sabato, Luglio 24

Quando Bossi era il Senatùr field_506ffb1d3dbe2

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Indro Montanelli apriva così il capitolo ‘Il guerriero di Cassano Magnago’ del suo libro ‘L’Italia degli anni di fango’: «La sufficienza con cui i colonnelli e anche i caporali della politica guardarono al senatore esordiente Umberto Bossi era, a prima vista, più che giustificata. Nulla autorizzava a prevedergli un ruolo pubblico di qualche peso. Non l’aspetto irsuto e aggressivo, non il sorriso che meritava piuttosto la qualifica di ghigno, non l’oratoria veemente ma di grana grossa e talvolta a luci rosse, non la cultura rimasta disordinata e approssimativa benché Bossi fosse arrivato alla soglia della laurea in medicina. Almeno Guglielmo Giannini – il personaggio cui Bossi è stato più d’una volta accostato, per il divampare improvviso, al pari della Lega, di quella fiammata politica che fu l’Uomo Qualunque – portava con sé una vita di facili successi teatrali e un notevole talento giornalistico: l’uomo Qualunque, prima di diventare movimento, fu un “foglio”. Il turpiloquio di Giannini ne fece una bandiera. Bossi già oltre i quarantacinque anni, quando fece il suo ingresso a Palazzo Madama, ignoto alla stragrande maggioranza degli italiani, aveva soltanto un’idea. Gli è bastata per surclassare i dottori sottili che commiseravano la sua inadeguatezza al clima di Roma. Invece solo in politica – e quindi a Roma – lo strano campione di umanità che è il senatur ha trovato la sua vera vocazione e la sua vera strada, dopo una vita che – per dirlo in termini un po’ crudi – era stata quella di uno sbandato, d’un eterno studente che era anche un eterno dilettante».

Era il 1995 quando Montanelli ritraeva in questo modo il ‘barbaro’ lombardo calato nella Capitale, ormai 8 anni prima (venne eletto per la prima volta senatore nel 1987), a suon di voti per ripulire ‘Roma ladrona’. Quindici anni dopo, ottobre 2010, in Piazza Montecitorio di quella stessa città la dimostrazione che ‘la sua inadeguatezza al clima di Roma’ era solo un lontano ricordo. Per lui e gli altri onorevoli padani al suo seguito. Nella pajata a base di polenta, trippa e vaccinara organizzata da Gianni Alemanno, allora sindaco della città, e Renata Polverini, allora Presidente della Regione Lazio, per sancire la pace tra Bossi e la Capitale dopo le polemiche suscitate dalla frase del leader della Lega: «Sono porci questi romani». Fece presto il giro del web l’immagine di Bossi, allora Ministro delle riforme del Governo Berlusconi, imboccato dalla Polverini.

È quella forse l’immagine simbolo che sancisce la fine del ‘guerriero’. Più della malattia che lo colpì nel 2004, più dello scandalo sui rimborsi elettorali che travolse lui, la sua famiglia e il suo ‘cerchio magico’ due anni dopo che pure ne ha decretato il definitivo declino politico ed elettorale, basta confrontare i risultati della Lega Nord nelle elezioni politiche a cavallo col 2012: 8.6% dei suffragi in quelle del 2008, 4.2% a quelle del 2013.

Ben altra immagine quella del Bossi che gli italiani hanno imparato a conoscere guardando ‘Milano Italia’ di Gad Lerner, all’inizio degli anni ’90. Quella del Senatùr che si è ‘inventato’ la Padania, il Parlamento del Nord, rispolverato il federalismo di Bellieni e Lussu, i riti celtici, la cerimonia del vuotamento dell’ampolla contenente l’acqua del Po. E la minaccia della secessione.

Con un linguaggio del tutto originale ha fatto in fretta a ‘inquinare’ il lessico abituale del personale politico italiano. Marco Giusti ne scrisse addirittura un libro, ‘Bossoli’ uscito nelle librerie nel ’93. Ecco qualche pillola del suo vocabolario padano suddiviso per capitoli.

Da acuto osservatore: «Stanno provando a mettermela in quel posto». E una. Il verbo: «Noialtri vinciamo e gli altri lo pigliano nel culo». E due. Grandi frasi: «La Lega c’è l’ha duro». E tre. Nuovismo: «La politica per cambiare ha bisogno di minacce». E quattro. Su Biagi: «Un arteriosclerotico. Una tra le grandi tessere, più che tra le grandi firme». E cinque. E come se non bastasse: «Abbiamo inchiappettato Spadolini, ora tocca agli altri»; «Il nostro timer è pronto, l’ho piazzato a cento metri da Montecitorio»; «Molti dei nomi più belli dell’università e dell’economia noi li teniamo nascosti, ci mettiamo sopra una rete per non farli vedere, altrimenti ce li impallinerebbero».

E infine ‘l’oroscopo’ fatto nell’ 89: «Ma io sono come un barbaro, porto la famiglia in battaglia con me. La mia donna e i miei figli devono sentire l’odore della polvere e il fragore metallico delle spade. La mia crociata è la loro crociata»; «Fino a che io non rubo, nella Lega non ruba nessuno».

Mai l’avesse detto. Ventitré anni dopo la profezia padana si è verificata in toto. Quaranta milioni di euro, parte dei rimborsi elettorali destinati alla Lega Nord, secondo le rivelazioni del tesoriere del Carroccio Francesco Belsito, sarebbero andati alla ‘Bossi family’ che per le stesse accuse è stata di recente rinviata a giudizio: per lavori edili nella casa di Gemonio e per la casa di Roma (!), per regali di nozze, per capi d’abbigliamento, per gioielli, per cure dentistiche, per multe, per cartelle esattoriali, per l’abbonamento Sky, per l’acquisto della laurea albanese del ‘Trotta’. E, da quello che emerge dall’inchiesta e dai verbali dell’interrogatorio di Belsito recentemente pubblicati, dopo Bossi e con Bossi al bancomat della Lega si sarebbero ‘abbeverati’ tutti gli altri maggiorenti del partito. A iniziare dal suo ‘cerchio magico’: la ‘badante’ Rosy Mauro, l’ex capogruppo alla Camera Marco Reguzzoni, l’europarlamentare Francesco Speroni, l’ex capogruppo al Senato Federico Bricolo.

Eppure per un ventennio, da Tangentopoli a Rimborsopoli, Bossi ha funzionato. Forse è stato facile far nascere e far proliferare la Lega Nord dopo che l’inchiesta di ‘Mani pulite’ aveva spazzato via i partiti tradizionali. E come sostenne allora Roberto Benigni: «Il suo slogan ‘la Lega ce l’ha duro” mi ha subito affascinato. A volte basta una frase a fare un partito». Comunque sia ‘quella’ Lega di ‘quel’ Bossi ha conquistato città (Milano su tutte con Formentini nel 1993) e regioni importanti (Piemonte, Veneto, Lombardia). È entrata nelle fabbriche degli operai e nei campi degli agricoltori sottraendo elettori tradizionalmente legati ai partiti della sinistra. In molti cittadini del Nord la coscienza padana è germogliata veramente, al punto da inghiottire anche le alleanze con Silvio Berlusconi.

Ecco perché a molti ha fatto specie poco più di una settimana fa, vedere Bossi prendere il 18% dei consensi alle primarie di fronte all’82% intercettato da Matteo Salvini eletto alla segreteria nazionale della Lega al posto di Roberto Maroni, attuale governatore della Lombardia. E se possibile, ancor di più domenica scorsa, durante il Congresso federale del Carroccio che ha ufficialmente issato Salvini al volante che fu del Senatùr (nominato nella stessa occasione presidente federale), sentirlo arrabattarsi con discorsi del tipo: «Abbiamo un nemico in comune, l’euro, ma questo non vuol dire avere un destino comune: la nostra realtà è diversa da tutti gli altri popoli europei. Gli altri popoli uscendo dall’euro recuperano la sovranità nazionale. Noi non la vogliamo. Noi siamo per la sovranità padana e basta».

Chissà cosa, o chi, lo ha spinto a quest’ultima umiliazione. Già non era stato facile trovare le mille firme che ne permettessero la candidatura. Alle primarie padane, l’hanno votato solo in duemila, su diecimila. Quello che lui ha sempre chiamato l’Esercito Padano, quel popolo che riempiva le campagne di Pontida quando lui era il Senatùr, ora è diventato poco più di un plotone. E in lui non crede più, l’Umberto non è più credibile, anche lui ha rubato come tutti gli altri. Forse ha voluto ricandidarsi perchè «Non posso far morire una creatura che è figlia mia, solo io posso salvare la Lega» come ha dichiarato prima delle primarie. Chissà.

E chissà cosa sarà la Lega senza Bossi? Già si può intuire, ma si saprà con certezza soprattutto dopo le prossime regionali in Veneto e Piemonte. Dopo la ‘nazione padana’ e la secessione, probabilmente cadrà in quella occasione anche il sogno della Macroregione del Nord.

Lega Nord, Patto Segni, Italia dei Valori, Movimento 5 Stelle tutte illusioni politiche che si sono consumate o si stanno consumando nello scenario della cosiddetta Seconda Repubblica. Dopo Bossi è toccato a Mario Segni, ad Antonio Di Pietro e a Beppe Grillo il ruolo di ‘rivoluzionario’, il ruolo di chi doveva rivoltare come un calzino la politica romana. Ora sembra tocchi a Matteo Renzi. Bossi calava a Roma dalla Padania, Renzi semplicemente da Firenze. Speriamo che anche lui non si ‘ambienti’ troppo bene nella Capitale, neanche davanti a una ‘fiorentina’ alla brace cucinata magari a Palazzo Madama in un Senato diventato nel frattempo ‘Camera delle autonomie’ con seggi destinati proprio agli amministratori locali.

 

 

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