domenica, Aprile 11

Quale spazio con il nuovo governo Draghi? Occorre che Palazzo Chigi tenga una regia forte dello spazio, accentrata nella posizione più alta del governo, con uno staff composto da pochi tecnici ma che siano efficaci e sappiano indicare e far applicare le competenze in maniera visibile e congruente con le potenzialità e le esigenze nazionali

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Quando il Presidente del Consiglio Mario Draghi, dopo il colloquio con Sergio Mattarella ha letto la lista dei suoi 23 ministri al Salone delle Feste del Quirinale, ai più anziani sembrava un déjà-vu dei rituali della prima Repubblica, nella cui vita i governi cambiavano con una velocità stratosferica ma lasciando che i componenti finissero sempre per ruotare attorno agli stessi assi. E in effetti, sette conferme dell’ultimo esecutivo, la riscoperta saccente di Mariastella Gelmini e il ritorno della più sfavillante Mara Carfagna o addirittura l’accondiscendente ricomparsa di Renato Brunetta lasciano pensare più a un compromesso tra le parti che a una rivoluzione di orientamenti istituzionali.  

Chi scrive, lo ricorderanno i lettori, si occupa prevalentemente di cose spaziali. E in quella visuale di cambiamento sappiamo solo, al momento, che Riccardo Fraccaro non è stato confermato al suo posto.  

La sconfitta plateale che ha marcato il nostro esecutivo con la mancata nomina italiana del direttore generale di Esa ne accompagna un esodo senza onore. Negli uffici del sottosegretario –al momento della selezione- si era designata la candidatura di Simonetta Di Pippo, con requisiti indiscussi e riconosciuti in tutto il mondo ma poi Fraccaro si è fatto sfuggire di mano la situazione non riuscendo a evitare l’autopromozione di Roberto Battiston che ha violentemente danneggiato la credibilità nazionale. Non si è pensato di parare prima il colpo, per esempio offrendo all’ex Presidente di Asi un incarico che avrebbe satollato le sue brame personali senza far danno e poi la gestione italiana ha lasciato a una diplomazia inefficace i compiti a cui avrebbe dovuto adempiere l’Agenzia Spaziale Italiana.  

E però, quello che a nostro parere non si è potuto accettare da Fraccaro è stato di non aver saputo o voluto utilizzare adeguatamente e con continuità i suoi consiglieri più esperti e consapevoli del settore. E li aveva.  

Ma chi avrà concretamente le deleghe governative dello spazio italiano? Il posto di Fraccaro lo ha preso Roberto Garofoli, giudice del Consiglio di Stato; è lui il nuovo sottosegretario alla presidenza del Consiglio del governo Draghi.  

Garofoli è stato capo di gabinetto del Tesoro con i ministri Pier Carlo Padoan, nei governi Renzi e Gentiloni e la stessa funzione con Giovanni Tria nel primo governo Conte. Un curriculum importante, che lo ha visto segretario generale della presidenza del Consiglio dei ministri e presidente della commissione per l’elaborazione di misure di contrasto alla criminalità nel governo di Enrico Letta; ma ancor prima è stato capo di gabinetto del dipartimento della funzione pubblica con il Ministro Filippo Patroni Griffi e coordinatore della commissione ministeriale per l’elaborazione di misure per la trasparenza, la prevenzione e il contrasto della corruzione nel governo Monti.  

Fuor di dubbio che rispetto al suo predecessore il salto di qualità culturale e professionale è incommensurabile.  

Ma Garofoli prende il posto anche di un predecessore di Fraccaro. E questi è Giancarlo Giorgetti che da queste ore è ministro dello Sviluppo Economico. Il dicastero, già coperto anche da Luigi Di Maio, che decide le sorti dei grandi programmi spaziali nazionali.  

Negli anni passati l’Italia ha individuato nella Space Economy -la catena del valore che, partendo da ricerca, sviluppo e realizzazione delle infrastrutture spaziali abilitanti arriva fino alla generazione di prodotti e servizi abilitati- una delle più promettenti traiettorie di sviluppo dell’economia mondiale dei prossimi decenni. Il piano poi è confluito nella programmazione proposta dal ministero con una dotazione iniziale di 360 milioni di euro.  

Giorgetti, di estrazione scolastica bocconiana –l’ateneo fortezza di Mario Monti- lo intervistammo il 2 gennaio di due anni fa. Erano i tempi in cui Matteo Salvini dal Viminale inveiva contro l’Europa, la sua moneta e anelava ai pieni poteri per restaurare l’Italia in un rigurgito di patriottismo ottocentesco.  

In quell’intervista chiedemmo a Giorgetti quale fosse il futuro dello Spazio italiano. Lui rispose che il governo di cui faceva parte aveva avviato una fase di orgoglio nazionale mirata “ad essere attori attivi nella ricerca di nuovi accordi con l’estero, non più in posizioni di sudditanza, ma almeno paritetiche ai futuri partner”. Inoltre lui ci parlò della sua intenzione di “mappare le situazioni a rischio, darsi degli obiettivi ed assegnare le mansioni…”. Si mostrava sicuro di sè: “Abbiamo splendide tecnologie, ma spesso non comprendiamo come poterle realmente sfruttare appieno”.  

Vedremo come penserà di organizzarsi al Mise, nell’augurio che non segua le tracce sovraniste del leader di cui è consigliere dopo aver lasciato Umberto Bossi e le grottesche pantomime perpetrate sul Monviso per la liberalizzazione della Padania.  

E che siano otto i lombardi in questo governo non ci preoccupa. Noi auspichiamo solo che siano capaci.  

Terzo anello della catena che dovrà valorizzare la politica dello spazio in Italia è Maria Cristina Messa, specialista in medicina nucleare, rettore dell’università di Milano-Bicocca e anche vicepresidente del CNR. 

Il neo ministro dovrà occuparsi presto dell’agenzia controllata dal suo dicastero. Il suo Presidente Giorgio Saccoccia, prelevato dall’Esa e designato a dirigere il braccio operativo della politica spaziale italiana già dall’alea della Lega, potrebbe ambire alla direzione liberata da Josef Aschbacher all’Esrin di Frascati.  

Confidiamo che la prof. Messa saprà muoversi in un reticolo molto spinoso che da anni viaggia sull’orlo di un abisso. L’Italia, a parte un trionfalismo di facciata, ha da troppo tempo una visione molto opaca della strategia del futuro. Se non si aggiusta il tiro, lo strapiombo sarà pronto ad accoglierci.  

Ma cosa dovrà fare l’amministrazione Draghi per rafforzare il destino politico e industriale dello spazio italiano, che conta circa 7.000 addetti e una missione fortemente strategica sia dal punto di vista della difesa nazionale che di una filiera produttiva prestigiosa e appetibile dal punto di vista commerciale?  

Come dicevamo, nella passata amministrazione abbiamo notato indecisioni e ingenuità che oggi non possono essere più accettate. Occorre che Palazzo Chigi tenga una regia forte dello spazio, accentrata nella posizione più alta del governo, con uno staff composto da pochi tecnici ma che siano efficaci e sappiano indicare e far applicare le competenze in maniera visibile e congruente con le potenzialità e le esigenze nazionali. Serve un team idoneo, che abbia maturato esperienze e che le sappia tesaurizzare nell’interesse nazionale e non di singole regioni, di favori territoriali o di simpatie personali.  

Noi speriamo che passati i primi entusiasmi di un consenso così unanime da rischiare di apparire la porta di una tirannia, questo sessantassettesimo governo della Repubblica italiana non sia ostaggio di partiti o di interessi di oscuri poteri sommersi e intramontati o di una pericolosa captatio benevolentia che trascini a una deriva di indeterminazione. Ma vogliamo che il potere nazionale muova i suoi passi osservando con criticità quanto sia di più opportuno per i cittadini, per i lavoratori e per le imprese che ne costituiscono la ricchezza nazionale.  

Non vediamo altre strade. E riteniamo che non vi siano alternative.

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