lunedì, Giugno 27

Quali minoranze etniche negli USA? Intervista ad Andrea Carosso, docente di letteratura e cultura anglo-americana all’Università di Torino

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Che vuol dire la definizione ‘Harbors of Terror’: ce la può definire meglio? Quanto influisce sulle questioni familiari, e quanto è fondante dei valori morali USA?

‘Harbors of Terror’, e cioè – più o meno – ‘asili del terrore’ è il titolo che ho dato al workshop da me coordinato al 23° convegno dell’AISNA, Associazione italiana Studi Nord-Americani, che si è svolto in questi giorni presso l’Università Orientale di Napoli. Tema del convegno era, appunto, quello degli Harbors, concetto molto noto a chi si occupa di America: tutto il Nord-America è, storicamente, a partire dall’Ottocento, continente asilo, o rifugio per le diaspore migratorie dal mondo intero. Come ben sappiamo, a cavallo tra Ottocento e Novecento più di 5 milioni di italiani (principalmente dalla regioni meridionali) migrarono negli Stati Uniti. Il convegno cercava di capire se e come gli Stati Uniti continuassero a costituire quel rifugio e quali fossero i problemi sollevati dai flussi migratori correnti, ben diversi da quelli di inizio Novecento. Il mio workshop affrontava, provocatoriamente, la domanda del se, dopo l’11 settembre 2001, gli Stati Uniti fossero ancora un Harbor, o se invece il Paese non fosse più preoccupato a evitare di trasformarsi in un ‘asilo del terrore’. Le guerre in Afghanistan e in Iraq, l’allargamento del conflitto a Paesi come Pakistan e Yemen, nonché la lotta contro il terrorismo interno hanno, negli ultimi quindici anni, spostato il discorso negli Stati Uniti sul versante della sicurezza dei confini e del territorio. Il profiling razziale, soprattutto nei primi anni della guerra al terrore post-11 settembre, ma anche la crescente chiusura delle frontiere con il Messico, nonché l’escalation di violenza della polizia nei confronti delle minoranze afro-americane (l’ultimo episodio è proprio di ieri) sono tutti segnali di un Paese fortemente sulla difensiva e meno in grado rispetto al passato di offrire quello che veniva definito il sogno americano. L’America ‘rifugio dei popoli del mondo’ forse non è più tale.

 

E quindi come è visto il musulmano o comunque in genere il cittadino di minoranze etniche in America?

Proprio nei primi anni della guerra al terrore la figura dell’arabo/musulmano/mediorientale (termini non sempre coincidenti, ma comunemente recepiti in Occidente, e soprattutto negli USA, come un’unica cosa) è diventata fonte di gravi tensioni interne negli USA. In un libro molto bello, purtroppo non ancora tradotto in italiano, intitolato ‘How does it feel to be problem: being young and Arab in America‘, uscito nel 2009, Moustafa Bayoumi presenta numerosi casi studio da cui emerge chiaramente come, dopo l’11 settembre, la minoranza araba e musulmana negli Stati Uniti sia diventata vittima di atti diffusi di discriminazione, violenza e perdita sostanziale dei diritti civili. E, sempre in questo scorcio di nuovo secolo, per i migranti latinos (messicani, ecc.) e per la minoranza afro-americana non si è certo avviata una stagione di ottimismo e speranza.

 

I diritti civili americani quanto risentono delle minoranze di razza USA e ne tengono conto nella loro legislazione e nella vita di tutti i giorni? C’è equità tra legge per i bianchi e quella delle minoranze islamiche e non?

La domanda è interessante, perché coglie uno dei nodi più spinosi dell’era della guerra al terrore. La legge negli USA, ovviamente, è ‘uguale per tutti’. Ma il Patriot Act, le leggi speciali che George W. Bush fece approvare in quattro e quattr’otto dal Congresso americano poche settimane dopo l’attacco alle Torri Gemelle e al Pentagono, prevedono trattamenti differenziati, sul suolo statunitense, per cittadini americani e non, introducendo forti limitazioni ai diritti civili di quei nuovi immigrati che per qualche ragione cadono nelle maglie della giustizia. Soprattutto per quanto riguarda diritti alla libertà e alla difesa individuale, il Patriot Act nega ai non cittadini diritti fondamentali: arresto e detenzione senza un preciso capo di accusa, isolamento da ogni contatto con l’esterno e processi a porte chiuse, tanto per fare alcuni esempi.

 

Che impatto ha l’Islamofobia nei Paesi coinvolti? Esistono forme di intolleranza negli USA rispetto alle diverse sfumature religiose dell’Islam (jiadismo, sciitismo, ecc.)? E se sì, in che consistono?

L’arabo/musulmano tende ad essere percepito come ‘altro’, al di là di qualsiasi altra più sottile distinzione.

 

Come l’islamofobia è cambiata in USA, nell’Occidente e in Europa, in particolare da al-Qaeda all’ISIS, a IS, a ISL? È cresciuta nelle sue proporzioni?

Oserei dire che negli USA, di cui io mio occupo, l’islamofobia, pur rimanendo un dato sociale reale, si è forse in parte allentata rispetto ai primi anni della guerra al terrore. Non perché l’America nel suo complesso sia più aperta verso -o capisca meglio nei dettagli- il mondo arabo, ma semplicemente perché la focalizzazione si è spostata altrove: prima alla crisi economica del 2007-2009 e ora, nuovamente, al risorgere della questione dei diritti civili della minoranza afroamericana. Nelle ultime settimane, i giornali ‘liberali (cioè quelli meno conservatori) USA hanno seguito con attenzione la diaspora dalla Siria, talvolta puntando il dito alle inefficienze dell’Europa. Chissà che questo non apra una nuova stagione degli Harbors di cui abbiamo discusso durante il convengo napoletano.

 

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