domenica, Dicembre 5

Putin, l'altolà degli Usa Biden, vice di Obama, da Kiev intima il ritiro delle truppe russe al confine

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Kiev è dalla parte giusta della storia, Mosca deve retrocedere. Atterrato in Ucraina, il numero due della Casa Bianca Joe Biden ha lanciato un nuovo ultimatum alla Russia. «Il Cremlino deve ritirare le sue truppe dalla frontiera con l’Ucraina e smettere di sostenere gli uomini che si nascondono dietro le maschere, altrimenti rischia un maggiore isolamento» ha rilanciato il vice Presidente americano al termine del suo incontro con il neo Premier ucraino Arseni Iatseniuk e con il Presidente ad interim Oleksandr Turcinov, vittime di «minacce umilianti» da Mosca.
Non c’è partita sul futuro del Paese, in bilico tra l’Unione europea (UE) e la grande madre Russia, che nel febbraio scorso da Maidan ha cacciato l’allora Presidente filorusso Viktor Yanukovich: «Le elezioni del 25 maggio per il futuro capo di Stato potrebbero rivelarsi le più importanti della storia dell’Ucraina», ha dichiarato Biden, promettendo anche «aiuti non letali» e sostegno a Kiev.
Insistendo nel guardare al passato di un Urss che non esiste più, il Presidente russo Vladimir Putin rischia di scrivere la sua fine. Almeno questa è la prospettiva degli Usa, che analizzando alcune immagini ricevute da Kiev e scattate dai media, sostengono di avere smacherato agenti e militari russi, sotto le insegne di fantomatici separatisti. «Le foto», ha affermato il Dipartimento di Stato americano, «mostrano segni di collegamento tra la Russia e parte dei militanti armati nell’Ucraina militare».
Di fronte allo spauracchio dell’ostracismo, Mosca non arretra di un millimetro: «Scambiarsi black-list tra la Russia e l’Occidente è un vicolo cieco assoluto», ha replicato il Premier russo Dmitri Medvedev, «minimizzaremo gli effetti di eventuali nuove sanzioni occidentali».

Gli insorti filorussi, nel sillogismo del neo Governo di Kiev appoggiato dalla Casa Bianca, non hanno diritto di cittadinanza: «Chi di loro si rifiuta di consegnare le armi», come da accordo di Ginevra del 17 aprile scorso tra Russia, Ucraina, Stati Uniti e Ue, «mette una croce sull’intesa raggiunta per risolvere la crisi», ha affermato Turcinov.
Anche Bruxelles, preoccupato per la deriva di violenze nell’Est del Paese, ha richiamato «tutte le parti a rispettare i termini dell’intesa di Ginevra». «Tutto quanto è scritto nell’accordo», ha precisato l’ufficio dell’Alto rappresentante per la Politica estera dell’Ue Catherine Ashton, «va rispettato. L’attesa per la sua attuazione è la stessa degli Usa». Dunque, Bruxelles è allineata con Washigton nella preparazione di nuove sanzioni contro il Cremlino, in base agli «sviluppi sul terreno».
L’Ucraina resta sul baratro della guerra civile: dopo i morti della settimana scorsa, da Kiev il Ministero della Difesa ha denunciato l’aggressione con «diversi proiettili» di un aereo militare Antonov-30 ucraino in perlustrazione a Sloviansk, tra i centri dell’Est in mano ai filorussi. Ma anche dai territori di Crimea, annessi con il referendum del 16 marzo scorso, le frizioni con la minoranza tatara promettono tensioni crescenti.
Il leader della comunità turcofona e musulmana della penisola Mustafa Zhemiliev, contestatore del decreto di riabilitazione per i tatari e le altre minoranze del 21 aprile da Putinè Mosca che semmai che si dovrebbe riabilitare con i tatari per i crimini del 1944»), è stato bandito per cinque anni dall’ingresso nella Russia (inclusa la Crimea, dove la comunità ha le sue radici).
Deputato a Kiev del partito Patria di Yulia Timoschenko, Zhemiliev ha ricevuto il visto di allontanamento alla frontiera mentre stava lasciando la Crimea. «Un atto incivile, rientrerò egualmente» ha risposto il leader della minoranza, che ha boicottato la consultazione sull’annessione.

 Oltre il Mediterraneo, in Africa c’è una guerra civile che dilaga con cruenza sempre maggiore.
In Sud Sudan, nella settimana di Pasqua sono morte oltre 350 persone, per lo più civili (incluse donne e bambini), in tre massacri perpetrati negli scontri tribali tra nuer e dinka, che oppongono il Presidente Salva Kiir (dinka) e al suo ex vice e capo dei ribelli Riek Machar (nuer).
Dopo della denuncia dell’Onu dell’uccisione di «centinaia di civili» in una moschea e in diverse chiese della città di Bentiu, strategica per il controllo del petrolio, Machar ha negato qualsiasi responsabilità dei suoi uomini, accusando l’esercito governativo di Kiir della carneficina.
Ma, dopo i morti in Yemen, in Africa è stata una giornata di sangue anche per la Somalia: il secondo deputato in due giorni è rimasto assassinato in un attentato a Mogadiscio, freddato in un agguato, vicino alla sua abitazione, da due killer, poi fuggiti. La prima vittima era stata invece fatta saltare in aria con una bomba sulla sua auto degli islamici jihadisti dello Shebab, che hanno rivendicato l’attacco.
A una settimana dalle legislative del 30 aprile, nei Paesi arabi anche l’Iraq è stato scosso da un grave attentato alle istituzioni: 10 persone, tra le quali un maggiore della polizia, sono state uccise da uomini armati in un centro elettorale del nord, nell’hinterland di Mosul.
Il terrorismo psicologico degli agguati che fa tremare e cadere anche i Governi ad interim della Libia non ha impedito, in compenso, l’elezione del liberale ed ex Ministro degl Consiglio nazionale di transizione Ali Tarhouni alla Presidenza dell’Assemblea costituente, eletta per scrivere la prima Costituzione del Paese. Da Tunisi, il pur precario esecutivo uscito vincente dalle rivolte del 2011 si è proposto come mediatore, sotto l’egida dell’Onu, per un «dialogo nazionale tra i politici libici, che aiuti Tripoli a superare la crisi».

A piccoli passi, la democrazia sembra procedere. In Egitto, invece, in una delle rare giornate senza grossi scontri con i cortei dei Fratelli musulmani, supporter del deposto Presidente Mohamed Morsi, i generali al potere continuano nella repressione, per riportare il Paese all’ordine: in giornata si è tenuta una nuova udienza alla Corte d’Assiste del Cairo contro i 20 giornalisti di ‘al Jazeera‘ (emittente del Qatar, grande finanziatore della Primavera araba), accusati di sostenere la Fratellanza, il movimento islamico vincitore delle elezioni, dichiarato terrorista dopo il golpe del 3 luglio scorso.
Tra i reporter alla sbarra, 12 sono contumaci e quattro stranieri: due britannici, un australiano ed una olandese. Nella non lontana Turchia, la stretta del – democraticamente eletto – e tre volte Premier Recep Tayyip Erdogan in vista delle presidenziali di agosto, preoccupa non poco l’opposizione di piazza Taksim.
A caccia di voti dopo il successo del suo partito islamico dell’Akp alle amministrative, stando alle indiscrezioni dei media turchi Erdogan, una volta eletto Capo di Stato, sarebbe pronto a candidare a Premier il capo del Servizi segreti (Mit) e suo uomo di massima fiducia Hakan Fidan.
Un segnale in tal senso è l’imminente riforma in Parlamento dell’intelligence, che, dopo le leggi restrittive sui social network e Internet, darà all’agenzia di sicurezza poteri pressoché illimitati in materia di sorveglianza. Intanto Erdogan è decido a vietare le manifestazioni del 1 maggio in piazza Taksim, cuore di Istanbul e grancassa del dissenso.

 

 

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