giovedì, Aprile 22

Quali ricette per l'Ucraina image

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Anziché attenuarsi per lasciare spazio a negoziati di pace, come si poteva sperare non senza pezze d’appoggio, le ostilità in Ucraina sono tornate ad intensificarsi e persino ad estendersi. L’ultima parola non è ancora detta anche perché ciascun contendente mostra una marcata propensione a spingere al massimo la pressione sull’altro fino a correre l’estremo rischio pur di imporre le proprie condizioni per una soluzione non di forza del conflitto. Il quale, per il momento, minaccia tuttavia di protrarsi ad oltranza e semmai di inasprirsi ulteriormente con tutte le conseguenze del caso.

La più inevitabile e scontata tra queste è il deterioramento della situazione economica del Paese, giunto al punto da farne paventare il tracollo finanziario. Probabilmente non vi si arriverà, visto che i protettori occidentali del regime di Kiev si sono troppo esposti, politicamente se non militarmente, ma in ogni caso già costosamente, in sua difesa per abbandonarlo al suo destino. E che, dopotutto, anche la Russia ha in gioco grossi interessi (basti pensare alle condutture energetiche, ma non solo) difficilmente compatibili con una caduta nel baratro dell’intera Ucraina.

Le cifre, comunque, parlano chiaro. Nella scorsa primavera la BERS (Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo) prevedeva per quest’anno un calo del PIL del 7% e  crescita zero nel prossimo. Durante l’estate, però, le prospettive sono soltanto e parecchio peggiorate, per cui meritano attenzione stime secondo le quali, con l’eventuale perdita del Donbass, cioè delle due province che i separatisti filorussi lottano per strapparle con tutto l’appoggio ormai dichiarato di Mosca, l’Ucraina vedrebbe le proprie esportazioni decurtate di un quarto e il PIL del 16%.

Nel frattempo si è registrata la perdita verosimilmente irrimediabile della Crimea, che nonostante i proventi dal turismo rappresentava, sembra, più che altro un fardello finanziario per Kiev, solo in parte compensato dalla somma ragguardevole che Mosca le versava per l’affitto della base navale di Sebastopoli. Si è parlato al riguardo di un possibile risarcimento per l’annessione della penisola alla Russia, ma naturalmente solo previo suo riconoscimento internazionale sulla base di un accordo di pace di là da venire.

Sono comunque proprio le ripercussioni finanziarie della recessione che riducono l’Ucraina con l’acqua alla gola. Il debito pubblico, innanzitutto, salirà probabilmente al 60% del PIL, un livello che in Italia apparirebbe solo invidiabile ma batterebbe ogni record nell’Europa ex comunista, Russia in testa, ben diversamente abituata malgrado il divario generale di benessere. Il problema, gravissimo, sta nel servizio del debito, in particolare nei confronti del Fondo monetario internazionale, con il quale Kiev era da anni ai ferri corti e al quale ha dovuto nuovamente ricorrere nei mesi scorsi per un massiccio intervento di assoluta emergenza.

Si tratta di un prestito di 17 miliardi di dollari destinato (insieme a erogazioni aggiuntive da parte dell’Unione europea e di singoli governi occidentali) a scongiurare la bancarotta ma rateizzato in modo da consentire il condizionamento al tipo di comportamenti normalmente prescritti dal FMI. Un soccorso privo di alternative dopo l’ovvia revoca del prestito di 15 miliardi offerto dalla Russia prima che a Kiev venisse spodestato il presidente Viktor Janukovic e che i suoi successori rovesciassero la sua scelta di rinunciare all’associazione con la UE e di puntare sul legame preferenziale con Mosca.

La difficoltà di mantenere gli impegni di rimborso alle regolari scadenze viene ora accentuata dalla crisi della hrivna, la moneta ucraina il cui cambio si aggirava fino al ribaltone dello scorso febbraio intorno a 8 per dollaro ma nei mesi successivi è precipitato a circa 14. Di recente hanno ripreso a calare anche le riserve in valuta della Banca centrale, che sotto Janukovic era state depauperate anche per mantenere stabile il cambio della moneta sfidando la disapprovazione del FMI nella quale i successori, a quanto pare, non intendono più incorrere.

Ancora più pesanti si presentano poi le altre condizioni da rispettare per l’assistenza del Fondo, a cominciare dal drastico taglio delle sovvenzioni statali che consentivano di mantenere bassi i costi del gas per le famiglie e le imprese. Il conseguente rincaro del doppio rischia oggi di aumentare ancor più qualora il conflitto con la Russia, già in corso riguardo ai prezzi non più di favore che Mosca esige, sfociasse addirittura nella riduzione se non nella cessazione di forniture sinora vitali per l’Ucraina come per vari altri Paesi dell’Est europeo e non solo.

Anche qui si può dire che Petro Poroscenko, l’attuale Presidente ucraino, scherzi col fuoco, avendo minacciato a sua volta il blocco del transito del gas russo destinato all’Europa occidentale. Forse non si arriverà a tanto, ma a sottolineare la complessità e l’asprezza della crisi anche economica del Paese basta per il momento un segnale come le recenti dimissioni del ministro delle Finanze Pavel Sceremetmotivate con le resistenze che sta incontrando l’attuazione delle riforme caldeggiate dal FMI. Una denuncia, questa, ricollegabile ai contrasti che hanno verosimilmente indotto poi Poroscenko a sciogliere la Rada e indire nuove elezioni anticipate.

A loro volta, questi sviluppi richiamano l’attenzione sul rovescio della medaglia. Se nessuno può negare, infatti, che conflittualità politica e guerra più o meno civile ingigantiscano la crisi economica, è altrettanto incontrovertibile che quest’ultima, in ogni caso preesistente, abbia largamente contribuito a generare la crisi politica, essendo d’altronde riconducibile a sua volta ad innegabili e pesantissime responsabilità politiche ovvero della classe dirigente nazionale.

Anche per il passato le cifre parlano chiaro. Di tutti i Paesi ex comunisti l’Ucraina è l’unica a non essersi mai veramente risollevata dal tracollo economico subito in seguito al cambio di regime e di sistema. Dopo l’approdo all’indipendenza nel 1991 la ripresa era stata più lenta e faticosa che altrove e i progressi compiuti per circa un decennio sono stati in larga parte annullati dalle ripercussioni tuttora non superate della crisi mondiale.

Il consuntivo di quasi un quarto di secolo è riassumibile in un PIL che da un indice di 100 nel 1992 è sceso a meno di 90 nel 2013. Nel pieno del periodo sovietico i principali indici economici (benchè non del tutto equivalenti a quelli occidentali nel loro effettivo significato) ponevano l’Ucraina al di sopra dell’Italia e solo un po’ al di sotto della Francia. La sua capacità produttiva era comunque paragonabile a quella della Polonia allora ugualmente “socialista”, e che l’ha però più che raddoppiata dopo il ribaltone.

Il confronto tra i due Paesi vicini dice che il PIL pro capite a parità di potere d’acquisto, intorno a 5 mila dollari per entrambi nel 1992, è salito nel 2013 ad oltre 20 mila in Polonia e a solo poco più di 7 mila in Ucraina. Si tratta, come si sa, di indici del vero benessere oggi molto contestati, e che tuttavia non sembrano nascondere come viva il grosso di una popolazione costretta all’emigrazione su vasta scala e afflitta da una mortalità elevatissimache contribuisce ad accreditare la previsione di un calo demografico del 15% da qui al 2050.

Ciò avviene in un Paese tutt’altro che privo di risorse naturali e figura anzi ai primi posti nel mondo per la dotazione di materie prime come ferro e carbone,  manganese e titanio, e vanta un’agricoltura tradizionalmente ricca benchè sottoprivilegiatata, se non proprio trascurata, nel periodo sovietico a vantaggio dell’industria. Ricca, tra l’altro, delle pregiate terre nere che fanno oggi tanto gola alla Cina e di cui l’Ucraina possiede un quarto delle riserve mondiali. Risultano abbondare, del resto anche i giacimenti di gas e petrolio ricavabili dagli scisti e che, sotto la spinta soprattutto americana, promettono una temibile concorrenza planetaria alle attuali potenze energetiche.

Il fatto è che la gestione di queste ed altre risorse, comprese quelle umane, ha dovuto fare i conti finora conun’instabilità e conflittualità politica cronica e non a caso sfociata in due rivoluzionio se si preferisce rivolte, nel giro di pochi anni: quella “arancione” del 2004 e quella di Maidan dello scorso inverno. Entrambe hanno portato al potere partiti o uomini di indirizzo filo-occidentale che però, nell’intervallo, hanno dato pessima prova di sé per litigiosità e inconcludenza, al punto da consentire la riscossa della fazione più filorussa.

Con Janukovic e compagni nuovamente al timone le cose sono però ulteriormente peggiorate non solo per l’accentuarsi delle tendenze autoritarie ma anche per i danni incalcolabili inferti alla gestione economica dalla corruzione dilagante a tutti i livelli e dall’avidità predatoria degli stessi dirigenti statali compresi quelli di vertice. Il figlio di Janukovic, per dire, si era aggiunto alla lista degli “oligarchi” impegnati da tempo a sfruttare le risorse nazionali nel proprio interesse oltre che a combattersi l’un l’altro godendo però, complessivamente, di favori politici più che incontrare ostacoli da parte governativa.

Da questa cerchia di potenti ha finito con l’emergere, andando invece incontro alla rabbia e all’esasperazione popolare, il “re del cioccolato” Poroscenko, il cui avvento alla Presidenza della repubblica non sembra però avere apportato miglioramenti rispetto alle suddette pratiche. Lo si può desumere dalla denuncia di Tetjana Ciornovol, popolare eroina di Maidan, dimessasi a fine agosto dalla Commissione per la lotta contro la corruzione accusando il premier Arsenij Jazenjuk di persistere nella collusione con gli oligarchi e intralciare il lavoro della commissione stessa, alle prese con un flagello che vede l’Ucraina tra i Paesi più colpiti (al 144° posto nel mondo secondo la  classifica di “Transparency International  relativa al 2013).

La componente economica della crisi ucraina potrà essere naturalmente affrontata, in tutti i suoi aspetti e con qualche possibilità di successo, soltanto una volta terminate le ostilità e quanto meno avviata a soluzione la problematica politica. O comunque, meglio ancora, quando si saprà se il Paese conserverà la propria consistenza attuale, magari con un assetto interno modificato, oppure subirà un’amputazione territoriale ulteriore e di dimensioni più o meno ampie dopo l’annessione della Crimea alla Russia.

Nel primo caso la problematica economica si porrà in forma verosimilmente aggravata dal conflitto ma in termini sostanzialmente simili a quelli degli ultimi anni. Si tratterà ancora, cioè, di optare decisamente per le ricette prescritte dal Fondo monetario (libera concorrenza, abolizione delle sovvenzioni statali ai consumi e alla produzione, piena apertura verso l’esterno del resto già prevista dall’accordo per l’associazione alla UE firmato dal governo di Kiev) oppure trovare un compromesso con il sistema protezionistico e dirigistico sinora prevalente.

A difendere quest’ultimo restano soltanto i separatisti del Donbass, interessati a conservare il sostegno dello Stato alla vecchia grande industria regionale, per lo più pesante e scarsamente efficiente (a causa di tecnologie obsolete e consumi esorbitanti di energia) ereditata dall’URSS e che tuttora lavora soprattutto per il mercato russo. Nel resto del Paese, e in particolare nelle sue province più occidentali, prevale invece l’attrazione per i modelli opposti, che premiano piuttosto l’agricoltura e la piccola e media industria e si sono mostrati efficaci nel promuovere un rapido sviluppo nei Paesi confinanti, non solo la Polonia ma anche la Cechia e la Slovacchia.  

La preferibilità dell’opzione innovatrice su scala generale ha trovato sostenitori anche tra autorevoli economisti russi, già schierati a suo favore nel dibattito sulla loro problematica nazionaleVladislav Inosemzev, cattedratico dell’Università L. M. Lomonosov, ha confutato ad esempio la taccia di fannulloni e parassiti che viene spesso e volentieri affibbiata a Mosca come a Donezk ai contadini e agli artigiani della Galizia e della Volinia (sommariamente  gratificati magari anche dell’epiteto di fascisti), sostenendo che sono piuttosto questi a mantenere indirettamente gli operai del Donbass per effetto dei sussidi e trasferimenti fiscali finora distribuiti a livello centrale.

Può darsi che gli oligarchi, presumibilmente interessati ad innovare ma solo entro certi limiti, trovino il modo di agevolare la scelta mediante un minimo di compromessi se riusciranno a conservare una discreta porzione della loro influenza politica in un Paese ancora unito. E’ però evidente che la soluzione dei problemi economici dovrebbe diventare pressocchè automatica qualora l’Ucraina, invece, finisse col dividersi come appare tutt’altro che da escludere.

 

 

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