domenica, Giugno 20

Putin mostra sempre più i muscoli L’escalation di manovre militari russe contrasta con le aperture e le pressioni distensive verso Mosca di un Occidente che rischia però di dividersi

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Da tempo si parla di nuova ‘guerra fredda’ in Europa e anche altrove. O, quanto meno, se ne paventa la piena riesplosione, come se poco o nulla fosse cambiato nell’ultimo trentennio, da quando cioè si concluse quasi senza colpo ferire la lunga sfida tra il mondo liberalcapitalista occidentale e il blocco comunista capeggiato dall’URSS. Parecchio è invece cambiato, come sappiamo, ma ciò nonostante Russia e Occidente sono ridiscese da qualche anno su un sentiero di guerra non soltanto simbolico.

Lo si può facilmente constatare anche senza condividere il pessimismo di chi ricorda e ammonisce, del resto giustamente, che il secondo conflitto mondiale non fu in fondo che il secondo tempo, sia pure distanziato di una ventina d’anni, di una partita iniziata con il primo. E che, dopotutto, la sua chiusura con una vittoria sperabilmente definitiva delle forze del bene su quelle del male non fece che preludere alla pressocchè immediata apertura di altre partite, non meno capaci della precedente di sfociare in cataclismi apocalittici.

Basta comunque guardarsi intorno, evitando di sottovalutare i pericoli dell’abitudine. Da anni ormai si intensifica la corsa agli armamenti più perfezionati e micidiali da parte delle maggiori potenze e anche di   non poche minori. Da anni si assiste altresì, soprattutto in Europa, al sempre più frequente ripetersi di esercitazioni militari da parte degli opposti schieramenti, per nulla in sordina bensì ostentate e reclamizzate.  

Un’insistita esibizione di muscoli, insomma, nel duplice intento dichiarato di rassicurare quanti temono aggressioni e dissuadere quanti eventualmente le premeditino. Il tutto, con annesse e immancabili accuse reciproche di provocazioni e intimidazioni. Lo scopo reale, o per lo meno primario, è invece quello di esercitare la massima pressione possibile sulla controparte o sulle controparti per avvantaggiarsi sul terreno politico-diplomatico.

Si tratta di uno spettacolo che proprio in questi giorni si presenta più che mai imponente nonché, va detto, in forma particolarmente accentuata sotto ogni aspetto da parte russa. Di una potenza, cioè, oggi soprattutto militarmente tale, in quanto relativamente sprovvista di armi diverse da quelle che sparano per lanciare o fronteggiare sfide che deve subire prevalentemente sul terreno economico o politico-economico. In primo luogo, ma non soltanto, mediante apposite sanzioni punitive dei suoi comportamenti.

La settimana prossima si svolgerà in gran parte della Federazione russa, soprattutto asiatica, una colossale esercitazione di forze armate terrestri e aeronavali, senza precedenti in questo secolo e persino nell’ultimo decennio di vita dell’Unione Sovietica oltre che in quello immediatamente successivo. Lo ha sottolineato, annunciandola, lo stesso ministro della Difesa Sergej Sciojgu, considerato tra l’altro uno dei candidati naturali a rimpiazzare Vladimir Putin se e quando si porrà il problema.  

Denominata Vostok (che significa ‘oriente’) 2018, vedrà impegnati circa 300 mila uomini, un migliaio di aerei e unità di ogni tipo delle flotte russe del Pacifico e dei mari del nord. Vi parteciperanno, oltre a reparti della Mongolia, anche 3200 militari cinesi con proprio armamento, a seguito di manovre comuni già svoltesi lo scorso anno. La gigantesca Repubblica popolare, va ricordato, non è tecnicamente alleata della Russia anche se le relazioni tra i due Paesi sono più che amichevoli ormai da molti anni.

Mentre a Pechino si precisa ufficiosamente, per l’occasione, che la partecipazione costituisce “anche un segno di appoggio politico a Putin sottoposto a pressione diplomatica su vari fronti”, a Mosca si addita uno scontato interesse comune a contrastare l’egemonismo planetario americano giungendo ad assicurare tra l’altro che un eventuale conflitto nucleare scatenato contro la Russia coinvolgerebbe anche la Cina e viceversa.

Tutto ciò suona plausibile, come pure che si tratti di una comune risposta alla nuova strategia di difesa americana apertamente mirata contro (per citare l’omologo USA di Sciojgu, James Mattis) le due grandi «potenze revisioniste» che «cercano di creare un mondo coerente con i loro modelli autoritari». Plausibile, ma non sufficiente per escludere del tutto il sospetto che si tratti, nell’ottica di Mosca, di una dimostrazione di forza dispiegata anche nei confronti di Pechino pur guardando ad un futuro forse non proprio imminente. Nel quale potrebbe essere malgrado tutto la Cina a subentrare agli USA in un ruolo mondiale malvisto dalla Russia, se non altro a causa di una contiguità territoriale che già contribuì in passato a provocare un’aspra collisione tra Mosca e Pechino pur affratellate dall’ideologia comunista.

Per ora, tuttavia, quando il portavoce del Cremlino Dmitrij Peskov afferma che le esercitazioni militari anche massicce e su vasta scala sono essenziali in un contesto «spesso aggressivo e ostile verso il nostro Paese» non pensa certo ad una minaccia cinese già incombente. C’è semmai da domandarsi se Mosca, alle prese con qualcosa di almeno un po’ simile all’ ‘accerchiamento capitalista’ subito all’indomani della rivoluzione bolscevica, non ritenga che la migliore difesa contro gli attacchi sia anche in questo caso l’attacco stesso, per mancanza di alternative o per disperazione.

Il dubbio viene suggerito nientemeno che dalla ‘Pravda’, tuttora organo del partito comunista russo che potrà anche avere le sue particolari ragioni per tuonare contro l’Occidente più ancora dei vari esponenti del regime e dei media più allineati. Ma sta di fatto, e non manca di colpire, che il celeberrimo quotidiano abbia scritto nei giorni scorsi che quelle di Vostok 2018 siano “non comuni manovre, ma esercitazioni su vasta scala con scopi offensivi”, quasi a voler accreditare tesi e moniti degli ambienti occidentali più assidui e accaniti nel denunciare la minaccia dell’”orso russo”, storicamente temibile a prescindere dalla veste che indossa.

Che poi la minaccia temuta o temibile, ventilata o evocata, sia proprio quella di grado estremo, ossia che la Russia si appresti a correre o far correre senza troppe remore al mondo intero il rischio di una terza guerra mondiale ovvero di un fatidico conflitto termonucleare, suona assai poco credibile e aprirebbe comunque un altro discorso. Meritevole di maggiore considerazione appare piuttosto la prospettiva di ulteriori operazioni come quelle tuttora in corso in Ucraina e in Siria, e non tanto più addentro nel vecchio continente quanto nelle sue adiacenze. Oppure in Africa, dove si segnalano accenni a nuovi tentativi di penetrazione dopo i fallimenti sovietici nel secolo scorso.

Ma, naturalmente, innanzitutto in Asia, tenuto conto che Vostok 2018 avrà luogo in prevalenza nel continente più grande, dove Mosca teme una maggiore penetrazione dell’estremismo islamico nelle repubbliche centrali ex sovietiche e mostra di voler contrastare l’apparente riscossa dei talebani in Afghanistan. Guarda caso, l’ultima esercitazione russo-sovietica paragonabile per dimensioni alla prossima si era svolta nel 1981, con la partecipazione di tutti i Paesi membri del Patto di Varsavia, in risposta alle molteplici reazioni occidentali all’invasione sovietica dell’Afghanistan compresa la diserzione in massa, con qualche eccezione, delle Olimpiadi di Mosca del 1980.

Fu quella una delle fasi più critiche, praticamente la penultima, della guerra fredda, e ci si può perciò domandare se e quali somiglianze esistano con quella attuale, al di là delle ovvie differenze. Anche allora l’Europa stava al centro della scena, senza conflitti armati, in piena regola o ‘ibridi’ come quello attuale in Ucraina, ma con tensioni acute e allarmanti come quella innescata dall’arrivo degli euromissili da entrambe le parti contrapposte.

Oggi, al protrarsi nel vecchio continente di un conflitto politico-militare pericolosamente aperto si era aggiunto, lo scorso anno, un anticipo europeo di Vostok 2018: l’esercitazione Zapad (occidente) 2017, russa e bielorussa, presso le frontiere dei Paesi che si sentono più direttamente minacciati da Mosca. I quali hanno ospitato a loro volta, prima e dopo, esercitazioni della NATO con numerosi partecipanti anche neutrali, di dimensioni assai più modeste ma ugualmente stigmatizzate da parte russa come inaccettabilmente ostili e provocatorie.

Una sorta di teatrino, insomma, della politica internazionale, quanto meno fastidioso fin che si voglia ma al quale si stava facendo un po’ l’abitudine malgrado il suo tendenziale crescendo però accentuato, adesso, da una novità di tutto rilievo geopolitico. E’ infatti in corso già da un paio di giorni, e durerà una settimana, un’altra imponente esercitazione russa, stavolta di forze navali e aerospaziali, nel Mediterraneo, con impiego di una trentina di unità largamente dotate di missili anche strategici. La sua finalità dichiarata e più specifica è quella di tenere a bada alcuni sommergibili americani in grado di colpire il territorio siriano appunto con missili, oltre a combattere, tra l’altro, la pirateria.

Si tratta però di una primizia assoluta nella storia moderna della Russia, come sottolineano gli osservatori, in quanto sfida plateale alla pluridecennale egemonia navale USA nell’ex mare nostrum, anche se il divario tra le rispettive forze rimane ampio e se la prima comparsa di una squadra navale russa nelle sue acque risale al tardo periodo sovietico. L’evento non mancò di sollevare un certo scalpore ma non ebbe seguiti apprezzabili anche per i noti motivi.

Adesso il quadro contestuale è ben diverso, con la Russia nuovamente e assertivamente proiettata in più direzioni nelle aree extraeuropee, saldamente insediata in Siria e attivamente interessata al Nordafrica centro-orientale in concorrenza con vari Stati occidentali vicini e meno vicini e già concorrenti tra di loro. Il tutto con annessa prospettiva, per Mosca, di poter influire persino sull’evoluzione dello scottante problema dell’emigrazione verso l’Europa, dal continente nero e non solo, oltre che sul controllo di una porzione importante della produzione energetica mondiale e della sua commercializzazione.

Maggiori o minori che siano, le novità da registrare avvengono in concomitanza e in apparente contrasto con sviluppi di prima grandezza ma di segno almeno potenzialmente opposto sulla scena internazionale. Restano forse compatibili con gli sforzi e le acrobazie che continua a compiere Donald Trump per sostenere e possibilmente approfondire le sue aperture verso la Russia malgrado la multiforme contestazione della sua persona e del suo operato a Washington e dintorni. Insistendo, comunque, nell’uso del bastone e della carota nei confronti di Putin, verosimilmente spinto perciò a ricambiare.

Il comportamento di Mosca si presenta invece meno o per nulla compatibile con le crescenti pressioni distensive nei suoi confronti all’interno dell’Unione europea e soprattutto con le crepe apertesi nello schieramento occidentale tra la stessa UE e gli USA anche al di fuori dei rapporti con la Russia, offrendo automaticamente a Mosca ampie e probabilmente insperate possibilità di avvantaggiarsene ad ogni buon fine. Ma è forse ancora troppo presto perché Putin accerti a quale delle due (e magari più di due) controparti gli convenga andare incontro e neppure come e in che misura farlo approfittando dell’occasione. Che potrebbe del resto rivelarsi effimera almeno in parte qualora Trump venisse sloggiato dalla Casa bianca.  

 

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