mercoledì, Dicembre 8

Putin gradisce Trump, ricambiato field_506ffbaa4a8d4

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In precedenza, anzi, la consorte del penultimo presidente democratico aveva fatto di peggio. Impegnata nella sua sfortunata campagna per la nomination nel 2008, polemizzando con l’allora presidente George W. Bush che si vantava di saper leggere nell’anima di Putin, si era spinta fino a negare che Putin avesse un’anima. La replica dell’interessato era stata sferzante: “come minimo, un capo di Stato dovrebbe avere una testa” (a head of state should have a head). Lo stesso Putin, peraltro, non aveva brillato per acume due anni prima lasciandosi andare a commenti sprezzanti di stampo sessista su Condoleezza Rice, segretaria di Stato con Bush.

Tornando a Trump, un aspirante statista con le sue caratteristiche non può dare troppo affidamento a nessuno, ma della sua apparente inaffidabilità farebbe presumibilmente le spese soprattutto il suo stesso paese. In ogni caso, lo si potrà valutare meglio all’eventuale prova dei fatti, e chi auspica davvero il suddetto il miglioramento dei rapporti tra Washington e Mosca dovrà pazientare senza soverchie illusioni, secondo Podlesnyj addirittura per 7-8 anni.

Nel frattempo, non sorprendono lo sgomento e le grida di allarme, nettamente predominanti in Occidente, suscitati dai propositi con i quali Trump si è presentato alla ribalta internazionale. Il meno che si possa dire, come fa un recente sottotitolo dell’Economist, è che la sua probabile nomination promette di “liquidare mezzo secolo di visione repubblicana della politica estera”.

Si tratta di una visione, e di una pratica, del GOP che raramente si sono differenziate da quelle dei rivali democratici se non per un maggiore pragmatismo rispetto alla loro ricorrente tendenza a mettere attivamente in mora prima l’URSS e poi la Russia anche sul terreno della democrazia e dei diritti umani. Una tendenza sempre percepita, da Mosca, come particolarmente insidiosa, provocatoria e inaccettabile.

Adesso, quegli stessi propositi suonano tali da costringere praticamente Putin, quale che sia il suo eventuale retropensiero, ad accoglierli con dichiarato e più che comprensibile compiacimento. Quando Trump promette di restituire all’America la sua grandezza sembra concepire quest’ultima in termini soprattutto economici, perché in politica estera  sembra decisamente orientato a riabbracciare l’antico isolazionismo repubblicano.

L’esuberante miliardario (al di là dell’incertezza che regna sul reale numero dei suoi miliardi) non si limita infatti a dirsi pronto a trovare intese con la Russia (un obiettivo perseguito inizialmente anche da Obama, col suo programma di reset), assicurando di avere già riscontrato un affiatamento personale con Putin. E neppure si accontenta di precisare che gli USA (come l’Unione europea) dovrebbero adoperarsi più attivamente per risolvere amichevolmente la crisi ucraina anziché comportarsi come «leader potenziali di una terza guerra mondiale con la Russia».

Trump non esita a sostenere che Washington dovrebbe rinunciare a svolgere in esclusiva il ruolo di gendarme mondiale e cercare semmai di collaborare in proposito con Mosca e Pechino, anche se riguardo alla Cina si esprime in termini alquanto contrastanti. Ad ogni buon conto, approva senza apparenti riserve l’intervento militare russo in Siria, mentre, secondo un osservatore ben noto ai telespettatori italiani come Edward Luttwak, se andrà alla Casa bianca si guarderà bene dal rimandare truppe americane in Siria, Libia o altri Paesi musulmani «dove finiscono regolarmente attaccate da chi tentano di proteggere».

Trump guarda inoltre all’ONU con ancor minore simpatia rispetto al mondo politico USA in generale, intende ridurre gli impegni con la NATO compresi quelli finanziari (costa troppo, dice) e quanto agli alleati europei lascia intendere che dovrebbero arrangiarsi preferibilmente da soli.

Prendere come oro colato queste ed altre esternazioni, certo non prive di ingredienti demagogici immancabili nelle campagne elettorali e tanto più tali nella fattispecie, sarebbe ovviamente fuori luogo. Lo stesso Luttwak, che definisce folli le paure suscitate in patria e altrove dai successi di Trump, invita a non aspettarsi da lui eventuali cambiamenti di rotta rispetto agli standard conservatori della politica estera americana.

D’altra parte, se il controverso outsider dovrà comunque superare ancora il primo test delle sue reali chance e poi soprattutto il secondo, i propositi da lui enunciati hanno già trovato una non trascurabile conferma nella scelta di due consiglieri proprio per la suddetta politica. Uno è il generale Michael Flynn, già capo dello spionaggio militare sotto Obama e noto sostenitore di una stretta collaborazione con Mosca.

Ancor più critico di una politica estera che per molti, a Washington, deve guardare alla Russia come l’avversario strategico numero uno, è Carter Page, un finanziere e docente di politica energetica che ha intrattenuto importanti rapporti con Gazprom e ha apertamente denunciato tra l’altro l’istigazione americana alla rivolta in Ucraina culminata due anni fa nel rovesciamento del regime filorusso di Viktor Janukovic.

Ce n’è abbastanza, dunque, per presumere che Trump intenda davvero fare le cose che promette e che, a quanto pare, rispondono quanto meno ad una  porzione considerevole delle attese popolari. Nonché per giustificare, naturalmente, l’apprezzamento russo della sua candidatura anche da parte di chi, come l’ideologo parafascista Aleksandr Dugin, considerato molto vicino a Putin, definisce il personaggio a volte troppo violento e sgradevole, o, come il canale televisivo RT, portavoce del Cremlino, sente il bisogno di avvertire che quest’ultimo non appoggia alcun candidato americano. Dopotutto, Trump non sta ancora alla Casa bianca e anche Putin e compagni dovranno adattarsi a ciò che passerà loro il convento.

 

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