domenica, Ottobre 24

Putin gradisce Trump, ricambiato field_506ffbaa4a8d4

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La prima fase del lungo processo elettorale che porterà all’ingresso nella Casa bianca di un nuovo inquilino nel gennaio 2017 non è ancora conclusa. Nelle primarie per le nomination devono ancora pronunciarsi, per dire, i due Stati americani più popolosi, New York e California, seguiti da parecchi altri comunque importanti. Per lo più si ritiene tuttavia che i giochi siano ormai fatti premiando Donald Trump in campo repubblicano e Hillary Clinton tra i democratici, benchè nel secondo caso qualche residua incognita sia stata sollevata dai recentissimi successi di un concorrente irriducibile come Bernie Sanders.

La scelta decisiva toccherà poi al popolo USA nel suo complesso, nel prossimo novembre, sia pure nel modo formalmente indiretto previsto da un sistema elettorale macchinoso che conserva tuttora il marchio federalistico impressogli dai Padri fondatori. Anche l’esito della votazione risolutiva, però, tende ad essere dato per scontato dalla maggioranza degli osservatori, forse fin troppo restii ad ammettere la reale possibilità che prevalga un personaggio anomalo, una figura senza precedenti da molto più di un secolo nella Repubblica stellata, come il miliardario populista malvisto dal suo stesso grand old party.

Naturalmente le sorprese non si possono mai escludere tanto più che già il successo a furor di popolo della candidatura di Trump ne costituisce una ormai conclamata. E che, d’altronde, il populismo, facilone e opportunista quanto si voglia, sta avanzando non solo oltre oceano ma un po’ dovunque in Occidente. Intanto, però, le previsioni predominanti non possono non pesare sulle reazioni al processo in corso, comprese quelle di spettatori esterni talvolta in grado, peraltro, di esercitare un minimo di influenza sul suo andamento, che non manca di suscitare preoccupazioni anche di segno opposto.

E’ poco probabile che abbia qualche effetto, ad esempio, la petizione online promossa da una signora di Aberdeen, in Scozia (dove Trump possiede un campo da golf), per vietare l’ingresso nel Regno unito all’aspirante presidente USA, accusato di predicare l’odio, un’iniziativa che pure ha raccolto oltre mezzo milione di adesioni. Potrebbe invece risultare meno platonico il gradimento per il controverso personaggio espresso da Vladimir Putin, che ha innescato un caloroso scambio di effusioni tra i due divenuto a sua volta oggetto di commenti e ipotesi di ogni genere nel mondo politico e mediatico.

Generalmente considerato astuto, il presidente russo sa certamente molto bene che i suoi apprezzamenti e complimenti, ricambiati o meno, possono giovare ma anche nuocere a qualsiasi destinatario, americano o altro. Nella fattispecie si tratterebbe in ultima analisi di appurare se nell’elettorato USA (al di là di un’indubbia diffusione del malumore nei confronti dell’establishment nazionale, attizzato e cavalcato da Trump ma documentato anche dai consensi per Sanders, di molto superiori alle previsioni) sia maggioritario il malcontento per una vera o presunta debolezza della politica di Barack Obama, verso i nemici dell’America in generale e la Russia in particolare, oppure quello di segno opposto.

Nel primo caso, evidentemente, gli elogi di Putin danneggerebbero Trump, potendo perciò anche essere finti, e andrebbero semmai a beneficio di Hillary, benchè la Clinton venga per lo più associata, non senza buone pezze d’appoggio, ad una linea più dura verso Mosca non solo rispetto alle posizioni di Trump e Sanders ma anche al comportamento di Obama.

Dell’inquilino uscente della Casa bianca il Cremlino non può ragionevolmente lamentarsi per quanto concerne una disposizione al dialogo a tutti i livelli mai venuta meno. Gli può invece rimproverare un’irremovibilità sulle sanzioni per la questione ucraina che colpisce la  Russia sul suo fianco oggi più debole: la grave crisi economica. Analogamente, del resto, a quanto appare riscontrabile in un altro rapporto bilaterale chiave, quello tra Putin e Angela Merkel.

Che il presidente russo intenda favorire anche solo indirettamente l’avvento della prima candidata donna al timone della superpotenza rivale sembra dunque assai improbabile se non proprio escluso. Tra l’altro, in veste di segretario di Stato Hillary non solo non si distinse per apprezzabili contributi a migliorare i rapporti con Mosca ma, come ha recentemente ricordato Pavel Podlesnyj, americanista all’Accademia russa delle scienze, disapprovò esplicitamente nel 2012 il ritorno di Putin alla carica presidenziale.

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