sabato, Luglio 2

Quale democrazia in America? Il ‘virus’ Trump è il sintomo di un’antica malattia, che già prima della sua elezione nel 2016 aveva intossicato l’America

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Tutto quello che ho per difendermi è l’alfabeto;

è quanto mi hanno dato al posto di un fucile

(Philip Roth)

Il 6 gennaio 2021 a Capitol Hill l’America ha scritto la pagina forse più buia ma senz’altro la più pericolosa della sua breve storia come democrazia, iscrivendosi quei drammatici avvenimenti in una guerra civile permanente ad alta intensità, dopo fasi di latenza, che permea il progredire della nazione americana. Con cui si continua a non fare i conti, lì nel Nuovo Mondo così come tra gli alleati. È stato attaccato il cuore dell’Impero non dall’esterno ma da figli cresciuti e formatisi nelle pieghe e contraddizioni delle contingenti e precarie leggi di funzionamento di una democrazia. A partire dall’idea complottistica che ha animato il tentato colpo di Stato americano. L’elemento che accomuna le galassie dell’estrema destra americana fino ai gruppi paramilitari e di nazisti, è quello del ’suprematismo bianco’ con il suo correlato della ‘sostituzione etnica’, che sta incendiando anche la Francia pre elezione presidenziale e tiene banco anche in altri paesi. In Italia con il duo Melvini nazional-populista. Sarebbe un complotto per sostituire i bianchi che hanno sempre comandato nella Storia a favore di altre etnie. Perché? E la prova? Nascono pochi figli bianchi, mentre ‘negri e latinos’ figliano come matti per prendere il potere. Risibile tentare anche una risposta semiseria. Il ‘Grande Complotto’. Privi di ogni granello di pensiero critico ci si spiega la realtà deformandone i contorni per confermarsi ciò che si vuol credere. Come per la sub specie dei non vaccinati con le loro stelle di David e l’autoproclamazione ad ‘ebrei’. Basterebbe una seria analisi sul capitalismo e le difficoltà di mantenere figli con salari che crollano, diritti e lavori spazzati via con forme paraschiavistiche di occupazione, filiere produttive automatizzate senza lavoro vivo umano, aumenti dei mutui ed affitti per le case, per comprendere perché i giovani fanno meno figli.

Ma torniamo alla cronaca di quella che poi apparirà come una cospirazione antidemocratica. Sono le h 12,15 del 6 gennaio e lo sconfitto Donald Trump lancia il suo messaggio di attacco alla democrazia in America aizzando la folla dei suoi sostenitori, cani sciolti o gruppi organizzati paramilitari di estrema destra. È il giorno della certificazione della vittoria di Joe Biden dopo il voto del 20 novembre 2021. Inammissibile per uno psicopatico paranoico come Trump, che in quelle convulse ore ordinava con una telefonata aberrante al Segretario generale della Georgia “trovami quei voti Brad!”, per poter affermare, barando, che ovviamente lui era il vincitore. Fino a licenziare il procuratore generale Bill Barr rifiutatosi di denunciare brogli elettorali inesistenti. Quelle erano le parole che ci si aspettava di ascoltare, dai miliziani armati dei Proud Boys, gli Oath Keepers, i Three percenters, ed i negazionisti di QAnon. Ed i BoogalooBois, terroristi in azione. Una chiamata alle armi. Trump urla «Dovete mostrare forza… so che ognuno di voi marcerà sul Campidoglio, combattete, combattiamo come dannati». È la scintilla di un lungo cammino cominciato tempo prima. In particolare mesi prima nel Willard Hotel di Washington a due isolati dalla Casa Bianca, dove un gruppo dell’élite al potere si riuniva. Gente di Trump, con Rudy Giuliani, ex sindaco di New York della cosiddetta ‘tolleranza zero’, che presenta dopo la vittoria di Bidenricorsi fasulli in molti Stati a fini complottistici. O il capo di gabinetto Mark Meadows e Roger Stone, già grande manipolatore delle elezioni già da Nixon, 50 anni addietro. E poi diversi membri della Camera attivi partecipanti, dalla Georgia all’Arizona, Colorado, Alabama, Nord Carolina e naturalmente Texas, lo Stato più a destra, con la sua recente legge contro l’aborto talmente restrittiva da negare la gravidanza persino a donne stuprate. Per dire del parterre. Con Bannon che già ad ottobre (2020) aveva lanciato il proclama del furto delle elezioni.

L’irruzione di Trump costituisce dunque la personificazione più violenta e pericolosa di un colpo di Stato nella storia americana, già fomentata molto tempo addietro. I cui pericoli erano già nella Dichiarazione d’indipendenza americana sottoscritta il 4 luglio 1776 “In Congresso” da John Hancock cui seguirono 55 firme di Rappresentanti dei 13 Stati. Dove dall’Incipit si avverte che «Quando nel corso di eventi umani, sorge la necessità che un popolo sciolga i legami politici che lo hanno stretto a un altro popolo (“quella dell’attuale re di Gran Bretagna è storia di ripetuti torti e usurpazioni, tutti diretti a fondare un’assoluta tirannia su questi Stati”) e assuma tra le potenze della terra lo stato di potenza separata e uguale a cui le Leggi della Natura e del Dio della Natura gli danno diritto… (e) richiede che quel popolo dichiari le ragioni per cui è costretto alla secessione. Noi riteniamo che sono per se stesse evidenti queste verità: che tutti gli uomini sono creati eguali; che essi sono dal Creatore dotati di certi inalienabili diritti, che tra questi diritti sono la Vita, la Libertà, e il perseguimento della Felicità; che per garantire questi diritti sono istituiti tra gli uomini governi che derivano i loro giusti poteri dal consenso dei governati; che ogni qualvolta una qualsiasi forma di governo tende a negare questi fini, il popolo ha diritto di mutarla o abolirla e di istituire un nuovo governo fondato su tali principi e di organizzarne i poteri nella forma che sembri al popolo meglio atta a procurare la sua Sicurezza e la sua Felicità».

I corsivi miei segnalano la questione centrale che in quegli anni costituiva un assunto assoluto, quello di un improprio rimando ad un ordine naturale alla Natura ed al suo Dio, impensabile in qualsiasi Costituzione laica, dove separazione tra l’immanenza in terra ed il trascendente in cielo hanno, devono avere percorsi dai fini diversi, convergenti ma non similari. Fine della Guerra Civile? Per nulla. Solo sotto traccia riprodottasi nel tempo fino ad oggi dopo secoli di discriminazioni ed uccisioni di migliaia di neri (dopo nativi pellerossa) da parte dei compositi ed agguerriti consessi violenti di destra del suprematismo bianco, con il Ku Klux Klan su tutti. Superata lentamente e con fatica dalle ragioni del diritto di uguaglianza (quella generica ‘uguaglianza delle condizioni’ di cui parlerà nel suo ‘breviario’ laico il conservatore illuminato Alexis de Tocqueville in ‘La democrazia in America’) con le lotte per i diritti civili che ‘sbiancano’ l’America rendendola un poco più giusta. Così arriviamo all’oggi con il ‘virus’ Trump sintomo di un’antica malattia, che già prima della sua elezione nel 2016 aveva intossicato l’America.

Basta pensare all’attivismo del Tea Party del nuovo secolo, galassia repubblicana spostatasi ferocemente a destra radicatasi dal 2009 nel paese. Difensore del libero mercato e delle politiche neo liberiste, attraversato da correnti culturali e religiose conservatrici sull’aborto ed altri diritti alla persona, oppositore dei salvataggi bancari come la crisi economica e la bolla speculativa dei sub-prime del 2008 ed il fallimento della Banca Lehmann Bros. Salvato il sistema bancario dalla legge di ‘stabilizzazione economica di emergenza’ voluta dal democratico Obama, forse a ragione, ma certo dando spago ai suoi oppositori, pro mercato certo ma contro le élite. Anche bancarie. Finalizzata quella legge a salvare il sistema delle banche con un innesto di 800 milioni di dollari (!) roba che neanche in un’economia collettivistica comunista. Contro un approccio di mercato che avrebbe dovuto spazzare via ciò che la ‘fede’ del neo liberismo ritiene giusto far affondare. Un movimento ascrivibile alla cosiddetta area diffusasi in Europa ed in Italia del populismo di destra.

Che cosa resta ad 1 anno dall’assalto cospirativo allo Stato americano che pensavamo proveniente solo da paesi dittatoriali? Solo sei mesi dopo l’attacco, la Camera ha istituito una commissione d’inchiesta ma se ne è parlato soprattutto perché i repubblicani non volevano farne parte. Ulteriore conferma di una frattura verticale tra due popoli di una nazione che non si parla e dialoga più. Dopo l’ascolto di centinaia di testimoni ed aver raccolto 35 mila documenti dalla Commissione (ma Steve Bannon, uno degli strateghi “neri” già consigliere di Trump, e, non trascurabile, già attivo in Italia per dare una mano al partito della Meloni, non sappiamo se pagato o gratis o “black” come dicono i suoi sodali milanesi, si è rifiutato di collaborare ed è stato incriminato) sono emersi i piani sull’elemento chiave della cospirazione. Ovvero che Mike Pence, fedelissimo vice presidente e presidente del Senato, avrebbe dovuto negare la vittoria di Biden rifiutandosi di proclamarla. Ma si rifiutò, per cui quando i terroristi entrarono al Congresso uno degli obiettivi fu di catturarlo e magari ucciderlo.

Non è una serie televisiva, sono le ore più drammatiche su cui l’America farebbe bene a riflettere molto attentamente, se è vero che nel 2024 si candiderà l’unico repubblicano di quel partito, Trump, con il compiacente asservimento di senatori e deputati presi più dalla difesa dei propri interessi che del bene del paese. Ma Trump ha alcuni problemi, ad oggi. Il primo è una probabile incriminazione per cospirazione sediziosa, anche se è più concreta e meno esplosiva la recentissima emissione di un mandato di comparizione per frode fiscale (remember Berlusconi? Spiace per il fedele inserviente Tajani che lo giudica specchiato per la Presidenza della Repubblica…) a lui ed a figli per i bilanci allegri della Trump Organization. Ricordate Al Capone, il famoso gangster? Autore o mandante di decine di omicidi, lo incastrò il fisco. Giusto, però un sistema che ricorre ad altre vie per condannare un criminale non quelle politiche vorrà forse dire che quel sistema giudiziario non è in grado di perseguire per i reati compiuti chi dovrebbe pagare i conti con una giustizia fin troppo decantata. Ha organizzato un tentato colpo di Stato, l’incriminazione forse costituirebbe un detonatore di un conflitto più ampio nella società americana dove scorrerebbe seriamente sangue.

Dunque molti in realtà non la vogliono, anche perché in un sondaggio Yahoo News/YouGov unpreoccupante 91% (!) di elettori trumpisti continua a credere che Biden abbia rubato le elezioni. E dato che i democratici hanno già perso la Virginia ed il New Jersey lo scorso 3 novembre, sono ancor più restii a parlare del 6 gennaio nei loro discorsi politici. Intanto nella “ricorrenza” Biden ha con forza (ma la retorica è il registro di occasioni del genere diverso da decisioni e scelte) per affermare che «Non permetterò a nessuno di mettere un pugnale alla gola della nostra democrazia” provando con un appello ai repubblicani a chiedergli di abbandonare Trump, che è un violento. Parlando apertamente non di patrioti, ma di un’insurrezione armataprovando non a sostenere la volontà del popolo, ma di negarla».

Per concludere, le parole di Jimmy Carter, Presidente dal 1977 al 1981, suonano più dure e chiare. «Un’orda violenta… per poco non è riuscita a impedire il trasferimento democratico dei poteri. Coloro che avevano sostenuto la calunnia… hanno assunto il controllo di un partito politico e continuano ad alimentare la sfiducia nel nostro sistema elettorale… Ho anche visto come sistemi democratici possano finire nelle mani di giunte militari o despoti affamati di potere. Sudan e Myanmar lo dimostrano… Le persone di ogni orientamento politico devono credere ai princìpi fondamentali della Costituzione… Dobbiamo opporci alla polarizzazione in ambito politico… non c’è posto per la violenza…». Per poi concludere in modo drammatico quanto realistico: «Occorre affrontare il tema della disinformazione, diffusa soprattutto sui social media. Dobbiamo riformare queste piattaforme. La nostra grande nazione è sull’orlo di un precipizio». Queste ultime sono le parole che fotografano la grave malattia che si è impossessata di uno dei fari di democrazia del mondo. Urge correre ai ripari ed in tempi rapidi, prima che sia troppo tardi. Ma è già troppo tardi se un ex presidente americano cita addirittura il Sudan o altri territori dove colpi di Stato hanno cambiato regime in una dittatura. Piuttosto che esportare democrazia nel mondo, abbiamo già visto con tutte le dittature agevolate da Cia ed altre agenzie, l’America farebbe bene a scavare nel suo male interno.

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Sull'autore

PhD Sociologo, scrittore per elezione e ricercatore per vocazione, inquiete persone ancora senza eteronimi di Pessoa. Curioso migrante di mondi, tra cui Napoli, Vienna, New York. Ha percorso solo per breve tempo l’Università, così da preservarlo da mediocrità ed ipocrisie, in un agone dove fidarsi è pericoloso. Tra decine di pubblicazioni in italiano ed in lingua si segnala l’unica ricerca sociologica al mondo sull’impianto siderurgico di Bagnoli, Conte M. et alii, 1990, L’acciaio dei caschi gialli. Lavoro, conflitto, modelli culturali: il caso Italsider di Bagnoli, Franco Angeli, Milano, Pref. A. Touraine. Ha diretto con Unione Europea e Ministero Pari Opportunità le prime indagini sulle violenze contro le donne, Violenza contro le donne, (Napoli 2001); Oltre il silenzio. La voce delle donne (Caserta 2005). Ha pubblicato un’originale trilogia “Sociologia della fiducia. Il giuramento del legame sociale” (ESI, 2009); “Fiducia 2.0 Legami sociali nella modernità e postmodernità” (Giannini Editore, 2012); “Fiducia e Tradimento. In web we trust Traslochi di società dalla realtà diretta alla virtualità della network society”, (Armando Editore, 2014). Ha diretto ricerche su migrazioni globali, lavoro e diritti umani, tra cui 'Partirono bastimenti, ritornarono barconi. Napoli e la Campania tra emigrazione ed immigrazione' (Caritas Diocesana Napoli, 2013 con G. Trani), ed in particolare “Bodies That Democracy Expels. The Other and the Stranger to “Bridge and Door”. Theory of Sovereignty, Bio-Politics and Weak Areas of Global Bίos. Human or Subjective Rights?” (“Cambridge Scholar Publishing”, England 2013). Nella tragica desiderante società dello spettacolo scrive per non dubitare troppo di se stesso, fidarsi un poco più degli altri e confidare nelle sue virtuose imperfezioni. Sollecitato, ha pubblicato la raccolta di poesie Verba Mundi, Edizioni Divinafollia, Bergamo. È Vice Presidente e Direttore Scientifico dell’Associazione Onlus MUNI, Movimento Unione Nazionale Interetnica.

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