domenica, Aprile 11

Qatar, gli scenari possibili dopo l’ennesima Crisi nel Golfo

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Nel blocco anti-iraniano, antisciita, il Qatar anziché essere compatto con il resto dei Paesi del Golfo, flirta con l’Iran. Il blocco sunnita, inoltre, composto da Arabia Saudita, Emirati Arabi, Egitto e Bahrein (Gcc), ha come nemico giurato il mondo dei Fratelli Musulmani e del fondamentalismo sunnita. I Fratelli Musulmani sono un’organizzazione designata da questo gruppo di Paesi arabi come terrorista; il Qatar, invece, fa la stessa cosa che fa con l’Iran, aiutandoli e ‘coccolandoli’. Si tratta quindi di tensioni che vanno avanti da diversi anni all’interno di un gruppo politico unico, un po’ come se si creassero delle tensioni tra Italia, Francia e Germania, all’interno dell’Unione Europea. Tensioni, che avevano visto già qualche piccola ripicca tra i vari Stati, come il ritiro di qualche Ambasciatore per una settimana, l’oscuramento di siti internet. Oggi assistiamo a un’escalation con la richiesta di uscita, entro quindici giorni, di tutti i cittadini originari del Qatar da parte dell’Arabia Saudita e l’interruzione dei collegamenti aereo-navali.

Cosa sta accadendo e la complessità di questa crisi ce lo spiega Giuseppe Dentice,  PhD Student all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano e Associate Researcher all’Istituto per gli Studi di Politica Internazionale (ISPI) di Milano, all’interno del Programma Mediterraneo e Medio Oriente.

La spaccatura politica, che sta andando in scena tra le monarchie del Golfo, rappresenta un’ennesima riprova delle difficoltà che hanno i singoli Stati della Penisola arabica nel costruire una politica estera regionale, o addirittura internazionale, unificata, che marci nella stessa direzione. La nuova frattura emersa dopo mesi di accesi scontri sotterranei, conferma ancora una volta quanto già andato in scena nel 2014, ossia una profonda divisione che regna tra l’Arabia Saudita, la maggiore tra le monarchie del Golfo e aspirante unica potenza regionale sunnita, e il Qatar, outsider totale, al pari della Turchia, sua principale alleata, nelle dinamiche intra e transregionali alla Penisola arabica e al Grande Medio Oriente. Aggiungendo che anche oggi, come allora, le consorelle sunnite del Golfo accusarono Doha di sostenere e finanziare i terroristi sulla base di un rapporto delle Nazioni Unite che denunciava tali pratiche, sebbene lo stesso documento annoverasse anche il Kuwait come stato presumibilmente coinvolto al pari del Qatar nel finanziamento di soggetti discutibili, più o meno riconducibili agli ambienti jihadisti siriani e mediorientali in generale. Lo strappo -prosegue Dentice- emerse dopo mesi di tensioni riconducibili principalmente al fatto che Doha si mostrava riluttante a ratificare il ‘Riyadh Agreement’, un meccanismo di implementazione del dispositivo di sicurezza del Consiglio di Cooperazione del Golfo. Di fatto, l’apparente ricomposizione andata in scena nei primi mesi del 2015, si è mostrato un fuoco di paglia che ha nascosto sotto il tappeto i ceppi ardenti di un rapporto mai realmente ricomposto.

Ad ogni modo sia nel 2014 che nel 2017, alla base di questa nuova crisi nel Golfo vi sono le scelte, ampiamente discusse dal fronte sunnita capitanato dall’Arabia Saudita, di politica estera del piccolo emirato del Golfo. Tra le accuse rivolte principalmente da Riyadh emergono almeno tre fattori che hanno profondamente indispettito gli al-Saud: in primis l’azione di critica continua da parte di ‘al-Jazeera‘, la potente emittente qatarina,  nei confronti del regime di al-Sisi e di tutti i Governi regionali in funzione anti-Fratellanza musulmana; secondo, il sostegno de facto del Qatar a Israele e Iran, basta vedere le dichiarazioni concilianti emerse nei giorni scorsi su tutti i media regionali e poi prontamente smentite e bollate dallo sceicco al-Thani come “fake news”; terzo la scelta di Doha di assumere una postura di politica estera libera o quanto meno tale da qualsiasi interferenza intra- ed extra-regionale, in sostanza una sorta di battitore libero nella grande arena mediorientale come l’Oman, ma in maniera più sfrontata e autonoma.

A pesare in questo gioco di ‘dis-equilibri’ mediorientali è quindi, ancora una volta l’animosità, che regna all’interno delle dinamiche intra-Golfo tra l’Arabia Saudita e i suoi stati alleati, a cui però, come nel caso del Qatar, sta sempre più stretta l’etichetta di partner di Riyadh.

Abbiamo cercato di capire, con Dentice, quali scenari si possono aprire in relazione al mondo arabo e non solo.

 Si può pensare a una svolta armata?

 Al momento non è un’opzione plausibile e dubito seriamente che si possa andare in questa direzione. Al di là della retorica, a volte bellicosa, non gioverebbe a nessuno spingere verso un altro conflitto nell’area, il quale avrebbe il grosso difetto di creare un nuovo fronte di tensione e di frantumazione dell’arco sunnita, storicamente mai realmente compatto intorno ad una potenza.

Lo strappo ennesimo di Riyadh, verso Doha, mira essenzialmente a serrare i ranghi sunniti e a costringere il Qatar a rientrare forzatamente all’interno di queste dinamiche, eseguendo le direttive saudite. Il punto focale di tutto il dibattito, a mio avviso, si incentra qui: in questo gioco a due o più piccole/medie potenze intra-Golfo. Fino a quando nelle intenzioni saudite ci sarà la volontà di guidare il Gcc da organizzazione di cooperazione regionale ad una sorta di Unione del Golfo sul modello dell’Ue, nel quale però Riyadh detta la linea a tutti, e gli altri devono seguire tale direttrice politica, è presumibile che il Qatar manterrà la propria strategia di outsider o di indipendente dalle alleanze e dalle strategie saudite nel Medio Oriente allargato. Pertanto non è improbabile che come si ricomporrà tale attrito potrà presto o tardi sfociare, nuovamente, in un altro caso diplomatico.

 Come potrebbe evolvere lo scenario in relazione al mondo arabo e in particolare all’Iran?

 Oggi come nel 2014, la partita si gioca su più tavoli ma se il motivo apparente è quello tanto ufficialmente pubblicizzato (il sostegno al terrorismo da parte del Qatar), la realtà vede annidarsi questa nuova crepa nell’infinita lotta politica sorta all’interno del Gcc, il consesso locale che da tempo sotto la spinta dell’Arabia Saudita potrebbe mutarsi in una sorta di scudo politico-securitario e blocco economico-commerciale in funzione anti-iraniana e anti-sciita. Le frizioni, per quanto rientrino in un contesto locale e particolare, nella Penisola arabica hanno chiaramente dei risvolti regionali di evidente importanza politica, e l’Iran gioca un ruolo capitale. A mio avviso, il ruolo di Teheran nell’attuale contesto sarà ancora una volta di attesa, per meglio capire quali saranno le mosse dei suoi avversari e dell’Arabia Saudita in particolare. Allo stesso tempo è impensabile che la Repubblica teocratica possa giungere in supporto di uno Stato come il Qatar al quale è sì legato da un rapporto diplomatico sicuramente più disteso e meno bellicoso che con altri attori locali, ma rimane pur sempre un suo avversario politico nel macro-scenario regionale.

Credo ovvio che gli Usa si schierino con l’Arabia Saudita, cosa ne pensa?

 L’amministrazione del Presidente Americano, Donald Trump, si è già espressa contro questa situazione, poiché reputa importante creare un fronte compatto arabo-sunnita e anti-Iran, con un supporto più o meno palese di Israele, per poter bilanciare qualsiasi eventuale avventurismo di Teheran nella regione. Chiaramente, a due settimane di distanza dal Vertice di Riyadh, dove ha partecipato anche lo stesso Trump, questo rappresenta almeno dal punto di vista simbolico un duro contraccolpo che mina in partenza le speranze americane di una possibile alleanza sunnita, sotto quel cappello mediaticamente evocato di una “Nato araba”.

 Quale sarà la reazione del Qatar?

 Al momento Doha ha negato qualsiasi suo coinvolgimento. Difficilmente si andrà ad uno scontro aperto, come anche in passato. È molto probabile che seguiranno settimane di attriti e di dichiarazioni ufficiali, anche velenose, mentre nel sottobosco ufficioso, la diplomazia lavorerà, magari con un aiuto esterno americano, volto ad una ricomposizione nel medio periodo. È bene precisare che lo scontro per quanto sia duro non rappresenta una novità e che come nel 2014 esso è riconducibile più propriamente a dinamiche interne al Golfo piuttosto che a qualcosa che vada oltre tale sfera di azione.

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