lunedì, Giugno 21

Quale prospettiva per la Turchia in Medioriente?

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In questa prospettiva, due sembrano essere gli obiettivi a breve termine del Governo di Ankara: rinforzare i rapporti con il Caucaso meridionale e ritrovare una qualche specie di alleanza con Israele. Saldare i rapporti con Georgia e Azerbaigian, il primo territorio di passaggio e la seconda fonte dell’oleodotto BTC (Baku – Tiblisi – Ceyhan) che trasporta ogni anno circa 50 milioni di tonnellate di petrolio. Il rapporto politico con la  Turchia è stabile ma non saldissimo e potrebbe essere messo in crisi dalla Russia utilizzando la questione armena. Anche se al momento azioni significative non sono state messe in atto, per Erdogan è fondamentale monitorare la situazione e rafforzare l’alleanza energetica.

Per quanto riguarda Israele anche se negli ultimi tempi ci sono state difficoltà di intesa tra i due Governi sembra che a inizio febbraio il nuovo capo del Mossad e il Sottosegretario agli esteri turco abbiano avuto un incontro, vicino Ginevra, durante i negoziati per la questione siriana. Oggetto della trattativa sembra sia stata la risoluzione della questione ‘Freedom Flottiglia per Gaza‘ e la pianificazione di iniziative per rilanciare il rapporto tra i due Paesi. In discussione ci sarebbe anche la possibilità di riprendere le esercitazioni degli aerei militari israeliani ogni sei mesi nello spazio aereo turco. Inoltre ultimamente Israele ha scoperto delle consistenti sacche di gas, le quali potrebbero rilevarsi un’opportunità energetica di cui Ankara ha un forte bisogno.

Questo quadro dipinge una Turchia ben lontana dal grande sogno neo ottomano a cui si era ispirata qualche anno fa. Ma questo, come molto spesso avviene in politica, può non essere un caso. Non è infatti un mistero che gli attori occidentali abbiano perso la loro egemonia in Medioriente ormai da qualche anno e la Primavera Araba, con le sue conseguenze ha definitivamente sancito questo dato di fatto. Alcuni pensano che la exit strategy, seppur molto rischiosa come la storia insegna, ideata e messa in campo dagli Stati Uniti, sia quella di un equilibrio di potenza in Medioriente, ossia un riconoscimento comune di tutti gli attori regionali, nessuno dei quali riesce a dominare sull’altro. In questa direzione andrebbe anche la riabilitazione politica dell’Iran. Una competizione di attori instabili, confinati tra loro, nella regione che è sempre stata la più instabile del mondo, la quale attualmente sta vivendo un momento di più alto livello di caos della sua storia.

Ovviamente dentro questo ragionamento si vuole coinvolgere anche la Turchia. Due dati su tutti: il primo è che gli Stati Uniti sono stati ben felici di vedere il ritorno al Governo egiziano degli alleati più fedeli per l’Occidente, ossia le forze armate, scongiurando l’ipotesi di un alleanza sunnita islamista con a capo la Turchia. Il secondo è l’ipotesi che se un riavvicinamento con Israele ci sarà questo prevede anche un alleggerimento consistente della posizione turca nei confronti di Gaza e la Palestina. Oltre ovviamente a diventare un ‘cliente energetico‘ del più fedele partner di Washington. Inoltre i ripetuti attentati in Turchia potrebbero spingere le forze armate ad assumere un ruolo più rilevante. Come è noto le forze armate in Medioriente sono storicamente tra i partner preferiti degli attori occidentali.

E’ ovvio che se la Turchia fosse riuscita anche in parte a realizzare il suo sogno neo ottomano, diventano il baricentro dell’islamismo sunnita e garantendosi uno sviluppo economico costante, anche attraverso le risorse energetiche di Mosca, sarebbe diventato un attore troppo rilevante e alleato di attori ancora più inaffidabili, facendo saltare la strategia di creare un equilibrio di potenza tra i vari attori dell’area. Ma tra queste due prospettive è difficile dire se la scelta fatta sia il male minore.

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