martedì, Ottobre 19

Quale valore per la manifattura Cina – USA? Come risollevarsi dalla crisi ormai finita?

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Rinascita, resurrezione o, semplicemente, ripresa della produzione manifatturiera? Se, in America, della portata del fenomeno si sta ancora discutendo, il consenso attorno alla crescita è ormai consolidato. Il settore, già provato all’inizio del decennio scorso dalla concorrenza cinese, ha scontato pesantemente gli effetti della recente crisi finanziaria con perdite del 30% e di posti di lavoro per il 23% (fino al 2011) del suo valore aggiunto, iscrivendosi in un trend negativo del settore già precedente. La quota della manifattura nel valore del 33% del aggiunto è prodotto dal settore privato fino ad oggi ai 15% attuale.

Il Giappone, che durante gli anni Settanta, conquistava spazio nel mercato mondiale grazie a una produzione snella e con forti incentivi statali, oltre che esportazioni a prezzi competitivi, contribuiva in maniera determinate alla crescita dell’economia. Gli Stati Uniti, spiazzati, risposero con la Silicon Valley, cuore dell’evoluzione tecnologica e digitale dagli anni Ottanta in poi, unendosi alla miscela dei Paesi economici emergenti negli anni ’90 come: Hong Kong, Singapore, Corea del Sud e Taiwan  dai ritmi e altamente standardizzati con la bolla finanziaria in crescita esponenziale, destinata a scoppiare qualche anno dopo.

Alcuni giganti sono sopravvissuti (LG, Samsung), ma la maggior parte delle aziende sono arrivate a livello intermedio, specializzandosi nella fornitura di semilavorati con la qualità, la ricerca e la capacità di disegnare o modificare il prodotto a seconda delle necessità del cliente quale svolta a favore degli Stati Uniti dal quale derivava il valore principale del Made in USA unito ai semilavorati asiatici, altra sua componente base.

All’inizio degli anni Duemila, la Cina ha concentrato la sfida esponenzialmente in una crescita complicata: lavoro a bassissimo costo, un mercato interno in vertiginosa espansione, un regime dittatoriale e una moneta dal corso controllato, scontrandosi con le misure dell’emigrazione di massa delle imprese oltreoceano e la sopraggiungeva la crisi, cercando di evitare il tracollo definitivo della manifattura nel paese, ormai lontano secondo i giornali economici. Il possibile rientro in patria di numerose aziende, che dieci anni fa avevano iniziato a investire massicciamente in Cina sembra agli Stati Uniti la soluzione per risolvere tale crisi, oltre al costo del lavoro: nel 2000 il salario medio cinese era pari a 0.72$ l’ora, 22 volte inferiore rispetto a quello americano. Nel 2015 arrivata a circa 6.31$/h (quello americano a 24.81$/h). La produttività cinese nel 2000 era nettamente inferiore, anche se in crescita, nel 2015 resterà comunque al di sotto del corrispettivo americano (cresciuto a un ritmo maggiore che in precedenza negli ultimi dieci anni – Citi 2013). Allo stesso tempo, gestire la produzione all’interno del proprio territorio significa da un lato avere maggior controllo sulle varie fasi della realizzazione del prodotto e dall’altro avere la possibilità di creare un prodotto che risponda velocemente alle variazioni di gusto dei consumatori finali. I numeri di questo rientro di aziende americane dall’Est è il seguente: su 200 aziende intervistate, il 54% di quelle con un fatturato superiore a 1 miliardo di dollari starebbe pianificando di riportare la produzione negli Stati Uniti. I 7 settori per i quali, a partire dai prossimi anni, potrebbe essere conveniente produrre in America: computer ed elettronica, componenti elettriche, macchinari, mobili, metalli, prodotti di plastica e di gomma, produzione legata al settore dei trasporti. Il costo del lavoro in Myanmar è ancora molto basso e le imprese potrebbero decidere di dirottare lì i propri investimenti. Oltre al costo contenuto del lavoro infatti, il valore aggiunto della Cina è stato determinato dalla presenza di infrastrutture di qualità e dalla forte spinta espansiva del paese, che ha favorito gli investimenti esteri. Per ora, negli altri paesi asiatici non si intravede un equivalente.

L’amministrazione Obama a febbraio scorso  ha lanciato un programma di incentivi per la manifattura: la creazione di una rete di istituti per il rilancio e l’avanzamento della tecnologia manifatturiera, incentivi per rendere il settore più competitivo, attraverso una riforma fiscale, la protezione del mercato statunitense da pratiche di concorrenza sleale,con la conquista di 500 mila nuovi posti di lavoro negli ultimi tre anni (o forse più?), ma la strada da percorrere è ancora lunga.

(tratto dal canale ‘Youtube’ di ‘Westpac Banking’)

 

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