mercoledì, Ottobre 27

Quale futuro per la villa di Cicerone? field_506ffb1d3dbe2

0

Nel complesso della villa cosiddetta ‘di Cicerone‘, anche nota come Villa di Caposele -oppure il noto ‘Formianum’, a Formia (Latina), il famoso avvocato e oratore forense dell’antichità romana, si ritirò durante il primo triumvirato di Cesare, Pompeo e Crasso, essendo venuto meno il suo peso politico.
Di questo suo soggiorno se ne ha notizia grazie all’intensa corrispondenza tra Cicerone e l’amico Tito Pomponio Attico. In questo luogo da lui prediletto, Cicerone continua i suoi studi e a seguire le vicende politiche di Roma. Seneca, riprendendo gli scritti di Tito Livio, racconta che in questo luogo l’oratore arpinate fu raggiunto dai sicari di Antonio e ucciso il 7 dicembre del 43 a.C.

Profonde modifiche hanno stravolto la struttura originaria, ma si può ancora vedere l’impianto organizzato da ambienti rettangolari a Nord e da un settore residenziale a Est, il tutto si sviluppa su tre terrazze degradanti verso il mare, e ancora si possono scorgere l’ampia peschiera, il porticciolo privato e il grande edifico con cortile centrale, caratteri peculiari delle nobili residenze di otium del litorale campano-laziale.
Il livello inferiore conserva una serie di ambienti tra i quali spiccano i cosiddetti ninfei maggiore e minore, riccamente decorati. Fu restaurata dai Borboni, poi dal principe di Caposele e la villa Rubino così carica di storia venne frequentata come albergo di lusso da colti personaggi che la resero famosa in tutta Europa.

Un grande e pregiato patrimonio oggi chiuso al pubblico e in via di degrado che necessita di urgenti interventi di recupero. Tale complesso avrebbe bisogno di cospicui interventi di manutenzione, affinché le meravigliose architetture e le oramai poche tracce di stucchi e affreschi sopravvissute all’incuria e all’abbandono continuino a resistere al passaggio del tempo e delle generazioni. Il sito è oggi parte di una proprietà privata e non è possibile visitarlo regolarmente; inoltre, date le condizioni in cui versa, non è accessibile per ovvi pericoli legati alla stabilità e alla mancanza di sicurezza del luogo, (che resta circondato da arbusti e sterpaglie). La speranza è che un giorno possa essere accessibile a tutti, grazie anche all’azione di un comitato che porta il nome della Villa e che si batte per la sua fruibilità, coinvolgendo e sensibilizzando concretamente tutti i cittadini italiani e stranieri verso un grande e pregiato patrimonio oggi chiuso al pubblico. E’ stato recentemente inserito (2015) ne I luoghi del cuore del Fondo Ambiente Italiano (FAI).

Abbiamo chiesto il parere tecnico di Nicoletta Cassieri, funzionario archeologo e Direttore del museo archeologico di Formia.

La villa detta ‘di Cicerone’ a Formia come rientra nelle ville di otium romane?
La villa, che sorgeva un tempo tra la via Appia e il mare nell’insenatura di Caposele, si inseriva in una serie di residenze di tipo signorile, appartenenti a personaggi eminenti della società tardo- repubblicana e imperiale, disposte su un asse continuo lungo la costa medio tirrenica, punteggiando anche l’ameno arco del golfo formiano dove arrivarono presto a saturare ogni spazio disponibile. Queste residenze non erano solo destinate ad accogliere i ricchi romani dell’ordine senatorio o dei ceti imprenditoriali nei momenti di sospensione dalle attività della vita pubblica (otium), ma erano anche una forma di esibizione di lusso . La villa detta ‘di Cicerone’, dotata di uno scalo privato nell’area dell’odierno porticciolo e di una peschiera per l’allevamento ittico di pregio, aggiunta in una fase successiva rispetto all’impianto originario, con la sua imponenza e alcune ricercate soluzioni architettoniche, assomma tutte le caratteristiche di queste ville marittime e ne restituisce l’immagine più propria.

L’identificazione della villa  ‘di Cicerone’….?
La principale fonte antica sul Formianum, una delle ville possedute da Cicerone tra il Lazio e l’Italia meridionale, è Cicerone stesso: nelle lettere inviate all’amico Tito Pomponio Attico vi fa riferimento più di una volta a partire dal 66 a.C., senza però fornire indicazioni topografiche o descrizioni particolareggiate che ne consentano l’identificazione.
Sebbene la tradizionale attribuzione del complesso monumentale all’interno della Villa Rubino al celebre oratore non sia sostenuta da nessun elemento certo, la grandiosità delle strutture superstiti unita alle peculiarità costruttive ed decorative , rendono probabile il suo legame a uno dei grandi personaggi della tarda Repubblica che avevano proprietà a Formia, e dunque, plausibilmente, anche a Cicerone.

Come si sviluppa architettonicamente la villa “di Cicerone”?
Secondo uno schema planimetrico alquanto diffuso la residenza si articolava su tre terrazze: dell’antico impianto edilizio sono di particolare interesse due sale con copertura a volta poggiante su colonne, denominate ‘ninfeo maggiore’ e ‘ninfeo minore’. Queste sono comprese all’interno di una lunga e uniforme successione di ambienti a pettine aperti verso il mare che si sviluppano al livello inferiore e contribuivano a sostenere il piano abitativo vero e proprio, in seguito parzialmente obliterato dalla villa cinquecentesca fatta erigere dai duchi di Marzano e dal giardino circostante. Il ‘ninfeo maggiore’, risalente al periodo iniziale dell’edificio (fine II-inizi I sec.a.C.), si presenta come un grande vano diviso in tre navate da due file di colonne che sostengono una volta decorata a cassettoni; il ‘ninfeo minore’ mostra invece due fasi: infatti, lo sbocco di una sorgente naturale sistemata in fontana già nella fondazione della villa più antica, costituì in un secondo momento (70-50 a.C.) l’elemento generatore di un assetto architettonico consistente nella creazione di un ambiente, antistante alla fonte, a forma di atrio tetrastilo con una nicchia di fondo. Le superfici vennero decorate con un particolare tipo di “mosaico” chiamato “a finto rustico” composto da incrostazioni, pomici, spugne, paste vitree e conchiglie di diverse specie disposte in modo da formare motivi geometrici e disegni complessi, che si pone tra gli esempi più antichi del genere: tale sistema decorativo incontrò infatti grande favore presso i Romani diventando molto comune nei ninfei e nelle fontane come dimostrano i numerosi esempi attestati soprattutto a Roma e nelle città vesuviane.

Come si intreccia la storia di Ferdinando II di Borbone con quella della villa?
Attorno alla metà dell’Ottocento il re di Napoli acquistò la villa da Carlo di Ligny, principe di Caposele, che l’aveva trasformata in albergo di lusso, per farne una sua residenza estiva ; per adeguarla alle nuove esigenze furono effettuati estesi restauri dei ruderi conservati soprattutto al livello intermedio e operate numerose trasformazioni del luogo. In particolare, alla quota più bassa, venne impiantato un ampio parco con agrumeto interrando la vasta peschiera che, alla fine del I sec.a.C., in occasione di una ristrutturazione dell’edificio romano, secondo la moda dell’epoca era stata aggiunta nello specchio marino antistante. Già dal ‘700 tuttavia il luogo era stato oggetto di colte frequentazioni e i ruderi descritti e raffigurati da viaggiatori e cultori delle antichità, italiani e stranieri. Il 13 febbraio 1861 nella dimora storica – quartiere generale dei piemontesi durante l’assedio di Gaeta – venne firmato l’armistizio per la resa della piazzaforte borbonica al generale Cialdini, tappa fondamentale per la nascita del Regno d’Italia; nel periodo successivo tra il 1867 e il 1868 l’area fu venduta dal nuovo Stato unitario alla famiglia Rubino, che ne è tuttora proprietaria.

E’ vero che il monumento versa in una situazione di notevole degrado?
Se la rilevanza delle testimonianze antiche ha indotto il Ministero a vincolare fin dal primo dopoguerra le diverse proprietà private poste nell’area del Caposele impedendo improprie modifiche dello stato dei luoghi nei loro molteplici valori, è indubbio però che l’intero complesso archeologico necessita di consistenti interventi di restauro e riqualificazione, visto che dalla metà dell’800, ossia dai tempi dei Borbone, non vi risulta effettuata nessuna opera conservativa. Gli interventi dovranno riguardare sia le strutture murarie sia i pregevoli rivestimenti delle volte e delle pareti: si tratta di pitture,di stucchi e del citato mosaico ‘a finto rustico’. Soprattutto, come è stato più volte rilevato, allo stato di abbandono generale si accompagnano profonde alterazioni strutturali tuttora in corso che sono diagnosticabili solo in parte dal momento che ampi settori delle strutture romane, mai indagate, sono tuttora interrate.

Come la Soprintendenza Archeologia del Lazio può contribuire alla fruizione di tale bene?
Alla Soprintendenza archeologica è affidato il compito individuare e coordinare tutte le attività finalizzate alla salvaguardia del bene culturale, dagli scavi ai consolidamenti, dalle puliture alla messa in sicurezza, che costituiscono la base imprescindibile su cui impostare le successive forme di valorizzazione e di fruizione compatibile del sito. In questo clima di rinnovata attenzione per il patrimonio culturale è auspicabile che tali impegnativi lavori di recupero vengano realizzati quanto prima e che un giorno anche questo complesso possa essere inserito nel circuito di visita delle eccellenze archeologiche di Formia per la cui riqualificazione e messa in valore i diversi Enti centrali e territoriali stanno lavorando da anni in piena sinergia

 

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Condividi.
End Comment -->