domenica, Agosto 14

Putin sull’Ucraina, Xi Jinping su Taiwan: due discorsi così simili… La situazione a Taiwan è abbastanza diversa da quella dell'Ucraina in termini di diritto internazionale, ma i discorsi di Vladimir Putin e Xi Jinping sostanzialmente convergono. L’analisi di Pierre-Yves Hénin, Université Paris 1 Panthéon-Sorbonne

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La guerra condotta dalla Russia per soggiogare o smembrare l’Ucraina ha alimentato la preoccupazione che la Repubblica popolare cinese utilizzerà presto la forza contro Taiwan per realizzare il “sogno cinese della riunificazione nazionale”. Questa preoccupazione è tanto maggiore in quanto, tre settimane prima dell’invasione dell’Ucraina, Vladimir Putin e Xi Jinping avevano rilasciato una dichiarazione di totale solidarietà durante la visita del Presidente russo a Pechino. Quindi, Ucraina e Taiwan, stessa battaglia?

Russia e Cina sono oggi stati sia autoritari che revisionisti, nel senso che intendono sfidare l’ordine mondiale esistente. Certo, la situazione a Taiwan è abbastanza diversa da quella dell’Ucraina in termini di diritto internazionale, ma i discorsi giustificativi di Vladimir Putin e Xi Jinping sostanzialmente convergono.

Le “narrazioni” russe e cinesi, infatti, poggiano su due pilastri comuni: da un lato, l’affermazione di un’identità nazionale condivisa, poi lacerata, che andrebbe restaurata; dall’altro, una preoccupazione geostrategica causata da una presenza militare degli Stati Uniti o dei suoi alleati potenzialmente ostili nel loro vicino estero, sinonimo di minaccia di accerchiamento e contestazione della loro sfera di legittima influenza sul loro “cortile di casa”.

A queste argomentazioni si aggiunge un altro aspetto di primaria importanza: il desiderio di questi sistemi autoritari di proteggersi dal “contromodello” democratico incarnato ai loro confini da Ucraina e Taiwan.

Rivendicare un’identità nazionale condivisa: il discorso russo…

Come quello della Cina, l’attuale regime russo può essere descritto come un nazional-capitalismo autoritario. In questo tipo di regime, la legittimazione dell’autoritarismo mobilita in particolare un discorso sull’identità nazionale.

Non sorprende che questa logica sia in prima linea nella narrativa russa per giustificare lo smembramento dell’Ucraina, obiettivo proclamato della sua azione militare. Vladimir Putin si è assunto personalmente la responsabilità di produrre questo discorso in un lungo documento intitolato ‘Sull’unità storica di russi e ucraini’, in cui la storia è strumentalizzata a sostegno della sua politica revisionista), che molti storici non hanno mancato di denunciare.

Ricordando la lunga e complicata storia di un’Ucraina sballottata tra la sfera di influenza russa e quella lituano-polacca, Putin afferma che il movimento per rivendicare un’identità nazionale ucraina – inizialmente culturale e linguistica -, particolarmente evidente alla fine del XIX secolo fu manipolato dal movimento nazionale polacco – già all’estero – che all’epoca si batteva contro l’annessione della cosiddetta Polonia “del Congresso” all’Impero russo. Più interessante è la sua denuncia della politica sovietica delle nazionalità nel futuro dello spazio ereditato dall’URSS.

L’aggressione russa ha solo rafforzato la visione della storia condivisa dalla maggior parte degli ucraini, secondo la quale la loro identità nazionale è stata costruita per secoli, in particolare in opposizione all’impero autoritario degli zar e poi delle autorità comuniste. Sempre represso dal potere sovietico, questo programma di riflessione storica è rinato alla fine degli anni ’80, con la perestrojka, su iniziativa del Partito Comunista d’Ucraina, come riportato da uno storico di Kiev che ha partecipato a questa rinascita.

Va notato di passaggio che l’attaccamento della Crimea all’Ucraina con decisione del Soviet Supremo del 19 febbraio 1954 – presentato all’epoca da Mosca come generoso dono del fratello maggiore in occasione del 300° anniversario del Trattato di Pereïaslav, e oggi per capriccio di Krusciov, mirava infatti a rafforzare il peso dell’elemento russo in una repubblica dove i movimenti di protesta contro l’ordine russo-sovietico non si erano estinti.

… e la sua controparte cinese

Il discorso cinese che giustifica la necessaria “riunificazione” con Taiwan ha certamente una certa legittimità a priori in termini di diritto internazionale, dal momento che gli stessi Stati Uniti non contestano l’appartenenza dell’isola in linea di principio alla Cina. Tuttavia, questa riunificazione viene presentata come l’ultima sopravvivenza dei “trattati ineguali” da cancellare per realizzare il “grande sogno cinese”.

È vero che fu attraverso il Trattato di Shimonoseki del 1895 che il Giappone si appropriò dell’isola di Taiwan. Tuttavia, i vari governi cinesi non rivendicheranno il ritorno di Taiwan in madrepatria per diversi decenni. Fino al 1942, quando fu richiesta la restituzione della Manciuria, Taiwan appariva solo come un territorio che doveva essere liberato dall’occupazione giapponese, allo stesso modo della Corea e dell’Annam, anch’esse ex colonie cinesi. Raramente menzionato, questo punto è ben documentato dallo storico americano Alan M. Wachman. Nel 1937, durante i suoi colloqui con il giornalista Edgar Snow, Mao riteneva che il Partito Comunista dovesse aiutare i taiwanesi a combattere per la loro indipendenza, posizione ribadita da Zhou Enlai nel luglio 1941. Nel 1938, il presidente nazionalista Chiang Kai-shek espresse il stessa posizione:

“Dobbiamo consentire a Corea e Taiwan di ripristinare la loro indipendenza, il che andrà a beneficio della difesa nazionale della Repubblica di Cina. »

La rottura arriverà da un attore inaspettato, Franklin Delano Roosevelt. Il 14 agosto 1941, la Carta Atlantica prevedeva il ritorno di Taiwan nella Repubblica di Cina. Informato dalle sue relazioni americane, il Kouo-Min-Tang (il partito di Chiang Kai-shek) integrerà questo punto di vista nel 1942. Allo stesso tempo, il Partito Comunista Cinese opera lo stesso cambio di posizione, che ha presentato come un’iniziativa dei comunisti taiwanesi.

Come osserva Alan Wachman, questo indebolimento dell’argomento della legittimità storica porta a favorire l’argomento geostrategico.

Argomenti geostrategici

Non ripeteremo qui la lunga controversia sulla legittimità dell’allargamento della NATO alle ex democrazie popolari, poi agli Stati baltici, liberati dall’annessione sovietica e perfino, un giorno, alla Georgia e all’Ucraina. In ogni caso, questo allargamento porta ai confini della Federazione Russa una coalizione potenzialmente contraria ai suoi progetti revisionisti di ripristino, se necessario con la forza, della sfera di influenza ereditata dall’Impero degli zar e dall’URSS.

In quanto alleanza difensiva, è improbabile che la NATO si impegni in un’azione offensiva contro la Russia, le cui preoccupazioni su questo punto sono, a dir poco, sopravvalutate. Resta il fatto che, oltre a costituire una minaccia per la stessa Russia, l’allargamento della NATO avrà incontestabilmente limitato la sua capacità di azione nei paesi ai suoi occhi appartenenti al suo “vicino estero” (senza, tuttavia, impedire il sostegno militare di ” repubbliche separatiste” controllate da minoranze russofile e di lingua russa, dalla Transnistria all’Abkhazia, passando per il Donbass). Senza la presenza militare occidentale nei paesi vicini, è difficile vedere come l’esercito ucraino avrebbe potuto resistere con tale efficacia all’offensiva russa del febbraio 2022.

Usando una terminologia che ricorda il discorso tedesco prima della prima guerra mondiale, la Russia afferma che la presenza militare occidentale mira a “circondare” il suo territorio. Allo stesso modo, l’autonomia di Taiwan sotto la protezione degli USA costituisce, agli occhi delle autorità cinesi, il punto di ancoraggio di una barriera che chiude i mari della Cina lungo la “prima catena di isole”. Il libro di testo sulla geografia militare dello Stretto di Taiwan pubblicato nel 2013 dall’Accademia per la difesa di Pechino include una presentazione molto esplicita della posta geostrategica costituita dal possesso di Taiwan: il controllo dell’isola è fondamentale per difendersi da un blocco, allo stesso tempo poiché minaccerebbe le comunicazioni del Giappone; e fornirebbe alla Marina dell’esercito popolare il libero accesso all’Oceano Pacifico e un mezzo decisivo per esercitare pressioni sugli stati della regione, riferiscono i ricercatori William Murray e Ian Easton.

Per quanto reali siano le poste in gioco strategiche e geopolitiche, ci sembra che un’ulteriore dimensione intervenga nella motivazione russa e cinese di porre fine ai rispettivi status di Ucraina e Taiwan.

L’argomento politico

La denuncia congiunta delle “rivoluzioni colorate” di Putin e Xi Jinping richiama l’attenzione sul fatto che questi leader di regimi autoritari vedono una minaccia nelle democrazie alle loro porte. La democrazia funziona certamente meglio a Taiwan che in Ucraina, ma in entrambi i casi, questi piccoli paesi, de jure o de facto, dimostrano che gli ex sovietici come i cinesi possono vivere benissimo anche al di fuori della dittatura.

Se, per anni, Mosca è stata così sistematicamente impegnata a denigrare la democrazia ucraina, è perché questo regime, per la sua stessa esistenza, contrasta la narrativa del Cremlino. Come afferma il giornalista Jean-François Bouthors, “per Vladimir Putin, lasciare che l’Ucraina si muova in questa direzione [democratica]è impossibile. Come ritenere da un lato che è per una specificità di civiltà russa che l’autocrazia che impone al Paese è giustificata e dall’altro che, come sostiene, gli ucraini non sono diversi dai russi, quando hanno optato per democrazia? […] Dal suo punto di vista, il potere a Mosca era davvero minacciato dall’esperienza democratica ucraina”.

Intanto gli studiosi Kelly Brown e Kalley Wu Tzu-Hui sottolineano che Taiwan presenta oggi al mondo cinese un modello alternativo di modernità e democrazia; questo è, secondo loro, il motivo principale per cui Pechino ha un problema con Taiwan – “Trouble with Taiwan”, espressione scelta come titolo del loro libro pubblicato nel 2019.

Se è discreto nella comunicazione destinata al “Nord”, questo argomento è ben accolto in molti Paesi “del Sud”, per i quali l’atteggiamento russo e cinese ha il merito di rompere con un sistema democratico liberale dominato dagli Stati Uniti , pronto a sanzionare gli eccessi a cui si adatta per natura il fronte dei regimi autoritari nazionali-capitalisti.

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