venerdì, Ottobre 22

Qualità: chi la controlla? field_506ffbaa4a8d4

0

controllo-sicurezza

Quelli con qualche anno in più sulle spalle ricorderanno il Carosello televisivo: «Galbani vuol dire fiducia», uno slogan pubblicitario. «Costa un po’ di più, ma dà fiducia».
E invece, qualche anno fa, si è scoperto che, anche nel caso di un’azienda solida e nota come la Galbani, alcune date di scadenza sulle confezioni erano state falsificate e per un breve periodo di tempo avevamo mangiato formaggi scaduti. Dove finisce allora la nostra fiducia?
Si è poi verificato, dopo qualche tempo, il caso dell’inquinamento del latte in cartone per la melammina cinese o, in Italia, per il ‘Itx’, ovvero ‘Isopropyl Thioxantone’ usato per le vernici dei contenitori di cartone.

Giustamente la notizia ha suscitato grande clamore sui mezzi di comunicazione, ma presto si è sgonfiata. Perché? Nel caso cinese, la risonanza è stata ampia, ma di breve durata, perché si sa che in quel frenetico e lontano Paese non si va molto per il sottile sulla sicurezza degli utenti. Nel caso a noi più vicini, quello delle vernici, anche se non meno grave in linea di principio, si è arrivati all’incriminazione della Nestlè e della Tetrapak, due grosse società molto ben strutturate che però alla fine dei processi sono state condannate a pene molto lievi. Le due società, hanno potuto dimostrare di essere dotate di avanzati sistemi di gestione aziendale per la qualità, per cui i casi verificatisi sono stati conseguenza di falle temporanee di gestione e tempestivamente corretti in modo rassicurante per l’utenza.

Il programma televisivo ‘Report’, poi, quasi ogni settimana ci informa di casi simili che continuano ad accadere ogni giorno in altri settori produttivi nel nostro Paese, e spesso veniamo ammoniti a controllare con attenzione, sulle etichette dei prodotti tutta una congerie di dati: la filiera produttiva, i marchi DOP, DOC, ecc., la data di produzione e quella di scadenza e persino l’analisi chimica del contenuto. Insomma, dobbiamo recarci nei supermercati muniti di un libretto di appunti su cui segnarci con attenzione tutti questi dati, che tra l’altro sono scritti in caratteri molto piccoli, per cui conviene portarsi anche una lente di ingrandimento. E tutto questo dobbiamo farlo noi, ignoranti cittadini, non laureati in chimica, noi che paghiamo le tasse per dei servizi che lo Stato dovrebbe garantirci senza pretendere da noi una competenza che non abbiamo, né abbiamo voglia o tempo di acquisire. E’ per questo motivo che sono importanti i due casi che sopra ho citato anche se sono datati. Se le etichette, che ci sforziamo di decifrare per evitare di intossicarci, non sono affidabili, non possiamo far altro che alzare le mani e proclamare la nostra inadeguatezza al cimento. Chi deve controllare per la nostra sicurezza?

Tutti questi fatti sono significativi perché mettono in evidenza che la sicurezza non può essere gestita con superficialità, ma va inquadrata in un completo ‘sistema di gestione per la qualità’.

Il complesso sistema di norme comunitarie sulla gestione per la qualità, genericamente indicate in Italia, con le sigle UNI-EN-ISO 9004-2000, periodicamente aggiornate e attualizzate, sono molto rigorose e essere in grado di dimostrare di saperle rispettare costituisce un requisito standard di cui nessuna azienda oggi può più fare a meno senza screditarsi. La credibilità delle certificazioni di qualità è assicurata dal rigore con cui queste certificazioni vengono accreditate a chi le richiede. Gli stessi Enti certificatori (in Italia ne esistono molti, specializzati nei vari settori produttivi) sono a loro volta sottoposti a periodiche e severe ispezioni da parte di un organismo internazionale, il SINCERT, che sulla terzietà fonda la propria serietà e autorevolezza

Dobbiamo, quindi, fidarci più di questi enti certificatori europei che dello Stato cui paghiamo le tasse? Così le tasse le paghiamo due volte: una annuale con l’F24 e una quotidiana quando compriamo i prodotti di cui abbiamo necessità, che costano tanto anche perché le ditte che li fabbricano devono acquisire un certificato di qualità valido e scaricano su di noi i relativi oneri economici

 Ad esempio, l’attuale legislazione italiana sui lavori pubblici già da molti anni (art. 8, legge 11 febbraio 1994, n. 109, la famosa ‘legge Merloni’) incoraggia le imprese di costruzione ad adottare (si dice implementare) un Sistema di gestione per la Qualità, incentivandolo con agevolazioni per la partecipazione alle gare di appalto (riduzione degli importi delle garanzie fidejussorie, facilitazioni organizzative ecc.). Ed infatti oggi quasi tutte le imprese di costruzione medio-grandi in Italia si fregiano della certificazione di ‘Gestione per la Qualità’.

Per le piccole imprese (la maggioranza, in Italia) invece, il problema è ancora caldo. La qualità, almeno all’inizio, è costosa sia in termini economici che di impegno organizzativo e nel caso di piccole realtà imprenditoriali di mentalità tradizionalista, spesso costituite da due o tre operai esperti e bravi nel proprio lavoro, capire che spendere qualcosa di più, oggi, nella speranza di goderne i frutti chissà fra quanto tempo, è sempre difficile in un mercato ottuso e spesso degradato e presuntuoso come quello italiano. Un mercato fatto di imprenditori a volte convinti di essere detentori non di una professionalità, ma di una vera e propria ‘arte’, che si trovano a lottare contro una concorrenza senza scrupoli, che preferisce pagare in nero la manovalanza extracomunitaria senza alcuna specializzazione, utilizzando materiali di bassa qualità e prezzo, piuttosto che ingaggiare, secondo le leggi, operai esperti, e realizzare opere fatte secondo le regole dell’arte (come in effetti si suole dire).

Le imprese del resto sono organismi a scopo di lucro, si sa. Ma cosa è meglio? guadagnare tanto e subito, magari imbrogliando, truffando e maltrattando i dipendenti, o più saggiamente pazientare, essere parchi, lungimiranti, e fare della durata del lavoro e della propria buona coscienza un’arma vincente, ma con il rischio di rimanere senza lavoro? Sono discorsi complessi che si intrecciano col problema dei controlli che le amministrazioni appaltanti troppo spesso trascurano, soprattutto in tempi di crisi come quello che stiamo vivendo. Ma non si deve rinunciare a perseverare nel miglioramento della società in cui viviamo. E’ così che dalla gestione per la qualità deriva naturalmente la sicurezza del lavoro o la sua sostenibilità, come piace tanto dire oggi. Ma purtroppo, spesso ci si limita solamente a dirlo, salvo poi stupirsi ed indignarsi quando accadono gli incidenti.

 

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Condividi.

Sull'autore

End Comment -->