domenica, Maggio 9

Qatar: via i Fratelli Musulmani

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Se la cacciata dei Fratelli Musulmani dal Qatar è passata ampiamente inosservata, nel mezzo dei racconti relativi alla guerra che la coalizione dei volenterosi ha dichiarato contro ISIL e i suoi affiliati in Siria e in Iraq, la scomparsa dell’organizzazione si deve intendere come uno sviluppo cruciale, un cambiamento della situazione che non riguarda solo la regione, ma, in ultima analisi, tutto il mondo islamico.

La natura specificatamente pan-araba dei Fratelli Musulmani fa sì che la disintegrazione della loro struttura eserciti un impatto sulla situazione socio-politica e religiosa del Medio Oriente, imponendo un inevitabile cambiamento negli equilibri del potere, delle alleanze  e degli schieramenti su base regionale. Inoltre, mentre la Fratellanza perde il Qatar, l’ultimo baluardo nel mondo arabo e l’ultimo pilastro di un castello di carte, si apre un varco che presto pretenderà di essere colmato.

Anche se i leader della Fratellanza sono caduti in disgrazia, anche se sostengono che la loro partenza dal Qatar sia stata volontaria, questa improvvisa caduta della leadership è stata percepita come un esilio imposto dal rifiuto definitivo dell’Islam politico sunnita in quanto potente paradigma, moderato o meno.

«Volevamo evitare di creare un imbarazzo al Qatar», ha detto il leader dei Fratelli Musulmani Amr Darrag rivolgendosi alla stampa, e poi ha rapidamente aggiunto che, «Alcuni esponenti del Partito Freedom and Justice [il braccio elettorale dei FM in Egitto]e la Fratellanza Musulmana stessa sono stati d’accordo, quando è stato chiesto loro di spostare la propria sede fuori dal Qatar».

È poco probabile che quest’ultimo colpo di grazia contro l’istituzione politica sunnita sia stato voluto, mentre risulta più verosimile che possa essere nato a seguito della straordinaria pressione politica esercitata sullo Stato del Qatar dai vicini GCC. Se non fosse stato per l’implacabile crociata contro il gruppo che l’Arabia Saudita e dagli Emirati Arabi Uniti hanno iniziato a condurre dall’estate del 2013, probabilmente la Fratellanza non sarebbe stata marginalizzata, trasformandosi nella preda che è oggi. E probabilmente il Medio Oriente apparirebbe molto diverso, da un punto di vista politico e istituzionale, se all’ormai deposto presidente egiziano Mohammed Morsi fosse stato consentito di portare a compimento il suo mandato popolare.

E ora? O meglio, come si presenterà il vuoto politico lasciato sul campo dalla FM nel momento in cui il radicalismo sembra pronto a inghiottire sotto la sua bandiera nera tutta la regione del MENA [Medio Oriente e Nord Africa – Middle East & North Africa – NdT]?

A ben guardare agli sviluppi nel Medio Oriente, la guerra contro la Siria e l’Iraq, o, se così la vogliamo considerare, la lotta per il grande Levante (in fondo IS, o ISIL, o qualsivoglia altra sigla i terroristi abbiano scelto per auto-definirsi in quei giorni ha già permeato Egitto, Giordania e Turchia, facendo pressione sulle difese arabe) non possiamo negare che, proprio mentre la Fratellanza si sbriciolava, emergevano terroristi militanti di un calibro globale inedito, mai visto prima. Mentre la FM cadeva, è stata dunque sostituita da un “abominio islamico”, che conosce solo il linguaggio dell’odio e del sangue.

Se il mondo ha imparato a temere la Fratellanza, cosa dovrebbe fare ora con IS e soci? E sono molti gli analisti come Finian Cunningham, che effettivamente sostengono come le potenze occidentali e i loro alleati mediorientali abbiano provato un improvviso disgusto verso i Fratelli Musulmani, più nel timore che la loro leadership potesse eclissare monarchie e monopoli economici, sconvolgendo così un oligarchia stabilita, che a causa delle amicizie dei suoi leader con Al Qaeda.

L’intellettuale americano Fukuyama ha formulato la paura viscerale dell’Islam declinandola come un modello politico e suggerendo che si stia combattendo una guerra con l’obiettivo di rendere accettabile all’interno dell’Islam la modernità occidentale, il secolarismo e la dottrina cristiana o il principio: “Date ciò che è di Cesare a Cesare e a Dio ciò che è di Dio”.

Come è stato osservato dallo stesso Fukuyama, nel suo complesso l’attuale conflitto dell’Occidente contro l’Islam politico non si oppone semplicemente al terrorismo, ma alla stessa fede islamica fondamentalista, che si erge contro la modernità occidentale e il suo modello politico laico. Fukuyama ha paragonato l’islam politico al comunismo, sottolineando che la sua “ideologia” rappresenta una minaccia maggiore per il pensiero occidentale e per lo stile di vita, rispetto a quanto la Russia ‘rossa’ abbia mai fatto.

Mentre la Fratellanza continua a precipitare nella decadenza e lo Stato islamico autoproclamato – IS – cresce, vecchie alleanze sono messe alla prova, rivelando linee di confine e di separazione. Il vecchio Medio Oriente è completamente disintegrato. La stessa regione che le potenze coloniali avevano già conformato ai propri desideri sembra ormai pronta per un cambiamento di tale portata che è probabile che ciò che oggi consideriamo Medio Oriente possa presto assumere una scarsa rilevanza politica, sociale e anche geografica.

Mai, dopo la caduta dell’impero ottomano, la regione aveva affrontato un simile sconvolgimento.

Come è stato notato da Walter Smolarek su ‘Liberation’, «La crescita esplosiva del cosiddetto Stato Islamico negli ultimi mesi ha generato alcuni sviluppi improbabili…  una rinnovata unità nella guerra dell’imperialismo USA contro la Siria e l’Iraq ha creato una situazione caotica in cui nuove alleanze regionali si vanno formando mentre quelle vecchie si interrompono».

Se gli Stati Uniti e i suoi partner nutrono ancora la convinzione di poter colpire la regione nel suo punto debole attraverso un intervento militare, sarà proprio questo approccio pesante ad alimentare il sentimento anti-imperialistico e anti-USA, permettendo alle potenze regionali di piantare un cuneo all’interno dell’armatura dell’America.

Proprio come il Qatar si è liberato dall’ombra dell’Arabia Saudita sulla scia del risveglio islamico del 2011, che ha messo in pericolo l’ordine della penisola arabica, l’eterna guerra americana al terrore potrebbe agire da catalizzatore per un cambiamento strategico, spingendo le potenze regionali a ripensare alleanze e interessi immediati. Il fallimento di Washington nell’affrontare adeguatamente la minaccia del radicalismo, la sua volontà di giocare con il fuoco dell’estremismo per spingere l’agenda “araba” hanno creato uno spazio all’interno del quale i paesi del Medio Oriente cercheranno di espandersi e di affermare la loro indipendenza.

Infine, mentre tra le opposte volontà politiche gli attriti sono destinati ad aumentare, è il ruolo che sarà giocato da IS nel cambiare la forma della regione che in realtà ci dovrebbe preoccupare tutti quanti.

Traduzione di Valeria Noli @valeria_noli

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