un forte immobilismo delle istituzioni centralizzate, nel quale emergono le nuove produzioni culturali che arrivano dai processi collaborativi posizionati ai margini, alle comunità e ai territori locali, che trovano sbocco grazie alle nuove tecnologie informatiche. Queste pratiche collaborative, come spiega Niessen, “producono non solo cultura e conoscenza, ma iniziano a produrre scenari economici sostenibili dalle forme nuove basate sempre di più sui principi collaborativi”. E in un periodo in cui c’è una forte discontinuità con le forme di sostentamento della cultura che erano attive in passato, c’è sempre più bisogno di reimmaginare nuove formule che siano in grado di sostenere economicamente le imprese culturali.

Non tutti i progetti, però, sono significativi. Come spiega Niessen “oggi in Italia si usa il termine startup in modo generico per indicare tutte le attività di nuova costituzione, ma in realtà le startup sono una tipologia imprenditoriale ben precisa che si relaziona con il mercato all’interno di un sistema di pratiche e di regole ben determinato, fatto di round di investimenti e di quote societarie. Con Che Fare abbiamo molto chiaro che, per riuscire a intercettare le pratiche emergenti nell’ambito delle imprese culturali non possiamo limitarci a considerare le startup ex-lege ma, al contrario, abbiamo aperto il campo a una pluralità di soggetti giuridici diversi, provenienti dal Terzo Settore e dal mondo associativo. Quello che ha funzionato per i progetti selezionati è stato il saper rispondere nel modo migliore possibile alle richieste che esprimeva il bando”.

La sostenibilità economica è uno dei criteri richiesti dal bando, ma sembra essere uno degli elementi più facilmente dimenticati dai concorrenti. Come spiega Niessen, “la questione della sostenibilità economica non è presa sufficientemente in considerazione e il business model è assente o assolutamente inadeguato. Anche gli aspetti comunicativi tendono ad essere presi sotto gamba: molte realtà italiane della cultura hanno siti internet antidiluviani e utilizzano codici legati al passato. Le competenze di comunicazione tramite i social media, inoltre, sono spesso inadeguate e chi gestisce le risorse non riesce a rendersi conto di quanto la co-costruzione di valore assieme ai pubblici sia il meccanismo necessario per poter immaginare qualsiasi percorso di sviluppo”.

I 40 progetti, quindi, vengono selezionati in modo meticoloso dagli esperti e dopo la votazione del pubblico, rimasti in 9, vengono valutati dalla giuria. Di nove finalisti solamente uno sarà il vincitore dei 100 mila euro, ma gli altri progetti, se meritevoli, non saranno dimenticati. Come spiega Niessen, “per noi i progetti finalisti sono tutti ugualmente importanti, per questo rimaniamo in contatto con tutti e continuiamo a seguirne lo sviluppo anche nei mesi successivi. Per molti Che Fare è stato anche una vetrina, per esempio il primo degli esclusi, Dolomiti Contemporanee, ha già avuto dei finanziamenti, altri stanno già sviluppando un proprio percorso di sostenibilità economica”.

Che Fare rappresenta quindi un’importante occasione di vetrina per le startup, nel senso ampio del termine, che vogliono fare impresa sulla cultura, ma non basta. Serve un maggiore coinvolgimento della pubblica amministrazione, che nonostante la riduzione dei fondi dovrebbe seguire l’evoluzione di progetti che potrebbero fare la differenza nelle comunità. Secondo Niessen, “nelle Pa esistono molti esempi coraggiosi di traduzione di procedure e interfacce datate secondo logiche nuove, ma c’è bisogno di interventi strutturali che si muovano secondo linee guida ben precise: semplificazione della burocrazia, implementazione della trasparenza, dell’apertura e dell’accesso, sviluppo di linee di accesso al credito agevolate e riduzione della pressione fiscale per le imprese con caratteristiche, lavoro concreto per la costruzione di tavoli di lavoro interdisciplinari. Credo che il settore pubblico abbia sostanzialmente due compiti: il primo è quello di informare nel modo più chiaro e trasparente possibile sulle opportunità, sulle leggi e sugli scenari fiscali, dotandosi di strumenti nuovi per dialogare con la cittadinanza. Il secondo ha a che fare con la ricerca, perché le startup non vivono nel vuoto assoluto, ma possono proliferare in settori in cui le università sono forti e ben finanziate”.

La cultura, in questo contesto, non può più essere vista come un ambito bello ma senza profitto. Il business si può creare, basta pensare a un progetto economicamente sostenibile e in grado di affrontare il mercato. Più facile a dirsi che a farsi? Sono sempre di più quelli che ci credono e questo è fondamentale per riuscire a raggiungere l’obiettivo.

 

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