sabato, Maggio 15

Quale futuro per l'Ucraina? field_506ffb1d3dbe2

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yanukovich Ucraina

In Ucraina ha vinto la rivoluzione (ma forse sarebbe meglio chiamarla rivolta), se non ci saranno immediati contraccolpi tali da rovesciare quanto accaduto nei giorni scorsi a Kiev. I contraccolpi non immediati potrebbero però porre fine all’esistenza dell’Ucraina come Stato indipendente e invariato nella sua integrità territoriale. Di uno Stato, cioè, che non solo secondo Vladimir Putin non è mai veramente nato o, se ha visto in qualche modo la luce, è nato male e cresciuto peggio. Di quanti si sono divisi l’eredità dell’Unione Sovietica, d’altronde, esso è certamente quello che versa oggi, dopo vent’anni, nelle condizioni peggiori sotto ogni aspetto.

Rivoluzione o rivolta che sia, quella vittoriosa a Kiev non potrà comunque produrre su due piedi l’effetto desiderato dai vincitori, come accadde a San Pietroburgo nell’ottobre 1917 o a Mosca nel dicembre 1991. A differenza della “grande Russia”, prevalentemente omogenea e fortemente centralizzata sotto il dispotismo zarista, la cosiddetta (allora) “piccola Russia” è un Paese profondamente differenziato al suo interno e diversamente attratto verso l’estero. E la sua conseguente inidoneità a farsi trainare dalla capitale spicca anche in confronto all’automatismo con cui si frantumò l’URSS, benchè in questo caso la stessa Ucraina figurasse in primo piano tra le repubbliche sovietiche che, per questo o quel motivo, anelavano ad emanciparsi da Mosca.

Non sono giunte perciò affatto inattese le pronte e nettamente contrastanti reazioni del Paese alla caduta del regime o governo di Viktor Yanukovic e al ritorno al potere di uomini e forze politiche che avevano inscenato la precedente rivoluzione, quella “arancione” del 2004, la cui vittoria, del resto, non  a caso si rivelò ben presto effimera.

La Repubblica autonoma di Crimea, con la sua popolazione in maggioranza russa, è stata prevedibilmente la prima a dissociarsi dal governo centrale senza neppure attendere che l’accordo tra Janukovic e i suoi avversari venisse travolto dal dilagare di questi ultimi. E lo ha fatto non solo rivendicando le proprie prerogative sovrane ma ventilando addirittura un’eventuale annessione alla Russia, che sicuramente non si tirerà indietro se le cose prenderanno una certa piega e forse in qualsiasi caso. Non hanno tardato ad accodarsi, sostanzialmente, non appena gli eventi hanno cominciato a precipitare, i dirigenti delle province orientali e meridionali appositamente riuniti a Charkov, contestando la legittimità delle decisioni della Rada, il parlamento centrale, assumendo il pieno potere locale in attesa che a Kiev venga ristabilito l’”ordine costituzionale” e pur dichiarandosi contrari alla divisione del Paese.

Di “fare il possibile” per salvaguardare l’integrità dell’Ucraina ha promesso Valentina Matvjenko, presidente del Consiglio della Federazione russa, seconda camera del parlamento di Mosca, ricevendo il presidente del Consiglio supremo della Crimea e approvando peraltro le sue prese di posizione. Il tutto mentre a Mosca si continua a tuonare contro le ingerenze occidentali negli affari ucraini.

Sull’altro versante, intanto, i sentimenti “filoeuropei” delle province occidentali e in parte anche centrali hanno continuato a tradursi in varie iniziative concrete quali l’assunzione di tutti i poteri da parte delle amministrazioni di numerose città con in testa la principale, Leopoli (naturalmente in uno spirito opposto a quello delle analoghe mosse orientali), vari casi di fraternizzazione della polizia con i dimostranti, l’abbattimento sistematico delle statue di Lenin, ecc., oltre alle scontate manifestazioni di entusiasmo per gli sviluppi a Kiev. Nell’Ucraina filoeuropea si continua altresì a non parlare per nulla di divisione del Paese, e ancor meno di separatismo, anche perché la contestazione del regime di Janukovic, e non solo del suo più recente e più discusso operato, è sempre stata concepita come una causa che dovrebbe accomunare tutta la parte sana della popolazione a prescindere dalla collocazione territoriale e dagli orientamenti politico-ideologici. 

A Leopoli come a Kiev, tuttavia, chiunque deve tenere conto di un fattore esterno ora più che mai incombente benchè, al momento, non facile da decifrare: la reazione russa a quanto è accaduto. Una reazione, sul piano verbale, assolutamente negativa, tale da sollevare immancabilmente lo spauracchio di un ricorso alla forza simile a non pochi precedenti, da parte russa o sovietica, in circostanze più o meno analoghe.

Sono ben noti, d’altro canto, i motivi di varia natura che dovrebbero dissuadere il Cremlino da una mossa così azzardata anche una volta conclusa la grande parata olimpica di Soci che tanto gli stava a cuore e sulla quale aveva tanto investito. E l’azzardo appare oggi ingigantito da un’indicazione di tutto rilievo emersa dal ribaltone di Kiev: il ruolo eloquente benchè passivo svolto dai militari ucraini. Dall’esercito, cioè, di un grande Paese europeo, dotato anche di una grossa industria bellica e certo non paragonabile a quelle della piccola Georgia sconfitta dalla Russia, non senza qualche disfunzione, nel 2008.

Le forze armate sembravano destinate ad effettuare il risolutivo intervento repressivo della rivolta invocato più o meno apertamente da tante voci rappresentative ucraine e soprattutto russe. Al presumibile scopo di ottenerlo Janukovic aveva sostituito il capo di Stato maggiore, evidentemente quanto meno riluttante, dovendo però incassare poi le dimissioni del suo vice e, da parte dello stesso nuovo titolare, il pubblico annuncio da parte del nuovo titolare, nel fatidico pomeriggio di sabato, che l’esercito non avrebbe interferito in alcun modo nella vicenda politica.

E anzi, mentre il ministro della Difesa, poco prima, è fuggito in Crimea e il vice ministro distruggeva carte compromettenti, i comandanti dei paracadutisti, della polizia antirivolta (i Berkut), dei reparti Alfa per le operazioni speciali e dello spionaggio militare si presentavano alla Rada per assicurare che non si sarebbero più schierati contro il popolo. Che tutto ciò abbia contribuito forse in modo persino determinante a spingere anche Janukovic alla fuga è per lo meno lecito ipotizzare.

Si è trattato comunque di una conferma che dalle forze armate ucraine, espressione dell’intero Paese e verosimilmente animate da un patriottismo senza colore politico o d’altro genere, non ci si poteva aspettare un comportamento simile a quello dell’esercito jugoslavo, dominato dai quadri serbi e schieratosi di fatto con la Serbia, nella guerra civile di vent’anni fa, malgrado la devozione al suo defunto creatore, il maresciallo Tito, e alla causa dell’unità jugoslava.

Sempre a livello verbale, l’unità nazionale oggi in questione, quella ucraina, gode del sostegno anche russo. In via di principio la linea di Mosca si riflette nelle affermazioni già menzionate della Matvjenko: l’integrità territoriale dell’Ucraina non si tocca, a metterla in pericolo sono i governi occidentali che appoggiano irresponsabilmente le forze sovversive e fascistoidi del Paese, insistono nello sforzo di minare i legami della Russia con il suo “vicino estero”, e così via.

In concreto, però (senza contare che Putin personalmente si è finora astenuto da pronunciamenti categorici ed impegnativi sull’argomento), Mosca si è mossa in modo non proprio conforme ai toni polemicamente aspri nei confronti dei suddetti governi. A Kiev, per presenziare e in qualche modo partecipare ai colloqui tra Yanukovic e la nuova trojka europea, i Ministri degli esteri tedesco, francese e polacco, il presidente russo ha inviato (pare su richiesta del collega ucraino, ma non è accertato) un rappresentante di secondo piano, come è stato sottolineato da alcuni osservatori per minimizzarne la missione.

Si tratta del superconsulente presidenziale per i diritti umani, Valerij Lukin, una sorta di ombudsman, in realtà un interlocutore presumibilmente gradito  per i tre occidentali anche perché già esponente dell’opposizione russa e insieme una figura non tale da far pesare una tutela russa su Yanukovic. L’inviato, alla fine, non ha apposto la sua firma sull’accordo stipulato, ma non l’ha neppure sconfessato, limitandosi a definirlo opera soprattutto della trojka. Cosa Lukin abbia riferito al  presidente naturalmente non si sa, mentre si sa che proprio nel pieno del difficile negoziato Putin ha parlato al telefono con Barack Obama, capo del governo maggiormente sotto accusa come istigatore e finanziatore della rivolta. Tenuto conto che in precedenza non erano certo mancati i contatti ad alto livello tra la Russia e gli altri paesi occidentali con in testa quelli della trojka, si può ben dire che il Cremlino non dà l’impressione di chiudersi a riccio per meglio aggiustare i suoi programmi per il futuro dell’Ucraina, dovendo ovviamente tenere d’occhio una situazione sul campo che è stata in continua evoluzione e forse non ha ancora cessato di evolvere.

In attesa che questi programmi si precisino, non resta che segnalare la permanenza, e semmai il rafforzamento, di quello che sembra l’orientamento generale molto marcato, anche ufficioso se non ufficiale, del mondo politico russo: prospettare a tutti gli effetti pratici una divisione dell’Ucraina almeno come soluzione limite capace di scongiurare una guerra civile con possibili ripercussioni anche al di fuori del Paese e di soddisfare in via di compromesso gli interessi di tutti. E ciò col vantaggio per Mosca, se non altro agli occhi dell’opinione pubblica interna, di poter addossare agli occidentali la colpa di una forzata rinuncia a quella che sarebbe la soluzione ideale, ossia la conservazione di un Ucraina unita in buona pace con tutti ma, ovviamente dal punto di vista russo, prioritariamente legata alla vecchia “sorella maggiore”.

Una conferma di questo orientamento è venuta, ad esempio, da un articolo di Fjodor Lukjanov, direttore della rivista ‘Russia in World Affairs’, pubblicato alla vigilia del ribaltone. Dopo avere bollato sia la disastrosa inettitudine dei dirigenti di Kiev sia la politica “distruttiva” dell’Occidente, l’autore ne ricava la previsione, puntualmente avveratasi, dell’estromissione di Janukovic dal potere nonché quella di un ritorno della coalizione “arancione” altrettanto incapace di  governare il Paese con successo.

A questo punto Lukjanov afferma: «la Russia ritiene che la continuazione dell’anarchia porterà alla frammentazione dell’Ucraina. Il Paese ha acquistato i suoi confini attuali in modo parzialmente accidentale: Stalin ha espanso l’impero sovietico annettendo l’Ucraina occidentale; Nikita Chrusciov ha trasferito la Crimea sotto la giurisdizione della Repubblica socialista sovietica di Ucraina».

E dopo aver ricordato la carenza di identità culturale e di omogeneità economica del Paese assicura che «Mosca non vuole il collasso dell’Ucraina né compie passi in questa direzione», per precisare poi che «se però il conflitto interno si aggrava la Russia può optare per lo stabilimento di rapporti più stretti con le province filorusse dell’Ucraina orientale e sudorientale. La Russia ritiene che l’interferenza e l’appoggio unilaterale dell’Occidente all’opposizione renda questo scenario più vicino».

Da queste righe si potrebbe anche ricavare il sospetto di un espediente tattico da parte russa per guadagnare tempo ad ogni buon fine. Ma è più probabile che si tratti di una proposta all’Occidente, accompagnata da un monito che potrebbe anche diventare minaccia, chissà quanto credibile a sua volta, guardando alla conclusione dell’articolo: «Putin teme il caos. La  principale forza motrice della sua politica verso l’Ucraina non è il desiderio di espansione, ma quello di ridurre il rischio che il caos si trasmetta anche alla Russia. Per impedirlo tutto puo’ servire, mezzi sia difensivi sia offensivi».

 

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