domenica, Settembre 19

Putin grazia il rivale Chodorkovskij field_506ffb1d3dbe2

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chodorkovskij

L’evento c’è stato, non c’è dubbio. La scarcerazione di Michail Chodorkovskij, già più temibile contestatore e possibile rivale di Vladimir Putin dopo l’avvento al potere dell’attuale “nuovo zar”, segna la fine di una fase cruciale della storia russa contemporanea iniziata dieci anni fa con la prima condanna dell’ex presidente della Jukos, ex colosso russo del petrolio. L’evento c’è stato anche perché non è mancato il fattore sorpresa. Ancora alla vigilia della grazia concessagli da Putin correva piuttosto voce di un imminente terzo processo e di una terza condanna del personaggio per tenerlo in galera ancora un po’.

Quali siano invece il reale significato e l’effettiva portata dell’evento sarà però chiarito pienamente soltanto dai suoi seguiti. Anche la constatazione o impressione più immediata e più condivisa dagli osservatori, quella di un Putin che si sentirebbe ormai così forte da potersi permettere un gesto così inaspettatamente magnanimo, appare infatti bisognosa di adeguate conferme. Occorrerà vedere se la principale vittima, sinora, del suo regime tornerà davvero in Russia dopo essere stato scaricato di peso, a Berlino, come i più famosi dissidenti dell’era sovietica, e, se vi tornerà, con quali propositi e reazioni.

Se non dovesse tornare, o meglio se non fosse più riammesso in patria, come appunto tanti suoi predecessori, vorrebbe dire che Putin non si comporta diversamente da Leonid Brezhnev. Si sbarazza cioè nel modo più sbrigativo di un soggetto ingombrante e pericoloso confermando, al di là dell’apparente magnanimità, l’accentuata involuzione autoritaria del suo regime e semmai la debolezza di quest’ultimo e la propria.

Assicurazioni in senso contrario non vengono comunque lesinate dal Cremlino e dintorni, dove ci si spinge persino a prospettare, forse più che altro per scherzo, che il cinquantenne Chodorkovskij potrebbe ritrovare un suo posto nei quadri dirigenti di Rosneft, il nuovo colosso petrolifero ingrossatosi ingoiando Jukos. L’ex galeotto, a sua volta, dice che intende rimpatriare ma non ridiscendere in campo contro il regime, limitandosi invece a battersi affinché tornino liberi anche i suoi vecchi collaboratori aziendali come lui condannati e incarcerati.

Si tratta in realtà di un obiettivo non proprio irrilevante politicamente.  Chodorkovskij  ammette di avere chiesto la grazia al capo dello Stato, dopo anni di rifiuti e all’insaputa dei propri avvocati. Nega però, contraddetto in certo qual modo dallo stesso Putin, di essersi riconosciuto colpevole dei vari reati (evasione fiscale, peculato, truffa, riciclaggio di denaro sporco) via via imputatigli. Anche perché, sostiene, facendolo comprometterebbe appunto la causa delle altre vittime di quella che continua a denunciare come una persecuzione politica.

La Corte europea per i diritti umani, per la verità, non ha riscontrato gli estremi di quest’ultima (in una sentenza dello scorso luglio vivamente criticata da varie parti) ma ha stabilito che i processi a carico dell’ex magnate e dei suoi compagni sono stati viziati da gravi irregolarità e prescritto perciò un indennizzo sia pure  modesto (10 mila euro) a loro favore. Un appiglio, comunque, per impugnare le  condanne, come ha subito riconosciuto il Ministero della giustizia russo.

In novembre, il governo di Mosca ha rinunciato a contestare il verdetto di Strasburgo e accettato di risarcire i danni, ma la Corte suprema della Federazione russa ha respinto le richieste di revisione dei processi, limitandosi a ridurre di due mesi le pene detentive inflitte a Chodorkovskij e al suo ex socio Platon Lebedev, la carcerazione dei quali avrebbe dovuto perciò terminare, salve ulteriori condanne, rispettivamente nell’agosto e nel maggio 2014. Permangono tuttavia i presupposti per nuove iniziative revisionistiche sul piano legale, e poiché l’apparato giudiziario russo ha agito, sinora, quasi sempre in obbedienza al supremo potere politico non è affatto scontato che il pur spettacolare gesto di clemenza chiuda la partita tra chi lo ha compiuto e chi ne beneficia.

Che poi il gesto sia stato preceduto da intese non divulgabili non si può  escludere, ma anch’esse potrebbero diventare oggetto di diverse interpretazioni e quindi causa di nuovi contrasti e rotture. Poco probabile, se non del tutto improbabile, appare invece che l’ex grande petroliere aspiri e punti, a dispetto di quanto dichiara, ad assumere la guida o comunque un ruolo preminente nello schieramento di opposizione al regime.

La sua sorte ha sempre lasciato indifferente, a dire il meno, la grande maggioranza dei russi, che vedono come il fumo negli occhi gli “oligarchi” in generale, dei quali Chodorkovskij costituiva uno dei maggiori prototipi. Grazie alla protezione o alla distrazione di Boris Elzin, il tutt’altro che rimpianto predecessore di Putin, aveva approfittato di una privatizzazione a tappeto, malamente concepita ed attuata, per acquistare insieme con alcuni soci, per 350 milioni di dollari, quasi quattro quinti della Jukos, che poco dopo sarebbe stata quotata in Borsa per 9 miliardi, saliti poi ad una stima di 15 nel fatidico 2003.

Di tanta ricchezza (della quale, pare, conserva personalmente all’estero qualche milione di dollari) usò anche per finanziare partiti liberali e filo-occidentali ostili a Putin e mai riusciti a guadagnarsi un apprezzabile consenso popolare, anzi capaci solo di perdere gran parte di quello riscosso nei primi anni ’90. Con l’aria che tira oggi in Russia e malgrado una tempra di combattente indomabile, sembra difficile che un figlio di ebrei con simili precedenti possa scalzare ad esempio, o anche solo spalleggiare efficacemente, il giovane Aleksej Navalnyj, che fra l’altro mostra una certa sintonia con le crescenti pulsioni xenofobe.

Di tutto ciò Putin avrà ben tenuto conto nell’optare per una grazia destinata ad incidere soprattutto sui rapporti internazionali e in particolare con l’Occidente, benchè qualcuno suggerisca che la clemenza nei confronti di Chodorkovskij sarà gradita ai circoli d’affari domestici anelanti ad una svolta in favore dell’impresa privata, del libero mercato e degli investimenti stranieri in una fase critica per l’economia nazionale. L’uomo della Jukos, in effetti, era stato castigato anche perché cercava di allacciare legami con grandi società petrolifere americane attentando, dal punto di vista governativo e statalista, alla sovranità nazionale.

Più visibilmente, e se si vuole più banalmente, Putin mira comunque a migliorare il clima intorno ai giochi olimpici invernali di Soci, che rischiano forme di boicottaggio da parte occidentale a causa dell’omofobia legislativa e ambientale e ad altre inadempienze russe in materia di diritti umani. Il tutto nel quadro di un’escalation autoritaria, confermata di recente dalla messa in riga della vecchia agenzia Novosti, organo d’informazione non abbastanza ligio alla linea e all’ideologia ufficiali. Si è sentito evidentemente il bisogno di un colpo al cerchio, ad ogni buon fine, dopo averne dati tanti alla botte.

Il modo in cui si è svolta l’operazione Chodorkovskij richiama tuttavia l’attenzione su una probabile finalità più specifica, e per nulla banale, di politica estera: migliorare i rapporti con un paese da sempre particolarmente importante per la Russia come la Germania. L’illustre ex detenuto non è approdato a Berlino per caso. Tutta l’operazione risulta preparata e condotta in collaborazione con il governo tedesco. In primo piano ha figurato l’anziano ex ministro degli Esteri Hans-Dietrich Genscher, un protagonista della riunificazione della Germania. Ma al posto un tempo suo torna proprio adesso il socialdemocratico Karl-Walter Steinmeier, già promotore di una politica filorussa  rinfacciatagli da ambienti  filoatlantici contrari perciò al suo ritorno e ora presumibilmente delusi.

La “grande coalizione” tedesca sembra insomma rinascere all’insegna di una correzione di rotta rispetto al più recente indirizzo di Angela Merkel, che era o pareva divenuta sensibile alla tematica dei diritti umani forse più di quanto gradito al mondo degli affari. Correzione che Putin, si direbbe, è stato ben lieto di propiziare.     

 

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