lunedì, Ottobre 25

Putin, uno Zar a rischio

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Anche in Italia, quando al timone stava Benito Mussolini, molti sostenevano che il Duce era bravo e buono, a differenza di chi gli stava intorno. Lo diceva soprattutto la gente animata da fede fascista e soprattutto quando le cose stavano mettendosi male da ogni punto di vista. Qualcosa del genere, ma in un quadro molto più fortemente radicato e quasi istituzionalizzato, e al tempo stesso in forma più complessa, è sempre avvenuto in Russia nel corso dei secoli, sotto gli zar come durante il regime comunista, e avviene ancora oggi.

Stalin, da par suo, aveva portato la consuetudine alle estreme conseguenze, ad esempio riguardo alle grandi purghe, una sorta di terrorismo di Stato che mieteva a profusione vittime per lo più innocenti allo scopo di rendere docili il ceto politico-amministrativo e i cittadini in generale. La gestione dell’operazione era affidata a uomini di fiducia del “piccolo padre” con i quali essa si identificava agli occhi della popolazione e che però venivano a loro volta eliminati uno dopo l’altro sotto le accuse più infamanti  in modo da oscurare per quanto possibile le responsabilità assolutamente preminenti del capo supremo.

Vladimir Putin, naturalmente, non è Stalin, anche se mostra sempre più di ammirarlo e rimpiangerlo almeno per alcuni aspetti; e non è neppure Nikita Chrusciov o Leonid Brezhnev. Nell’Unione Sovietica in qualche misura “destalinizzata” bastava pronunciare o scrivere pubblicamente una minima frazione delle critiche che in Russia piovono oggi, impunemente, sulle politiche ufficiali, per perdere il posto di lavoro e finire magari in carcere o in manicomio. Sono però critiche anche dure che, fatta eccezione per relativamente pochi audaci disposti a correre simili rischi, risparmiano di regola la persona dell’attuale numero uno del Cremlino. Il quale, non a caso, gode di una popolarità invidiabile da qualsiasi massimo dirigente occidentale da ancor prima che le più recenti vicende la proiettassero verso le stelle.

Putin se l’era guadagnata ristabilendo l’ordine, rilanciando la crescita economica e risollevando il morale di un Paese impoverito e traumatizzato dal cambiamento di regime e dal crollo dell’URSS. E’ poi diventato una sorta di eroe nazionale approfittando della crisi ucraina per riconquistare a mano solo moderatamente armata la Crimea e sfidando impavidamente le reazioni occidentali. Ora, però, la crisi ucraina resta aperta con tutte le incognite del caso e le sanzioni decretate dagli Stati Uniti e dall’Unione europea contribuiscono a far esplodere una grave crisi anche russa che mette a nudo l’intrinseca debolezza e la vulnerabilità del sistema economico-finanziario nazionale, comunque non attribuibili solo alla perfidia del nemico esterno.

Con quali conseguenze interne? Putin e i suoi collaboratori (non tutti, per la verità) non esitano a denunciare il disegno occidentale di provocare direttamente o indirettamente un sovvertimento o comunque una svolta politica a Mosca comportante la giubilazione dello stesso presidente della Federazione russa. Nonostante tutta l’ostilità che incontra ormai il personaggio su entrambe le sponde dell’Atlantico, si deve invece presumere che l’obiettivo delle sanzioni e delle altre più o meno sospettabili manovre dello schieramento UE-NATO, peraltro non compattissimo, sia piuttosto quello di costringere Putin a scendere come minimo a compromesso sull’Ucraina desistendo ovviamente da qualsiasi ulteriore minaccia nei confronti di altri Paesi del cosiddetto “vicino estero”.

In questo caso, e qualora il “nuovo zar” si rassegnasse davvero a patteggiare rinunciando a perseguire obiettivi finora, del resto, mai precisati e neppure in qualche modo trasparenti, la sua posizione potrebbe essere resa precaria, in teoria, da eventuali delusioni di un’opinione pubblica troppo coinvolta con ogni mezzo in un acceso e corale fervore nazionalistico. Le indicazioni demoscopiche più recenti segnalano in realtà aspettative di segno opposto, ossia di una distensione anziché di prove di forza ad oltranza, che semmai rischiano di scontrarsi con l’apparente risolutezza del Cremlino a tenere duro.

Resta quindi da appurare se la scelta di tenere duro ad ogni costo Putin e compagni se la possano permettere, tenuto conto che i costi sociali della crisi economico-finanziaria sembrano già alquanto pesanti e destinati ad accentuarsi ulteriormente. E ciò con possibili ripercussioni politiche contro le quali il Cremlino, a sua volta, dà già l’impressione di volersi cautelare.

Non suona infatti casuale l’ondata di misure repressive ai danni degli oppositori più coriacei come Aleksej Navalnyj, del Centro antistalinista Memorial e di un residuo canale televisivo indipendente. Mentre le affianca, per contro, il ricorso ad un provvedimento demagogico benchè per nulla salutare come il ribasso del prezzo controllato della vodka, quando tutti gli altri aumentano e di molto. Ricordando, magari, che Michail Gorbaciov, ultimo presidente dell’URSS e segretario generale (“minerale”, secondo i detrattori) del Partito comunista sovietico, compromise la propria popolarità anche col tentativo di mettere al bando la bevanda prediletta dai suoi compatrioti.

Nel suo rituale discorso del 4 dicembre sullo “stato della nazione” Putin ha sorpreso alquanto l’uditorio e gli osservatori internazionali dichiarando di non sentirsi responsabile per la crisi in atto. Evidentemente, non ha ritenuto sufficiente scaricare sul nemico esterno tutta la colpa per il crollo del rublo con annessi e connessi. Mettendosi implicitamente e lodevolmente in gioco, pur senza scendere in dettagli ha così accennato ad una questione che si trova ormai in primo piano nel dibattito nazionale su quanto sta accadendo, e che per la Russia postcomunista non è certo una novità ma per il grosso del Paese può costituire un’amara sorpresa. Era infatti lecito sperare che, grazie a Putin o  soprattutto a lui, le cose stessero finalmente cambiando per il meglio.

Per quanto grati al presidente in carica e tuttora apparentemente fiduciosi nella sua guida, i russi forse non si adeguano più ciecamente al ricordato pregiudizio favorevole al capo supremo, anche perché nel profondo del Paese qualcosa probabilmente sta davvero cambiando nel frattempo. Sul settimanale ‘Argumenty i fakty’ un lettore ha chiesto nei giorni scorsi se qualcuno risponderà per il crollo del rublo, ricordando che dopo la svalutazione e il default del 1998 il presidente Boris El’zin licenziò il premier e il presidente della Banca centrale.

Questo lettore ha taciuto, o finto di dimenticare, che lo stesso El’zin dovette dimettersi l’anno successivo sotto il peso di vari fallimenti oltre che della cattiva salute, e consegnare lo scettro a Putin, già da lui scelto come premier (“o che altri avevano scelto per lui”, come ha opportunamente rammentato adesso Antonella Scott su “Italia e mondo” del ’24 ore’ online). Gli ha comunque risposto un politologo, Igor’ Bunin, facendogli presente che mentre El’zin amava “tagliare teste”, il suo successore è molto più rispettoso verso i suoi collaboratori, e assicurando in ogni caso che sul capo della governatrice della Banca centrale, Elvira Nabiullina, non incombe alcuna minaccia.

Quanto invece alla guida del governo, Bunin ha ammesso che l’attuale premier Dmitrij Medvedev, partner ultrafidato di Putin al punto da avergli tenuto caldo per cinque anni il posto di presidente in modo da consentirgli di assumere un terzo mandato (la Costituzione ne vieta più di due di fila) ma molto criticato e parecchio impopolare nel Paese, dovrebbe passare la mano probabilmente ad un tecnico, anche per la difficoltà di scegliere tra un politico liberale o uno statalista. E ciò, però, senza fretta, aspettando che si avvicinino le scadenze elettorali del 2017-18. La fretta sarebbe fuori luogo, sostiene il politologo per ottimismo obbligatorio o per scaramanzia a rovescio, perché l’attuale crisi assomiglia più a quella meno grave del 2008 che a quella del 1998 e dovrebbe quindi essere superata in breve tempo.

Si dà però il caso che l’ottimismo risulti assai poco condiviso dagli addetti ai lavori ed esperti della materia. Lo stesso Putin prevede per l’uscita dal tunnel il termine neanche tanto ravvicinato di due anni, e che tuttavia va considerato oltremodo riduttivo in rapporto al tempo necessario per una cura radicale dei mali che l’hanno provocata. Tra i competenti prevale infatti la certezza che il vero o maggiore tallone d’Achille dell’economia russa sia l’assenza o quasi di un moderno apparato industriale e in particolare manifatturiero, che non si ricostruisce ovviamente in quattro e quattr’otto neppure con metodi staliniani e a prescindere dalla scelta tra liberismo e dirigismo.

L’accademico Sergej Karaganov, che senza nominarlo chiama praticamente in causa Putin denunciando la mancanza di qualsiasi politica economica negli ultimi 7-8 anni, si astiene dal precisare quanti ne occorreranno per rimediare. Non lo fa neppure Sergej Dubinin, che parla di una “nuova normalità” di ritorno nel senso che gli ultimi anni di vacche grasse avrebbero soltanto alimentato effimere illusioni facendo dimenticare un’immutata, dura realtà. Ma Dubinin come tanti altri avevano ampiamente previsto l’altrettanto duro risveglio ben prima della crisi ucraina e delle sanzioni, e ora i pronostici circa i tempi necessari per cambiare questa realtà oscillano tra i cinque e i dieci anni.

Intanto la crisi russa imperversa, minaccia semmai di aggravarsi mentre non sembrano imminenti decisioni politiche adeguate per incidere sulle sue cause profonde. Quanto a quelle più contingenti, Karaganov sollecita i governanti ad impegnarsi prioritariamente per rilanciare l’edificazione di un sistema di sicurezza paneuropeo nel cui quadro trovare una sistemazione innanzitutto per l’Ucraina. Qualche segnale distensivo da Mosca sta in effetti arrivando, ma nel frattempo si preannunciano ulteriori aumenti delle spese militari che già contribuiscono a minare la tenuta  del bilancio statale.

Non mancano peraltro neppure tentazioni e proposte di segno opposto e di ispirazione estremistica, come quelle di ripudiare tutti i debiti accumulati dalle grandi società e banche statali russe nei confronti dell’Occidente (190 miliardi di dollari da restituire nel 2014) o addirittura scatenare azioni militari per impartirgli una salutare lezione. Il tutto contando, evidentemente, sul proverbiale capacità di sopportazione del popolo russo, sulla sua abnegazione patriottica cui, forse, oggi sarebbe però più difficile fare appello con successo come a suo tempo Stalin per respingere l’aggressione nazista.

Al contrario, se cedesse a simili suggestioni, Putin rischierebbe di perdere almeno una parte dei consensi popolari di cui gode. E’un rischio che corre comunque sin d’ora se non altro perché ai sacrifici che l’attuale situazione comporta per la gente comune non fanno riscontro misure adeguate contro la corruzione e soprattutto contro quella massiccia fuga dei capitali all’estero che è effetto ma anche causa del crollo del rublo. Non si tratta qui solo dei particolarmente odiati “oligarchi” ma della più ampia categoria di privilegiati sulla cui fedeltà e devozione (forse sopravvalutate) Putin sembra insistere malgrado tutto a fare affidamento per conservare il controllo dell’intera società e mantenere saldo il proprio potere.

Qualcuno indica nel recente sciopero nazionale dei medici, vittime di retribuzioni più che modeste e di altre penalizzazioni, un primo sintomo di esasperazione crescente del malcontento popolare. Tenuto conto però sia del carattere autoritario del regime sia dello scarso credito dell’opposizione attiva, numericamente esigua e per di più divisa, sembra più probabile che il “nuovo zar” possa trovare più temibili contestatori e potenziali ribelli nella cerchia a lui più vicina. Compreso ad esempio un personaggio di peso come l’ex ministro delle Finanze Aleksej Kudrin, che si è già esposto accentuando le sue critiche pubbliche alla politica economica ufficiale. Da tempo privo di cariche pubbliche ma rimasto in buoni rapporti e comunque in contatto con il Cremlino, Kudrin aveva altresì già mostrato di coltivare qualche ambizione politica.

Qualora non venisse richiamato, come forse spera, a posti di responsabilità, potrebbe offrirsi, al limite, anche come alternativa all’attuale guida suprema. Al di là dei singoli casi e prospettive personali, esistono nelle stesse categorie privilegiate gruppi presumibilmente consistenti propensi a rimproverare a Putin non tanto la prova di forza con l’Occidente in sè quanto il fatto di averla ingaggiata in condizioni, soprattutto economiche, tali da rendere la vittoria meno probabile della sconfitta, o comunque da danneggiare gravemente il Paese e chi ci vive. Inclusi, dopotutto, gli stessi appartenenti a queste categorie, che forse preferirebbero non dover mandare i loro soldi all’estero dove, tra l’altro, rischiano di essere sequestrati e magari espropriati insieme ad altri loro beni.

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