martedì, ottobre 23

Qual è la forza vettoriale della Corea del Nord? È poco plausibile immaginare che una terra di 25 milioni di abitanti possa aver fatto tutto da sola nel prepararsi un arsenale da impensierire la pace mondiale

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Non faremo considerazioni politiche qui di seguito. Quelle, le lasciamo alle valutazioni della diplomazia internazionale che sta muovendosi faticosamente sui percorsi di una geopolitica eccentrica, i cui attori sembrano appena disegnati dalla penna caricaturale di fumettisti dell’ultim’ora. Quanto invece cercheremo di analizzare, con la modestia che non ci abbandona nel nostro scrivere, è la capacità missilistica detenuta dalla Corea del Nord che così bizzarramente sta tenendo sotto pressione le cancellerie di tutto il mondo.

La Corea: un’espressione peninsulare situata accanto alla Manciuria e protesa verso le possenti isole del Giappone. Montagne, fiumi e piattaforme alluvionali determinano un ambiente quale sorta di transizione tra i climi continentali della zona siberiana e mancese e le arie umide e subtropicali della parte meridionale dell’arcipelago nipponico: tali insomma da rendere un territorio poco apprezzabile alla vita umana. Il pezzo di terra è frazionato fra i due grandi stati nati al termine della seconda guerra mondiale: la Repubblica Democratica Popolare di Corea, comunemente denominata Corea del Nord e la Repubblica della Corea del Sud con organizzazioni diverse per sistema economico e forma di governo: una dittatura filocinese e una democrazia protetta dagli Stati Uniti d’America. Due popoli, come avrebbe detto Oscar Wilde, divisi dalla stessa lingua. Infatti a Pyongyang e Seul si parla lo stesso coreano e le due capitali sono la riprova dell’incoscienza di chi ha guidato la ricostruzione di fine conflitto. Tanto è che la divisione demarcata con il 38° Parallelo rovinò nel 1950 in una guerra determinata dalle truppe del nord che invasero il sud, diventando una palestra delle grandi potenze per la realizzazione di più avanzati modi di combattimento e di nuovi armamenti, alcuni dei quali sono ancora oggi in circolazione. Le ostilità militari si conclusero solo tre anni dopo anche se alcuni attacchi sporadici sull’isola di Yeonpyeong avrebbero dovuto far comprendere che su quegli avamposti così lontani e così vicini c’è ancora molta brace sotto la cenere.

Ma quanto realmente la forza missilistica della terza generazione di Kim Il-sung può rappresentare un pericolo per il mondo?

È poco plausibile immaginare che una terra di 25 milioni di abitanti e estesa appena 120.500 km² (circa un terzo dell’Italia), possa aver fatto tutto da sola nel prepararsi un arsenale da impensierire la pace mondiale. Lo scorso agosto il ‘New York Times‘ ha pubblicato delle informazioni sull’acquisto di motori del tipo RD-250 già realizzati per i missili sovietici P-36, da parte del leader máximo Kim Jong-un per potenziare i Hwaseong-14. Gli autori dell’inchiesta, William Broad e David Sanger hanno ripreso la ricerca dell’analista Michael Elleman, un esperto dell’International Institute for Strategic Studies britannico rammentando che gli ultimi successi nordcoreani sono stati possibili grazie all’utilizzo di un tipo particolare di impianto di potenza a propellente liquido ad alte prestazioni, che sarebbe proprio quella appena indicata, proveniente dalla Yuzhmash, una fabbrica della città ucraina di Dnipro, sulle rive del fiume Dnepr. Sia i portavoce dello stabilimento ucraino che il segretario del Consiglio della difesa e della sicurezza nazionale Oleksandr Turchynov hanno negato qualsiasi coinvolgimento nella vicenda. Che ci sia l’impronta di un intrigo internazionale però è credibile ed è comprensibile che la destabilizzazione avvenuta dopo l’abbattimento del Muro di Berlino stia rendendo effervescente il mercato nero delle armi della Guerra Fredda, che si apprestano tutti alla obsolescenza ormai e ancora possono costituire un reddito per i Paesi senza governo.

Secondo il Center for strategic and international studies, un istituto bypartisan che ha sede a Washington ed è diretto da Thomas J. Pritzker, il potenziale dei vettori coreani include un parco veicoli formato da KN-2, Hwasong-5 e 6, KN-18 e Scud ER per il corto raggio, ovvero convenzionalmente una gittata inferiore a 1.000 km. Per il medio raggio il regime di Kim dispone di No-dong, KN-11 e Pukguksong 2, con un arco di azione che potrebbe arrivare fino a 3.000 o 5.000 km. Si tratta a quanto pare di progetti che non sono nati dal nulla ma ingegnosi riadattamenti di missili balistici degli Stati Uniti (LGM-118 Peacekeepe), Russia (2P19 e MAZ-543)e Cina. La peculiarità di questi mezzi è che sono derivati da macchine da guerra in grado di scansare le più raffinate sorveglianze dei satelliti spia posizionati in orbite militari: il missile Pukguksong-2 per esempio è stato progettato per essere imbarcato sui sottomarini, con il lancio a freddo e per quanto la Corea del Nord non disponga di mezzi subacquei sofisticati, basta una piattaforma in immersione con un sistema ad aria compressa per avviare il processo iniziale del lancio e così è difficilmente rilevabile dalla rete satellitare perchè il sistema evita sia la generazione del calore che la presenza di fumi di scarico originati dal lancio.

Poi il segmento coreano in grado di portare la distruzione sino a 10.000 km è composto da KN-08, KN-14, Hwasong-14 e Taepodong-2. Con questi mezzi la minaccia del piccolo dittatore orientale arriverebbe alle principali megalopoli americane e comunque un tale deposito missilistico gli dà agio di usare il pugno della deterrenza, che alla luce delle informazioni circolanti consentirebbe alla Corea del Nord il diritto di negoziare non tanto con armi pari – questa è certo un’affermazione ridicola – quanto con mezzi in grado di prolificare una crisi assai pericolosa perché gli ordigni studiati per il genere di conflitti non sono circoscritti a un unico territorio, ma possono congegnare distruzioni e mortali inquinamenti nucleari in molte zone limitrofe. E si sa, la Corea del Sud è una delle regioni alleate degli USA. Quindi un eventuale attacco preventivo o di ritorsione causerebbe crisi gravissime in una regione estesa dove poi ci sono forze amiche e meno fraterne che non gradirebbero troppo gli effetti contaminanti di uno screzio tra due nazioni.

Ci siamo ripromessi all’inizio di non entrare in dettagli politici e manteniamo quanto detto, perché l’argomento è al vaglio degli esperti che dovrebbero dipanare un po’ dei nodi venuti al pettine. Probabilmente una soluzione per scongiurare il confronto sarebbe il ripristino di un’unica nazione coreana in cui le grandi potenze influiscano meno nelle scelte lasciando agli abitanti del luogo la determinazione del proprio destino.

È ovviamente impensabile che si possa accettare che una nazione così modesta e demagogicamente arretrata abbia tanto peso negli scacchieri internazionali ma di pari verso sembra improponibile che il destino della Terra sia affidato solo a due o tre capi di stato, i cui governi in passato (e nel presente?) hanno speso somme incalcolabili per costruire strumenti di offesa e ora si meravigiano che parte di quella tecnologia sia defluita fuori dai propri controlli.

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