giovedì, ottobre 18

Qatar, un anno di embargo non ha piegato Doha Ad un anno dall’inizio dell’embargo imposto a Doha da quattro Paesi del Golfo, Cinzia Bianco, ricercatrice e analista specializzata in Paesi del Golfo ci aiuta a fare un quadro della situazione

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Ad un anno esatto dall’imposizione di un embargo al Qatar da parte di quattro Paesi del Golfo, tante cose sono cambiate per Doha ma non nella direzione auspicata dal quartetto guidato dall’Arabia Saudita. Il 5 Giugno del 2017 il Regno saudita, assieme a Bahrein, Emirati Arabi Uniti ed Egitto avevano dichiarato la sospensione di ogni legame economico e diplomatico con il Qatar a seguito di alcune dichiarazioni, mai effettivamente provate, in cui l’emiro qatariota Sheikh Tamin si era pubblicamente espresso contro la politica americana nel Golfo e a favore di gruppi terroristici. Più di tutto, ciò che aveva fatto infuriare i quattro, Arabia Saudita su tutti, era stato il sostegno espresso da Doha all’Iran.

I quattro avevano lanciato un ultimatum a Doha racchiuso in una lista di 13 punti a cui l’emirato qatariota si sarebbe dovuto adeguare per impedire ulteriori sanzioni. Tra le richieste spiccava la chiusura della rete televisiva di Doha, ‘Al Jazeera, il network più visto nel mondo arabo, accusato di partitismo verso l’Iran e per gruppi estremisti come Hamas e Hezbollah.

In questo lungo anno il Qatar ha dovuto far fronte a pesanti limitazioni dal punto di vista economico finanziario. La chiusura dello spazio aereo di Arabia Saudita e Bahrein ha forzato la Qatar Airways, compagnia di bandiera qatarina, ha trovare nuove rotte aeree. Una riprogrammazione che è costata a Doha significative perdite economiche. Ciò nonostante, la crisi del golfo non sembra aver particolarmente danneggiato il Qatar che, grazie all’aiuto di Iran, Oman e Turchia, è riuscito a contenere i danni dell’embargo.

Inoltre, la forte presa di posizione della Presidenza Trump a favore del quartetto, ha reso ancora più complicato la possibilità di una risoluzione della crisi che ad un anno di distanza, non vede uno spiraglio di flessibilità nelle prese di posizione del gruppo guidato dall’Arabia Saudita. Il Qatar continua a rimanere ‘nemico’ del quartetto, una situazione che ha aperto nuovi scenari di alleanze in tutta la regione.

Per fare il punto della situazione, ad un anno dall’entrata in vigore dell’embargo, abbiamo parlato con Cinzia Bianco, analista e ricercatrice per Gulf State Analytics,  collaboratrice per Middle East Institute, il Middle East Policy Council e la rivista Limes.

 

Ad oggi, qual è la situazione in Qatar?

Da un punto di vista prettamente economico la situazione in Qatar ha delle variabili positive e delle variabili negative. Le variabili positive sono date dal fatto che comunque non c’è stato nessun collasso propriamente detto, nè dei mercati finanziari né, molto più banalmente, del sistema di import-export sul quale il Qatar sopravvive. Doha ha generalmente bisogno di importare oltre l’80% di cibo e di altre materie prime ed esportare le risorse energetiche che sono la sua unica fonte di introiti. Finchè il meccanismo di import-export resta in piedi, non si verificherà un collasso. Quello che si è comunque verificato è che per mantenere in piedi questo meccanismo, in seguito all’embargo, è stato necessario investire moltissime risorse finanziarie; sono state ridisegnate alcune rotte e creati nuovi meccanismi che fanno riferimento allo spazio territoriale iraniano-omanita invece di quello emiratino-saudita.

Quali azioni sono state adottate dal Qatar per far fronte a questa crisi?

Praticamente nel momento in cui è stato imposto questo embargo il Qatar ha ridiscusso e rinegoziato con l’Oman e l’Iran, che hanno dato la loro disponibilità e la Turchia, come terzo polo. Iran e Oman sono serviti per riorganizzare le rotte per l’import e l’export, la Turchia e l’Iran invece hanno messo a disposizione rotte aeree per l’import di materie prime quali il cibo molto banalmente. Questa organizzazione ha un costo;  lo Stato del Qatar ha deciso di coprire le spese in eccesso per continuare a mantenere la sua credibilità nei confronti dei suoi clienti e ridurre al minimo gli eventuali ritardi e disagi dovuti a questa riorganizzazione.

Quali effetti ha avuto questo embargo sugli investimenti del Qatar a livello internazionale e regionale?

Chiaramente questa situazione ha dirottato tutta una serie di risorse finanziarie qatarine all’interno piuttosto che all’esterno. Tali risorse finanziare, prima dell’embargo, erano in surplus e venivano utilizzate per avere un certo soft power ovvero un’influenza su vari attori regionali, avere un impatto politico. Molti studiosi si riferiscono infatti alla politica estera regionale di questi Paesi, non solo il Qatar, ma anche l’Arabia Saudita, con il termine di ‘Rialpolitik’, un gioco di parole tra la realpolitik e il rial che è la moneta qatarina come saudita. Dal punto di vista dell’impatto regionale, si è visto da subito in Libia con i gruppi che si sono stabiliti nell’ovest della Libia e che hanno appunto sempre avuto il sostegno del Qatar, sostengo che hanno visto diminuire proprio nell’ultimo anno. Così anche Hamas che dipendeva in larga parte dal Qatar, negli ultimi mesi ha cominciato a ricevere molti più finanziamenti dagli Emirati, oltre a quelli riconfermati e rafforzati dall’Arabia Saudita, quelli dal Qatar sono invece diminuiti. Stessa cosa è successa con dei gruppi siriani ma quello stava già succedendo prima dell’embargo e dipende da una serie di questioni della politica internazionale che poco hanno a che fare con l’embargo in maniera diretta.

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