martedì, Ottobre 19

Pyeong-Chang 2018: diplomazia olimpica o vetrina mediatica? Con il Professor Alessandro Politi (SIOI), analizziamo le implicazioni della diplomazia sportiva delle due Coree

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Perché le Olimpiadi acquisiscono un peso così rilevante dal punto di vista politico?

Le olimpiadi moderne nascono da un visione moderna che naturalmente va oltre lo spirito delle città stato greche, che estende ad un diverso mondo questo spirito di una competizione che unisce tutti i popoli della terra, tutti gli stati e le nazioni partecipanti. Questo spirito olimpico in genere è stato rispettato, ma ci sono state due Olimpiadi che hanno avuto un boicottaggio reciproco tra Stati Uniti ed Unione Sovietica. In genere si cerca di tenere lo sport fuori dalla politica perché è un campo dove ci si ritrova un po’ tutti. In casi di tensione particolarmente acuta, purtroppo anche lo sport viene coinvolto.

Basti pensare anche a quello che succedeva alle Olimpiadi di Berlino, dove naturalmente c’era un chiaro intento della Germania nazista di usare le Olimpiadi come vetrina e come invece la vittoria di di Owens mostrò qualcos’altro. Adesso pensiamo che questa sia una grande innovazione sud coreana l’avere un’unica squadra comune delle due Coree, ma è solo un altro degli avatar, un’altra delle manifestazioni dell’uso politico intelligente dell’occasione sportiva per porre le basi di un futuro accordo.

Il recente avvicinamento tra le due Coree, in occasione delle prossime Olimpiadi Invernali di Pyeong-Cheng, quindi, è dettato dallo spirito olimpico o, piuttosto, da strategie politiche più complesse?

Lo spirito olimpico è una buona cosa, ma bisogna sempre pensare che chi propone e accetta queste cose sono dei politici. Una proposta del genere attira sempre delle critiche molto forti, per cui molti hanno detto anche in Corea che questa idea di nazionalismo romantico in realtà è solo un regalo ad un regime repressivo come quello del nord, che ha come fine la creazione di una spaccatura tra la Repubblica di Corea e l’alleanza statunitense. Questa è la vera critica che si fa a questo tipo di nazionalismo. Invece è importante la capacità di stabilire un dialogo, anche con regimi illegittimi, e sto pensando esattamente al dialogo della Ostpolitik tra le due Germanie quando erano divise, perché un dialogo fa in modo che almeno di fatto venga riconosciuta una controparte. Questo dialogo infatti ha portato a quella riunificazione tedesca che nessuno si aspettava.

Una delle critiche maggiori a questo tipo di esperimento è stata in Corea: abbiamo soddisfatto i coreani nel nord i quali hanno una visibilità che non meritavano, specialmente dopo le minacce, i lanci di missili, i progressi nel programma nucleare, e inoltre il Governo dell’attuale Presidente sud coreano è ora più cauto nel mantenere il forte collegamento militare con gli Stati Uniti. Questa è una critica sostanziale ma penso che si dimentichi che per fare una pace, tra due stati che sono ancora tecnicamente in guerra, non si parla cogli amici ma si parla coi nemici.

Cosa spera di ottenere Seul da questa nuova fase di rapporti diplomatici con Pyongyang?

La speranza di questo Presidente è di ottenere relazioni più distese che poi permettano di superare lo stato di guerra. Questo non significa che necessariamente che egli punti ad una pace dove riconosca la Corea del Nord come un Governo definitivo.

Che cosa può aver provocato un cambio di strategia così netto del Governo nord-coreano? Potrebbe trattarsi di un tentativo di rientrare nel novero dei Paesi con cui è legittimo trattare?

Non è un cambio di strategia netto per niente. Questa è tipica capacità di sopravvivenza di un regime totalitario che usa tutte le frecce possibili al suo arco. È un tentativo di rientrare nel novero dei Paesi con cui è legittimo trattare, un tentativo di avere visibilità, un riconoscimento, di togliere un po’ di pressione dalle legittime preoccupazioni riguardo il suo programma militare e missilistico.  I vantaggi concreti sono molto evidenti, ma questo si faceva anche in Unione Sovietica. È qualcosa di nuovo nell’ambiente tra le due Coree, ma l’abbiamo fatto per una vita lungo la Cortina di Ferro. Abbiamo costruito fabbriche della FIAT in Unione Sovietica, abbiamo concluso trattati per l’importazione del gas sovietico. Non esiste realmente la figura del dittatore pazzo, esistono quelli la cui logica si capisce e e quelli che no e, se non la si capisce, la colpa è nostra. Kim Jong-un  la logica di mantenere se e la sua famiglia al potere ce l’ha, non è pazzo, è un dittatore dinastico.

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