sabato, Novembre 27

Quando dici ‘Guerra’ 1944-1945

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Quando a dieci anni ti trovi inconsapevolmente nel bel mezzo di una guerra, per tutta la vita ti porti dentro i filmati di quello che hai visto e sopportato, soprattutto nei suoi aspetti peggiori.

A me la sorte ha riservato la partecipazione, ovviamente non come protagonista – avevo appunto dieci anni –, alle fasi più dure della Seconda Guerra Mondiale in Italia.

Nel 1944 mi trovavo con tutta la mia grande famiglia nella bella cittadina di Vittorio Veneto, in una casa a ridosso del monte Augusta di proprietà di due anziane e simpatiche sorelle. Eravamo lì, da Roma, per motivi di lavoro di mio padre; ed eravamo una piccola tribù: mio padre, mia madre, mia nonna paterna e complessivamente sette figli, me compreso. Ma la permanenza a Vittorio Veneto, ancora abbastanza piacevole, purtroppo fu breve.

Lì frequentai la Quarta Elementare e sostenni l’Esame di Stato per il passaggio diretto alle Medie, al fine di avvantaggiarmi negli studi. Tentativo vano perché, proprio per la guerra, dopo non potei andare più scuola fino al suo termine.

L’istituto elementare a Vittorio Veneto, la Dante Alighieri, si trovava a qualche chilometro da casa, e vi venivo accompagnato da una mia sorella più grande. Prendevamo un bus che tra noi avevamo ribattezzato ‘Carolina’.

La nostra casa era circondata da un vasto orto e da campi seminati a grano. Io e i miei fratelli più piccoli ci divertivamo a scendere nell’aia, dove giravano vari animali: galline, oche, conigli e tacchini (mai visti prima d’allora).

Purtroppo tutto finì quando mio padre venne richiamato in servizio militare (era stato Capitano dei Bersaglieri) per essere assegnato agli uffici amministrativi del Corpo d’Armata di Verona.

In quella città abitava la sorella di mia madre, col marito e i loro quattro figli. Gli zii ci ospitarono, avendo una casa grande in una via vicino alla celebre Arena (che però in quel periodo era chiusa).

Inizialmente mi trovai bene per la presenza di mio cugino, stessa mia età, con il quale giocavo in tutti i momenti liberi.

La città era (ed è) molto bella, piena di monumenti splendidi: oltre l’Arena, il Castello Scaligero, la Casa di Giulietta, Piazza delle Erbe…); ma non potei godere della loro bellezza, ovviamente, perché iniziarono ad intensificarsi i bombardamenti degli Alleati così da fiaccare le recrudescenze dei nazifascisti.

Come succede da sempre, chi va per le peste è la cittadinanza inerme e incolpevole. La nostra casa fu colpita dalle bombe e noi rimanemmo senza un tetto.

Andò così. Come già accaduto in passato, al suono delle sirene d’allarme scappammo nel rifugio che si trovava a poche centinaia di metri da casa. Si sentivano gli scoppi delle bombe sempre più vicini, anche da lì sotto, e io ascoltavo la discussione fra mia madre e mia nonna, che quest’ultima aveva chiuso i vetri delle finestre, i quali perciò si sarebbero potuti infrangere per lo spostamento d’aria se le bombe fossero cadute abbastanza vicine. Mio fratello quindicenne e una mia sorella si trovavano all’entrata del rifugio, e giusto allora scesero per dirci che un gran polverone proveniva dalla nostra via; la discussione di cui sopra si accalorò vieppiù. Quando finalmente cessò l’allarme uscimmo fuori, e andammo tutti verso casa. Ma non c’era più. Osservavamo, con un dolore che non so dire, le macerie che restavano: e penzolare nel vuoto reti di letti, sedie, tendaggi e altri arredi.

Poche cose riuscimmo a recuperare. Io per esempio, grazie a mio fratello che si arrampicò su quei resti macerie, salvai una valigetta contenente le mie figurine di ciclisti e di calciatori.

Furono giorni tremendi. Ci sistemarono in una caserma, su brandine militari; tutti insieme, grandi e piccoli, maschi e femmine, senza intimità né alcunché di nostro, cibandoci del rancio dei soldati. E sempre con la preoccupazione che anche e soprattutto la caserma potesse essere bombardata.

Poi mio padre riuscì ad ottenere per noi un appartamento presso il Corpo d’Armata, e gli zii un altro vicino alla Cattedrale di San Zeno.

Di quel nuovo periodo ricordo in particolare le fughe per i bombardamenti verso una grotta a mezzo chilometro da casa. Ognuno aveva un incarico, io quello di portare uno zainetto con i pochi oggetti preziosi rimastici.

Un giorno, mentre andavamo al rifugio, un aereo si abbassò e cominciò a mitragliare la folla. Tutti di corsa verso la grotta, io attaccato a mia madre e gli altri più giovani avanti, con mia nonna che non riusciva a correre e si riparò in un portone. Per fortuna dopo l’attacco arrivammo in rifugio sani e salvi tutti quanti. Ma quanta paura e che impressione vedere i feriti in terra.

Penso ora che quella circostanza abbia determinato il mio odio per le armi, per la guerra, per chi la provoca e per i motivi che inducono i cosiddetti ‘Potenti’ a combattere.

Poi, Aprile 1945, arrivò la Liberazione.

Finita la guerra ci stabilimmo di nuovo insieme agli zii in un appartamento vicino a Piazza Bra. C’era poco da mangiare, le scuole chiuse; lavoro poco, poco soprattutto per le donne. I monumenti di Verona non avevano subito danni ingenti; salvo i ponti, che i tedeschi fuggendo fecero saltare.

In quei mesi io e mio cugino giocavamo spesso in strada con altri ragazzini, tra le macerie, guardati male dai grandi affamati e da coloro che non avevano altro lavoro che quello di ripulire le strade.

Una volta io e mio cugino ci attaccammo ad un carretto tirato da un cavallo per fare un po’ di strada, ma lui cadde e così tornammo indietro. Sembrava cosa da poco, ma da allora iniziò a zoppicare e le condizioni si aggravarono al punto che senza un motivo valido, per quel che io potevo saperne allora, mio cugino di lì a poco morì. Aveva dodici anni. E fu per un tumore non diagnosticato.

Dopo tornammo a Roma, finalmente. Mi sembrava un sogno non sentire più le sirene d’allarme, non scappare nei rifugi, non mangiare scatolette e poco altro, non vedere solo macerie e morti e feriti.

La vita riprese, ma quei due anni mi hanno lasciato segni e turbamenti, impressioni che ancora da grande permangono.

In qualche modo, tutto passò. Ma chi non ha vissuto durante una guerra non può capire cosa significhi, e quali sacrifici e dolori debba un essere umano sopportare.

Ormai sono anziano, e la vita mi ha dato tante gioie e soddisfazioni. Eppure i ricordi di quel funesto periodo tornano ancora alla mente, e non sono affatto piacevoli.

Mi auguro di tutto cuore che le nuove generazioni non debbano mai vedere ciò che i miei occhi di fanciullo hanno visto.

 

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