giovedì, Settembre 16

Quali prospettive nel dopo primarie? field_506ffb1d3dbe2

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Renzi dopo primarie

All’indomani dalle primarie del Partito Democratico e dell’elezione di Matteo Renzi a nuovo segretario, iniziano le riflessioni post voto. Tra aspettative, polemiche, speranze, il Centrosinistra si prepara a voltare pagina. Una campagna elettorale senza esclusione di colpi, e giocata principalmente su un forte impatto mediatico, che di certo ha favorito Matteo Renzi. Gianni Cuperlo, arrivato al secondo posto a distanza di quasi 50 punti in percentuale dal Sindaco di Firenze, dopo il dovuto augurio al nuovo segretario ha ribadito la volontà di collaborare al nuovo percorso del Pd senza perdere la propria identità. «Bisogna uscire con la forza del consenso popolare dalla peggiore crisi dell’economia che l’Italia ha conosciuto dopo la fine del fascismo», ha dichiarato ieri sera. «Verso Matteo Renzi il mio comportamento sarà leale e sincero. Con la stessa sincerità dico che quell’impianto di valori che abbiamo messo a disposizione in questi mesi sarà un contributo costante». Stessa volontà di collaborare, e di dare un nuovo slancio al Pd, da parte di Pippo Civati, giunto al terzo posto. Un percorso da portare avanti insieme pur mantenendo le dovute e legittime peculiarità di indirizzo: questo l’auspicio di tutti e tre i candidati.

Insomma, si respira la voglia di un cambiamento in grado di portare vitalità a un partito fin troppo dilaniato da conflitti interni. E adesso? Quali sono le prospettive del centrosinistra che ha appena cambiato volto? E come vanno le cose nel centrodestra, che pure ha attraversato un periodo di cambiamenti epocali? Lo abbiamo chiesto a Marco Almagisti, docente di Scienza Politica presso l’Università di Padova, studioso della democrazia, del capitale sociale e del ruolo dei partiti, autore di diversi volumi tra cui ‘La qualità della democrazia in Italia. Capitale sociale e politica’ (Carocci, 2011).  

 

Adesso che abbiamo alle spalle le primarie del centrosinistra, un evento atteso ormai da mesi, ci sono i presupposti per un vero cambiamento?

Penso proprio di sì. L’elezione diretta del segretario del partito può cambiare la struttura del partito stesso. E poi, tutti e tre i candidati appartengono a una generazione nuova rispetto ai protagonisti della cosiddetta ‘Seconda Repubblica’, sia dal punto di vista anagrafico, sia per quanto riguarda i contenuti. Un rilievo critico: nello spazio comunicativo riservato ai candidati non si è parlato molto dei contenuti. Non c’è stato lo spazio sufficiente per approfondire le proposte concrete dei protagonisti. Ora vedremo se in questa nuova fase che va aprendosi ci sarà la possibilità di confrontare e approfondire le diverse posizioni politiche in merito alle questioni di maggior rilievo.

L’affluenza alle urne è stata ottima. Un segnale che stiamo superando la fase dell’astensionismo di protesta?

Di certo è un ottimo segnale. Ma si tratta di una sfida ancora da vincere: le primarie da sole non bastano. Il recupero di chi non ha più fiducia dovrà diventare l’obiettivo del nuovo segretario da oggi in poi. In questo, un rinnovamento significativo può aiutare a recuperare chi ha considerato il Pd un partito lento e deludente. Serve un profilo molto preciso con contenuti appetibili che diano speranza di fronte a problemi enormi come il lavoro, o il futuro dei giovani. Per quanto riguarda l’astensionismo, il problema non è da imputare allo scarso civismo del cittadino. Anzi, questo è un modo molto facile che la politica usa per lavarsi la coscienza. Il vero problema è che nell’offerta elettorale molti non trovano gli incentivi adeguati per andare a votare. La politica deve riavvicinare i cittadini. Dopo le primarie, ora bisognerà vedere se la nuova leadership saprà trovare nuovi interlocutori senza perdere chi c’è già.

Una campagna elettorale che ha avuto spesso i toni della campagna per le elezioni politiche, più che per la scelta di un segretario di partito. Con un’ascesa mediatica di Renzi che lo ha reso icona nazionale del ‘rottamatore’.

Questo fenomeno ha una sua logica. La proposta politica che Renzi avanza al Paese è una proposta di leadership forte, che fa pare della ‘cassetta degli attrezzi’ con cui si appresta a guidare il Pd.

Ma Renzi sarà davvero in grado di mettere in pratica le sue numerosissime promesse?

Sicuramente, ora che si trova alla guida del Pd, dovrà rinnovare in maniera radicale l’intera struttura del partito. Questa è l’aspettativa sulla quale ha costruito il suo successo. Dunque, che ci sia una discontinuità è scontato. Altrimenti rischierebbe di apparire un evocatore del rinnovamento che non fa seguire alle parole i fatti. E questo è un errore che non può permettersi.

Fino a ieri il voto interno del centrosinistra ha catalizzato l’attenzione di media, giornalisti, opinionisti. Ma intanto, cosa si sta muovendo a destra? Si sente un fermento di movimenti e partiti, fondati e rifondati.

Emerge, e non solo in questi giorni, una fase di profonda ristrutturazione del sistema politico italiano, in cui gli ancoraggi tradizionali dei partiti sono saltati per aria. Di sicuro è interessante il dibattito molto serrato nel Pd, ma sarà interessante anche vedere che forma assumerà l’offerta politica del centrodestra. La scissione del centrodestra nasce sulla decadenza di Berlusconi. Capire come si presenteranno agli elettori sarà interessante.

Aria di cambiamenti radicali anche nella Lega Nord.

Bossi è stato il leader-demiurgo della Lega per un ventennio. La sua parabola personale si è conclusa, anche per una serie di problemi legati al suo entourage. Ora si è affacciata una leadership nuova attraverso un confronto che ha avuto per oggetto il voto degli iscritti. Bossi aveva una capacità evocativa indubbia: per anni ha seguito una ‘liturgia’ precisa, da Pontida, alle ampolle del Po al mito della Padania. Penso che Salvini avrà un profilo legato a questioni concrete, che riflettono problemi seri presenti nella società italiana: ad esempio, il tema dell’immigrazione, l’insofferenza verso l’Euro o il peso fiscale che grava sul nord.

Ma la Lega sta percorrendo una parabola discendente negli ultimi tempi, e l’affluenza bassissima alle urne, lo scorso sabato, ne è una prova.

Certo. Ma nessuno può pensare che la Lega esce di scena, se esce di scena Bossi. Finché resta attiva la questione territoriale, ossia fino a quando esisterà uno squilibrio accentuato fra Nord e Sud, per cui il Nord avvertirà il gravare di un peso fiscale rilevante, esisterà spazio potenziale per l’offerta politica della Lega. L’affluenza è stata bassa perché, mentre da anni l’elettorato di centrosinistra si è abituato a considerare l’elezione diretta del segretario e le primarie delle occasioni per far sentire la propria voce, per la Lega si tratta di una novità assoluta. La consultazione della Lega era riservata ai soli iscritti. E anche fra questi si sono mossi solo i più convinti.

Un anno di stravolgimenti su tutti i fronti: la decadenza di Berlusconi e la rinascita di Forza Italia, l’ascesa del M5S e il crollo della Lega. In tutto questo, saprà resistere quel governo delle larghe intese che era dato per spacciato ancora diversi mesi fa?

Il governo delle larghe intese, ammesso che si potesse chiamare così, ora è un’alleanza abbastanza ristretta con Berlusconi fuori dalla maggioranza. Un conto è dialogare con Alfano, un altro è dialogare con Berlusconi dopo 20 anni di scontri tra il centrosinistra e il Pdl. Ora Letta deve produrre qualcosa che giustifichi l’esistenza del governo fino al 2015. la priorità assoluta deve essere la legge elettorale. E poi, Letta deve essere in grado di cogliere i segnali positivi che provengono dall’Europa: bisogna agganciare il treno di una possibile ripresa, aiutando l’economia a ripartire. Si possono e si devono prendere alcuni provvedimenti che vengono annunciati. Bisogna vedere se ci sono le condizioni per agire.

Parliamo della sua attività di docente. Cosa osserva nelle giovani generazioni? Si vede un ritorno di interesse per la politica?

Senza dubbio. I giovani si interessano di politica perché capiscono che anche dalla politica passano le speranze per riuscire ad ottenere un futuro migliore. Non condivido affatto le letture negative che dipingono i giovani come apatici. Le persone che abbiamo occasione di vedere all’università mostrano un’immagine molto diversa. Sono brillanti, sono realmente preoccupati per il loro avvenire. Spesso sono accompagnati da un sentimento di sfiducia per la politica e i partiti. Non è colpa dei giovani, dunque. Ma della politica e dei partiti, che non hanno trovato i canali giusti per convincerli.

La politica sta deludendo e allontanando persone da diversi anni, a volte si fa fatica, anche nel caso di amministratori volenterosi, a riconquistare la fiducia delle persone.

A volte è difficile riuscire a far conoscere la dedizione e l’impegno che anima chi fa politica con buona volontà. Penso soprattutto al livello locale, in cui ci sono sindaci ed assessori che cercano in ogni modo di non tagliare servizi considerati essenziali dai cittadini. Queste vicende debbono essere conosciute e raccontate.

In questo ritorno di interesse per la politica, secondo Lei scuola e università possono giocare un ruolo importante?

Negli ultimi anni scuola e università sono tra i bersagli più colpiti da una serie di riforme penalizzanti, che hanno complicato la vita al loro interno. Tuttavia, il mondo che gravita intorno all’università, e specialmente a corsi di laurea come quelli di scienze politiche, ha comunque un certo livello di interesse verso la politica e gli accadimenti sociali. Fanno parte dell’oggetto di studio. A Padova spesso organizziamo incontri con intellettuali, giornalisti, persone impegnate in politica. Anche attraverso tali incontri, gli studenti possono fare esperienze che poi restano, e che li inducono a proseguire la ricerca.

 

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