martedì, Maggio 11

Qual è il vero volto di Dante? Il tema è riemerso in occasione delle Celebrazioni dei 700 anni dalla morte del Sommo Poeta. Forse è il ritratto fatto da Giotto o dagli allievi al Bargello, ma l’immagine più iconica è quella rispondente alla percezione che si è tramandata nei secoli: un uomo carico di rabbia e dolore, sguardo severo, volto arcigno e naso adunco. A colloquio con Rosanna Bari

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Nell’immaginario collettivo, Dante è percepito come una figura dal volto affilato, sguardo accigliato (per non usare vocaboli più grossier), naso adunco, labbra sottili, gesto solenne…e via di seguito. Ma è questa l’immagine più fedele a quella del Poeta? Anche in questi tempi di celebrazioni, il tema riemerge senza peraltro aver trovato risposte più che soddisfacenti in mancanza di riferimenti specifici, in particolare un realistico ritratto.

L’unica raffigurazione del Poeta realizzata da un artista del suo tempo, è quella che si trova negli affreschi della Cappella della Maddalena al Bargello, opera di Giottoche gli fu amico, o dei suoi allievi. Qui il poeta è raffigurato di profilo con berretto e abito rosso e in mano la Commedia.

 E’ questo il più antico profilo di Dante e, forse, il più vicino alla reale fisionomia del Sommo Poeta.  Qui è incluso nella schiera degli eletti del Paradiso. L’opera fu commissionata dopo la morte del Poeta dal Podestà di Firenze e realizzata intorno al 1337. Sottoposta ad un delicato restauro da parte dell’Opificio delle  Pietre Dure, sarà presentata al pubblico il prossimo 21 aprile, in una mostra intitolata ‘Onorevole e antico cittadino di Firenze’. Quell’inserimento voleva essere un atto di riparazione della città nei confronti del proprio concittadino, che proprio in questo stesso palazzo, nella sala dell’Udienza, il 10 marzo del 1302 veniva condannato all’esilio definivo, tant’è che dal 1302 non vi fece più ritorno, esalando l’ultimo respiro in quel di Ravenna, la notte fra il 13 e 14 settembre del 1321. Proprio nella Sala della Maddalena sostavano i condannati a morte prima di raggiungere il patibolo.

Il ritratto di Giotto (o dei suoi allievi) ci mostra un Dante dai lineamenti gentili, dal volto relativamente giovane, dai tratti somatici regolari. E’ da ritenere che così lo ricordava Giotto, che l’aveva conosciuto e frequentato. Va ricordato che quel ciclo di affreschi, sottoposti a restauro, venne a seguito di una straordinaria  opera di diffusione della Commedia, per iniziativa di miniatori, copisti, letterati, poeti, mercanti e notai, organizzati in botteghe, che avevano promosso una vera e propria campagna per il   suo ritorno a Firenze. Dante e Firenze fino alla metà del Trecento è anche al centro di una pubblicazione e di  un documentario  apparso su ‘Rai Storia’ di Eugenio Farioli Vecchioli, regia di Eva Frerè.

Ma vi sono anche altri ritratti di fine Trecento e del Quattrocento che riportano, sempre a memoria, immagini del poeta. Ne parliamo con Rosanna Bari, la quale seguendo i suoi Itinerari sui segreti di Firenze si è posta per ‘FirenzeToday, sulle tracce del Divin Poeta. E, nella basilica di S.M. Novella ha  rintracciato ben tre ritratti di Dante della seconda metà del Trecento.  

Sentiamo la sua descrizione: “Nel Cappellone degli Spagnoli, Andrea di Bonaiuto,  realizzò (1365)  un ciclo di affreschi dedicato a Cristo Redentore, all’interno dei quali, tra la moltitudine di personaggi che si stagliano contro  il modello della Cattedrale di S.M. del Fiore, oltre al Papa troviamo Boccaccio, vestito di rosso e con un libro chiuso al petto, dietro di lui Petrarca, con cappa e cappuccio d’ermellino,ealla sua sinistra Dante di profilo, vestito di verde e con copricapo bianco.
Al di sotto della figura di Dante, inginocchiate, vi sono le donne amate e muse ispiratrici dei tre illustri letterati. Da sinistra di profilo e con i capelli biondi sciolti Laura, amata da Petrarca. Dietro di lei Fiammetta, amata da Boccaccio, con una piccola fiamma sul collo e infine, alla sua sinistra, vestita di verde e con i capelli raccolti Beatrice, la donna amata dal Sommo Poeta”.

Anche qui il volto del poeta appare abbastanza somigliante a quello realizzato da Giotto. Già allora però si cominciò ad intravedere un Dante con un volto lievemente diverso, il naso più pronunciato?

Sì, prendiamo i due affreschi della Cappella Strozzi di Mantova  sempre in S.M. Novella, ad opera di Nardo di Cione,  pittore fiorentino, il quale esegue due ritratti del poeta per omaggiarlo  attraverso la rappresentazione pittorica della sua più famosa opera: la Divina Commedia.  Nell’affresco che rappresenta il Giudizio Universale, Dante appare col vestito e  il copricapo bianco,  di profilo, mentre in basso i dannati  scontano le loro pene. Nella parete opposta,  quella del Paradiso, il profilo del poeta si trova verso il centro della scena, vestito di verde e col copricapo dello stesso colore. Qui il suo  volto, rivolto verso l’alto, appare segnato da un naso aquilino.”

E più segnato rispetto al volto giottesco, appare anche il Dante di Andrea del Castagno, pittore quattrocentesco. Il dipinto, recentemente restaurato,  sarà al centro di una grande Mostra promossa in collaborazione con gli Uffizi e che si terrà nella città di Forlì.

Si può dunque dedurre che già  nella seconda metà del Trecento, il volto immaginato dagli artisti, cominciò a trasformarsi rispetto al ‘modello’ originale di Giotto?

Probabilmente sarà andata così. Col tempo  la sua effige è andata via via modificandosi nell’immaginario di chi lo  ha rappresentato.”

Qualche critico ha indicato come modello cui si sarebbero dovuti richiamare i vari artisti, quello fornito dal Boccaccio…. A tal proposito vale la  pena ciò che scriveva  nel 1362, Messer Giovanni, considerato il suo primo biografo che col Decameron aveva già preso le distanze  dal Medioevo mistico e dal teologismo dantesco:  

Fu adunque questo nostro poeta di mediocre statura  – scriveva il Boccaccio – e, poi che alla matura età fu pervenuto, andò alquanto curvetto, e era il suo andare grave e mansueto, d’onestissimi panni sempre vestito in quell’abito che era alla sua maturità convenevole. Il suo volto fu lungo, e il naso aquilino, e gli occhi anzi grossi che piccioli, le mascelle grandi, e dal labbro di sotto era quel di sopra avanzato; e il colore era bruno, e i capelli e la barba spessi, neri e crespi, e sempre nella faccia malinconico e pensoso. Per la qual cosa avvenne un giorno in Verona, essendo già divulgata pertutto la fama delle sue opere, e massimamente quella parte della sua Comedia, la quale egli intitola Inferno, e esso conosciuto da molti e uomini e donne, che, passando egli davanti a una porta dove più donne sedevano, una di quelle pianamente, non però tanto che bene da lui e da chi con lui era non fosse udita, disse all’altre: «Donne, vedete colui che va nell’inferno, e torna quando gli piace, e qua su reca novelle di coloro che là giù sono?» Alla quale una dell’altre rispose semplicemente: «In verità tu dèi dir vero: non vedi tu com’egli ha la barba crespa e il color bruno per lo caldo e per lo fummo che è là giù?». Le quali parole udendo egli dir dietro a sé, e conoscendo che da pura credenza delle donne venivano, piacendogli, e quasi contento ch’esse in cotale oppinione fossero, sorridendo alquanto, passò avanti. Aggiungo che Boccaccio descriveva  il  Dante   che gli era stato descritto durante i suoi soggiorni  a Ravenna ( nel 1346), ospite di Ostagio da Polenta e a Forlì (1347-48) presso la corte di Francesco Ordolaffi,  luoghi e sedi che  avevano  già  ospitato il  Divin  Poeta, morto a Ravenna nel 1321. Dunque un Dante adulto e sulla via del tramonto, aduso a riviver gli anni  di lontane stagioni “ Sommamente dilettandosi  in suoni e in canti nella sua giovanezza, – è ancora il Boccaccio – e a ciascuno che a que’ tempi era ottimo cantatore o sonatore fu amico e ebbe sua usanza; e assai cose, da questo diletto tirato, compose, le quali di piacevole e maestrevole nota a questi cotali facea rivestire.

Convieni che  gli artisti che lo immortalavano non potevano  riferirsi a quel ‘modello’?

Sono d’accordo, è facilmente immaginabile che gli artisti  che si accingevano con le loro opere ad affidarlo ai posteri, desiderassero consegnare loro un’icona, un simbolo, rappresentato nel vigore degli anni e dallo spirito combattivo. Lo stesso Boccaccio faceva proprio il sentimento  dantesco … parlando  di  ingrata patria,  che era anche la sua, di quale demenzia  fu preda nel trattare con disusata crudeltà, il suo benefattore precipuo….

Concludendo questa nostra conversazione tra il serio e il faceto, cosa possiamo dire? Che al volto autentico di Dante non ci arriveremo?  Perché non indire  un concorso nelle scuole, una sorta di caccia  alle figurine per trovare l’immagine  più veritiera?

Qualunque fosse l’esito, il volto e la figura di Dante che dominano le nostre piazze e  luoghi-simbolo,  ogni artista, ogni epoca, continueranno a realizzare e a dare l’immagine più consona alla percezione, all’idea che si son fatti del Divin Poeta.

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