mercoledì, Agosto 4

Quando investire in Italia è una fatica Attrazione europea di investimenti, libera circolazione di capitali, ‘residence and citizen planning’ e responsabilità: dove si colloca l’Italia? Risponde Giorgio Galeazzi, Professore di Economia dell’Università di Macerata ed esperto in analisi economica dei comportamenti criminali

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Esemplificando sulle difficoltà di accesso a una posizione contabile in Italia, “Se oggi”, prosegue l’economista, “un cittadino russo che voglia svolgere attività perfettamente legali – come un’intermediazione commerciale tra produzioni italiane e acquirenti russi – prova ad aprire un conto corrente su una banca italiana, si trova di fronte a difficoltà enormi. Sarà allora costretto a rivolgersi a banche estere che, poi, sono autorizzate a loro volta a operare in Italia. L’alternativa sarebbe andare a cercare una cittadinanza in qualche Paese europeo attraverso cui possano aprire con facilità un conto corrente italiano”.

Le ragioni di questo accesso limitato “si devono al fatto che le banche, in particolare quelle italiane, sono fortemente condizionate e poste sotto osservazione (pensiamo al problema dei crediti ‘deteriorati’ divenuti inesigibili – i cosiddetti ‘non performing loans’), quindi hanno grosse difficoltà ad aprire conti correnti a cittadini stranieri perché gli viene impedito dalla normativa applicata sul territorio nazionale. Cittadini, ripeto, che non chiedono prestiti, ma hanno semplicemente bisogno di accogliere versamenti provenienti da attività commerciali svolte in Russia nei confronti di produzioni italiane: detto altrimenti, è interesse dell’Italia che queste operazioni siano agevolate. Tuttavia, conosco persone che non sono riuscite ad aprire un conto corrente in Italia: dopo mesi o anche un anno di burocrazia, alla fine sono state costrette a rivolgersi a banche estere  o internazionali”.

C’è poi la questione dei costi: “Queste società si rivolgono, ad esempio, alla Romania, dove i costi sono molto bassi. Possono fondare lì una società e poi operare tranquillamente in Italia: con una spesa di 250 euro nel giro di 2 giorni – a fronte di diverse migliaia di euro, fra pratiche notarili, autorizzazioni e altre lungaggini burocratiche – la società neo-costituita potrà essere perfettamente operante in Italia”.

Riflettere sul rapporto legalizzato tra investimenti e ottenimento della cittadinanza spinge a considerare quelle società private che svolgono, come propria ragione sociale, attività di ‘residence and citizen planning‘, ossia facilitano l’acquisizione di quello status, facendo leva sulla forza espansiva – per tutti i motivi sopra considerati – e i futuri effetti di questo mercato.

La Henley & Partners, impresa di consulenza domiciliata nell’isola di Jersey (Dipendenza della Corona britannica), ha 27 sedi sparse per il mondo (comprese Londra, Zurigo, Ginevra, Vienna e Lisbona), un posto di rilievo nei ‘Panama Papers’ e ha assunto un ruolo di concessionario esclusivo nel programma di vendita di passaporti avviato nel 2015 – dopo il placet della Commissione europea – dal Governo maltese. Come è noto, il suo establishment è coinvolto in una vicenda di corruzione e tangenti che ha portato all’uccisione della giornalista Daphne Caruana Galizia.

Considerato che la citata holding, due anni fa, ha tentato senza successo di aprire una sede in Italia – che si posiziona in cima alla graduatoria dei passaporti ‘utili’ al business, secondo un indice curato dalla stessa Henley in collaborazione con IATA (Associazione canadese del trasporto aereo e internazionale) – c’è da chiedersi se il ‘no’ italiano alla Henley sia dovuto a ragioni di trasparenza politico-finanziaria.

Si tratta”, risponde Galeazzi, “di ragioni semplicemente burocratiche, fiscali e amministrative. Dipende solo da questo: non c’è una scelta politica alla base… Anzi, potrebbe esserci – ma di segno opposto, non di chiusura -, però nella pratica in cui si svolgono questo tipo operazioni, si creano difficoltà tali da scoraggiarle.

Ma qui mi riferisco a operazioni assolutamente legali, non di riciclaggio o altro. Per fare un esempio semplice, se come intermediario devo vendere abbigliamento a un negozio che sta a Mosca, da là arriveranno i soldi come anticipo per il pagamento della fattura che sarà girata in Italia, luogo dell’acquisto. Operazioni legalmente lineari e corrette. C’è difficoltà, da parte dell’Italia, nell’adeguarsi anche a queste esigenze minime di tipo amministrativo!

Per ciò che riguarda, invece, concedere la cittadinanza, l’Italia è in linea con gli altri Paesi. Nella graduatoria della Henley, risulta essere un Paese ambito, che a sua volta ha accesso ad altri Stati (176 su 196), in quanto ampiamente riconosciuto e con tutti i requisiti. Però l’Italia è, a sua volta, impermeabile ad attività legali che potrebbero essere svolte nel suo territorio. Il problema principale è, come dicevo, quello degli IDE, che va posto sotto osservazione come indicatore della capacità dell’Italia di accogliere legalmente, correttamente, l’attività commerciale.  Oggi siamo in un mondo globalizzato.

Tuttavia, nel caso vi fosse, da parte italiana, una maggiore apertura, resterebbe comunque l’esigenza di assicurare un maggiore controllo sulla provenienza lecita o meno dei capitali… “Questo è pacifico, ma il controllo esiste già perché la Banca d’Italia ha un istituto concepito per l’antiriciclaggio, con indagini dettagliate e precise che sono oggetto di un rapporto annuale. Sicuramente ciò non basta a scongiurare ogni rischio contro comportamenti devianti”.

Pensando al ruolo di argine delle istituzioni UE, il più critico rispetto al sistema dell’accesso finanziario alla cittadinanza è il Parlamento europeo. La Eurodeputata Ana Gomes, dopo la visita a Malta dello scorso gennaio, ha firmato un rapporto dall’esito negativo sul caso mondiale dei ‘passaporti in vendita’.

Effettivamente”, conclude Galeazzi “si tratta di problematiche di cui il Parlamento europeo si deve occupare. Il problema di fondo è, come accennavo, la circostanza di non trovarsi in una ‘unione’ di Stati, ma semplicemente in una ‘comunità’, in cui ogni Stato è indipendente e gestisce tali criticità per conto proprio.  Nondimeno, come si stabiliscono regole sulle banche, parimenti sarebbe necessario che, anche in Europa, si stabilisse un modo di procedere comune, ispirato a correttezza e trasparenza.

La mancanza di una visione europea su questi problemi è, con ogni evidenza, un fatto grave”.

Salutando con entusiasmo l’approvazione della citata Legge italiana di Bilancio, nel gennaio 2017, il Presidente di Henley&Partners, Christian Kälin affermava:

«Il Governo italiano sta spianando la strada allo sviluppo di un programma funzionale a ottenere la residenza attraverso gli investimenti (…) Negli ultimi anni, l’esigenza di ampliare il ventaglio delle residenze e delle cittadinanze per favorire gli investimenti è una parte importante della crescita e delle strategie di famiglie e individui abbienti. Ciò pone nuove e interessanti sfide e opportunità per i Governi rispetto al modo di intendere l’immigrazione, la cittadinanza e la statualità».

Contemporaneamente a questi auspici, si levavano nuovi muri anti-migranti e il sovranismo, in Europa, diventava la ‘voce forte’ di Presidenti e candidati a future elezioni. A proposito di cittadinanza ‘senza business’ intesa secondo la Costituzione del 1948, nel corso dello stesso 2017 la legge italiana sullo Jus soli è affondata nel Mediterraneo insieme ai ‘carichi della speranza’, mentre sull’inchiesta di Daphne Caruana Galizia, oggi ripresa da un team internazionale di 45 giornalisti, si sarebbero spente brutalmente le luci.

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