sabato, Ottobre 16

Quale vita dei musulmani in India? image

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India musulmani

14 e 15 agosto 1947: una parte del territorio che prima apparteneva all’India si stacca e va a formare una nuova nazione, il Pakistan. Fu uno dei più grandi eventi del secolo scorso magistralmente descritto da Dominique Lapierre e Larry Collins nel saggio “Stanotte la libertà”. Fu uno spostamento di persone enorme, i musulmani da una parte, gli indù dall’altra. Una vicenda in cui si scatenò la furia di entrambe le religioni indù e musulmana: fu il più grande massacro legalizzato di massa nella storia dell’India. Milioni di persone furono sradicate dai luoghi in cui erano nate e avevano sempre vissuto, quasi tutti si misero in viaggio portando nel cuore una gran pena, furono utilizzati treni, camion, bus, carri trainati da buoi, i più poveri si misero in viaggio a piedi. Una moltitudine in viaggio verso i nuovi luoghi designati per il loro particolare gruppo religioso. Molti migranti caddero vittime di banditi e degli estremisti religiosi assetati di sangue di una parte e dall’altra. Indù e pakistani sapevano solo che avevano ricevuto un ordine, dovevano andare a stabilirsi nel luogo che era stato loro assegnato a seconda della loro religione.

La divisione, o per meglio dire la spartizione, non portò a quella pace che molti avevano sperato. Un grosso conflitto, una vera e propria guerra ci fu quasi subito e iniziò nell’ottobre 1947. Altre  seguirono nel 1965, 1971, 1999 ma le scaramucce furono continue. L’ultimo incidente di confine è del 2013, nella zona Jammu e Kashmir e ha causato la morte 6 soldati, 2 indiani e 4 soldati pakistani. Si potrebbe pensare che fra indù e musulmani non si possa arrivare alla pace, anche se sembra esserci un periodo una volta ogni 5 anni in cui gli indiani la pace la vogliano davvero. 

La popolazione indiana è formata al 13,4% da musulmani, predominanti in Jammu e Kashmir, ma il numero è particolarmente elevato nel Bengala occidentale, Assam, Andhra Pradesh, Uttar Pradesh, Kerala e Bihar. In 46 dei 543 collegi elettorali della Lok Sabha  la percentuale musulmana arriva al 30 per cento, e le stime suggeriscono che la comunità può avere un impatto determinante e far pendere la bilancia da una parte o dell’altra; in un Paese in cui due sono i partiti principali, questi possono alterare in modo decisivo la complessa aritmetica politica durante le votazioni. 

I musulmani dell’India sono, in generale, persone che vogliono vivere in pace, pensando al proprio lavoro e tirando su la loro prole. Vogliono la crescita loro e del Paese, non una politica di divisione. Ma continuando a guardare i numeri questi ci dicono che ci sono solo 30 deputati musulmani nella Lok Sabha, il che equivale ad appena il 6 per cento della forza totale della Camera bassa. Ben 20 stati non hanno eletto un solo deputato musulmano nel 2009. E quasi la metà dei 832 candidati musulmani nelle ultime elezioni Lok Sabha erano indipendenti.

Ci si chiede quale sia la causa di questa situazione: è colpa dei partiti politici che hanno tutti fallito nel realizzare le promesse di una più grande partecipazione o è ancora oggi causa di quel momento storico che ha istituito l’India per gli induisti e il Pakistan per i musulmani?

Ancora oggi lo status sociale dei musulmani in India non è avanzato. Statistiche nazionali indiane hanno rivelato che il 25 per cento dei bambini musulmani nella fascia di età 6-14 anni non hanno mai frequentato la scuola o l’hanno abbandonato, che solo il 3,4 per cento dei laureati totali in India sono musulmani, che solo il 13 per cento dei lavoratori  musulmani sono impegnati in posti di lavoro regolari, e la percentuale complessiva dei musulmani in burocrazia in è solo del 2,5 per cento. Ma anche che un terzo musulmani vivono in case senza servizi di base, come acqua potabile e servizi igienici. Ci sono poi altre discriminazioni: se la spesa media pro-capite mensile nel 2010 per un indiano Sikh era di 19.5 euro per una famiglia musulmana era di 11.5 euro, così se un indiano ha a disposizione 0.62 euro al giorno per un musulmano la cifra scende a 0.384667 euro.

Nessuna libertà economica quindi ma anche nessuna libertà in molti altri sensi: ad esempio i musulmani in India non hanno neppure libertà di parola. Se un indù è libero di attaccare l’India e la sua cultura, un musulmano che si oppone a qualcosa, non importa che sia ovvia e visibile, deve giustificare la sua argomentazione. 

In India i figli pagano le colpe dei padri, dei nonni ancora oggi, essi portano con loro uno dei più grandi peccati compiuti nella storia del Paese, aver mutilato la madrepatria, averne smembrato il corpo aver creato il Pakistan. Tutto questo evidenzia la necessità per i musulmani di essere trattati in modo diverso, di dare loro un vero impulso, piuttosto che assicurazioni vuote.     

Lo stato d’animo predominante in questa situazione è per i musulmani di tristezza e delusione, e di una crescente disperazione. In India, il musulmano vive in sofferenza, se sale su un treno e qualcosa viene rubato, per la sua religione è il primo indiziato, se al mercato un negoziante si mette a urlare “Al ladro, al ladro”, il colpevole che è un indù scappa e tutti gli occhi sono puntati su di lui in modo minaccioso.

In questo momento però sembra che qualcosa stia cambiando. Molti politici indiani parlano a loro favore, promettendo loro una vita migliore. Ad esempio nel Bengala occidentale il primo ministro Mamata Banerjee ha fatto una serie di gesti simbolici. Il 5 marzo ha annunciato che 7 dei suoi 42 candidati come membri del Parlamento, il che equivale al 17 per cento, saranno musulmani. Ha rifiutato di incontrare l’ambasciatore americano Nancy Powell a Kolkata, dopo che alcuni leader musulmani hanno protestato. Uno show televisivo basato su un racconto di Taslima Nasreen è stato tolta da un canale nel dicembre dello scorso anno. E all’autore dei Versetti Satanici, Salman Rushdie, non è stato permesso di visitare la Fiera del Libro di Kolkata nel febbraio 2013.

Ma le elezioni politiche sono alle porte e questo momento è pieno di promesse per loro, sembra quasi che tutti gli uomini politici indiani si siano all’improvviso risvegliati. Un 13.4 per cento è importante durante il periodo elettorale, può tranquillamente fare la differenza fra perdere o governare, ma conta relativamente poco quando i giochi sono fatti. Così i musulmani indiani si trovano oggi al centro dell’attenzione.  Succede sempre in momenti come questi, ma dopo? C’è qualcuno che dice loro la verità e non offre le solite menzogne? Chi sarà veramente in grado di aiutarli e farli uscire dalla loro disperazione? La loro capacità di rispondere a domande come queste sarà ciò che potrà portarli su un’altra strada. Si spera per la maggior parte via dalla strada, fuori dai tuguri cessando di avere sempre fame.

 

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