mercoledì, Aprile 14

Quali Premi Letterari, per quale Cultura? Continua l’incomprensibile alimentazione forzata di Premi. Perché? Cui prodest?

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premio-strega1950Pavese-Belloci

Vorrei partire dalla celebre frase di un ex Ministro di questa Repubblica che recitava: «Con la cultura non si mangia!» e metterla a confronto con i beni paesaggistici e culturali dei quali questo Paese può vantarsi. ‘Beni‘ lasciati andare in malora nel degrado e nel disinteresse più vergognoso che sia dato ipotizzare, e ‘giustificabile’ solo immaginando i Governi e le Istituzioni di quello stesso Paese affette da un’irrefrenabile sindrome autodistruttiva.

Per un elenco, anche solo parzialmente esaustivo, di questi ‘Beni’ non basterebbe lo spazio dell’elenco telefonico di Roma. Lassismo e abbandono che coinvolgono proprio Roma, la Capitale di questo Paese e di questo degrado, ma non solo lei, anzi: è addirittura fin troppo facile additare i  monumenti che si deteriorano nell’incuria, i teatri che chiudono per non riaprire più, le librerie che abbassano per sempre le loro saracinesche, i musei ostinatamente inaccessibili per mancanza di fondi e… e… e… Ma tutto il territorio di questa Nazione è nelle stesse condizioni, peggiorate, se possibile, dal fatto di non essere né la Capitale né la città che ospita la sede del Vaticano, e che quindi più di tanto il ‘resto d’Italia’ non può neppure pretendere…
Eppure in questo tempo in cui la Cultura è allo sfascio continuiamo ad assistere, anno dopo anno, alla consueta kermesse dei Premi Letterari

Tra i primi di cui si ha notizia, vi è quello ideato a Firenze, nel lontano 1441 da Leon Battista Alberti che, in quel tempo di passaggio alla lingua volgare, ideò il Certame Coronario allo scopo di dare dignità letteraria a quella nuova espressione linguistica che pian piano iniziava ad affermarsi; per la cronaca, il Premio non trovò nessun poeta degno dell’assegnazione.
Bisogna, però, superare la boa dell’Unità d’Italia, e tra il Ventennio fascista, la proclamazione della Repubblica e i decenni immediatamente successivi troviamo la nascita di quelli che sono tutt’ora i capisaldi di questa categoria, e cioè il Premio Bagutta (Milano, 1926), il Premio Viareggio (Viareggio, 1929), e poi il principale premio italiano, il Premio Strega (tra Benevento e Roma, nel 1947), il Premio Bancarella (Pontremoli 1953) e infine il Premio Campiello (Venezia, 1962).

A corollario di questi ve n’è un’infinità imbarazzante, creati forse nella convinzione, tutt’altro che errata, che in un Paese come il nostro sia sufficiente parlare di Cultura per farne.
Scorrendo gli Albi dei premiati si scoprono, accanto ad Autori che hanno avuto le capacità di lasciare per davvero un contributo allo sviluppo Culturale italiano, meteore che nulla ci suscitano, neppure il ricordo. E, quel che più lascia esterrefatti, è che scorrendo i vari Albi si scopre che solo il Bagutta dal 1937 al 1946 (e se ne possono capire le ragioni) ha sospeso l’assegnazione della corona d’alloro ad un Autore; gli altri, anno dopo anno, hanno invece trovato immancabili scrittori, poeti narratori o saggisti, meritevoli di cotante ricompense. Tanto entusiasmo ed abnegazione fanno sorgere, come minimo, un dubbio: che con certa cultura si riesca persino a mangiare

In questa estate di crisi economica -che secondo, pochi, è ormai alle nostre spalle ma che per molti morde con la stessa ferocia-, mentre i luoghi della Cultura continuano a scomparire nel disinteresse di chiunque sieda al timone di Palazzo Chigi, la Stagione dei Premi letterari italiani continua florida il suo cammino. Stupefacente.
Da quando mi sono affacciata per la prima volta a scuriosare nel mondo dei Premi Letterari, oltre quarant’anni fa, sento ripetere gli stessi commenti frustri: «i Premi Letterari non coinvolgono i Lettori», «i libri dei Premi non vendono e finiscono al macero come gli altri», «i Premi non rendono né ai librai né agli Editori», e, per finire, la più bella: «i Premi non individuano i reali esponenti della Cultura italiana».
No??? E allora, scusate, a cosa servono?

Ce lo stiamo chiedendo in questa stagione estiva atipica per il nostro territorio, nella quale gli appuntamenti con le assegnazioni dei vari Premi si avvicendano immutabili, tra le solite polemiche e un’insofferenza sempre più palese.
Da poco archiviato lo Strega 2014, che ha visto salire sul palco del ninfeo di Villa Giulia, un furbo scribacchino di parte con un testo che somiglia più a un taccuino finalizzato a strizzare l’occhio a una ben individuata classe politica che non ad un romanzo da Premio, e con esse seppellite anche le discussioni animate sui metodi di selezione dei partecipanti, sui metodi di scelta degli ‘Amici di casa Bellonci’ e su quanto avviene nelle fumose stanze di tanti salotti culturali della Capitale… Sono invece passati praticamente misconosciuti, lo scorso gennaio, il conferimento del Bagutta 2014 e il più recente Bancarella 2014; forse perché nel caso del primo sono stati premiati ex equo due Poeti, Maurizio Cucchi e Vittorio Magrelli, e nel secondo Michela Marzano, una scomoda filosofa costretta a emigrare in Francia per insegnare all’Université Paris Descartes?
Per stilare il palmarès di questa annata occorre aspettare fine agosto per il Viareggio e il prossimo 13 settembre per la consegna al vincitore prescelto, tra la cinquina dei finalisti, del Campiello 2014, ma per interrogarsi sul senso di questa annuale penitenza cui Lettori, nonché librai e giornalisti, non è mai troppo presto…

La maggior parte di questi, se ne faceva vanto di recente l’attuale Sindaco di Roma Ignazio Marino, ricevono sovvenzioni ed aiuti dalle Istituzioni locali o statali; la maggior parte se mai riesce ad innescare un circolo economico virtuoso, questo riguarda i bilanci di aziende rigorosamente private, che poi in quanto tali utilizzano gli utili in modo rigorosamente insindacabile, e in ultimo, ma non ultimo, la maggior parte di coloro che risultano vincitori poco o nulla hanno un’eco nelle realtà culturali estere, dove la Cultura italiana sopravvive, ahimè, ormai solo grazie alla memoria del Senatus Populusque Romanus.

Leggendo in questi giorni i commenti violenti alla chiusura del quotidiano ‘L’Unità‘, commenti che rinfacciavano alla testata soprattutto lo spreco di contributi pubblici perpetrato per anni (Sic!), nasce spontanea la domanda: ma perché, i contributi a certa Cultura dei Premi letterari, invece, vi sembran ben spesi?
Chi decide cosa? Ovvero chi stabilisce cos’è Cultura e cosa non lo è?
Chi decreta cosa merita una sovvenzione di fondi pubblici e chi no?
È mai stato redatto un libro nero dei finanziamenti alla Cultura?
Il Privato che riceve un aiuto dal Pubblico, è tenuto a darne riscontro o alla fine è tutto gratis et amore dei?

 

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