domenica, Novembre 28

Siria: Putin, Erdogan e Rouhani ad Ankara per la guerra, più che per la pace Il vertice tra Russia, Turchia ed Iran, con al centro la guerra in Siria nell'intervento con Francesco Strazzari, Professore associato alla Scuola Superiore Sant'Anna di Pisa e Senior Researcher al Consortium for Research on Terrorism and International Crime del NUPI.

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In tutto questo, i Paesi occidentali sono i grandi esclusi. Pensa che l’Onu possa ancora avere qualche potere nella risoluzione del conflitto siriano?

L’Onu è l’organizzazione più importante a livello internazionale, e controlla i principi di legalità internazionale. Esiste un principio di legalità internazionale legato agli aiuti umanitari, al tema della pulizia etnica e all’accertamento di eventuali crimini di guerra. Ma i principi controlalti dall’Onu sono distanti da quelli che stanno operando i Siria. Il fatto che l’incontro si sta svolgendo nel palazzo del Sultano di Ankara, ci dice molto di quanto l’Onu sia ormai una pietra angolare nel conflitto siriano. L’Occidente ha deciso di stare indietro rispetto agli accordi che hanno preso e che prenderanno i tre attori, e non vuole entrare in campo. L’unica posizione che è stata presa è quella francese. Macròn ha invitato la delegazione curda, che fa parte del confederalismo democratico, e ha riconosciuto loro un ruolo fondamentale nel combattere lo Stato Islamico, e non era mai successo che un Governo riconoscesse alla minoranza curda un ruolo così importante.

Pochi giorni fa, Trump ha annunciato il ritiro delle truppe americane. Quanto pesa la decisione di Trump sul vertice di Ankara?

La posizione degli Stati Uniti è quantomeno contradditoria, e risponde al principio della politica estera americana del momento, cioè quello di voler rimanere radicata sul territorio a fianco dell’unica forza che ha offerto una base agli USA in Siria, cioè i curdi, al tempo stesso armarli aumentando il peso politico nella regione, ma non volendo sbilanciarsi. Infatti, gli Stati Uniti non hanno mosso le proprie forze quando i turchi hanno invasi Afrin, ma si sono limitati a dichiarare, in maniera ipocrita, che i curdi di Afrin hanno una politica estera diversa da quelli di Manbij, cosa che non è agli atti. Però questo ha consentito di mantenere una posizione nella regione. Il Presidente Trump sembra non capire quello che succede in Siria e della logica del conflitto. La dichiarazione fatta in occasione della visita del Re saudita, dove ha proposto il mantenimento della truppe americane in Siria solo se l’Arabia Saudita finanzia le operazioni, rappresenta il fatto che Trump ha completamente stravolto la politica saudita. Da parte sua, dopo avere ricevuto ingenti finanziamenti militari, e non solo, l’Arabia Saudita si è trovata coinvolta in Yemen, in Siria e si è vista togliere il ruolo di Paese anti-Assad, che una volta aveva, in favore di Turchia. E nella costellazione islamica, il passaggio da Arabia Saudita a Turchia rappresenta un dettaglio molto significativo. Gli Stati Uniti scelgono di rimanere nel territorio senza aver la capacità di articolazione delle proprie attività. Uno dei motivi per il quale, in Siria, si sta gestendo la guerra ma non la pace.

Erdogan, Putin e Rouhani danno qualche peso alle dichiarazioni di Trump?

Con la sconfitta di Hilary Clinton che doveva continuare la politica estera, in Siria la situazione è completamente cambiata. Oltre a portare tensioni dentro le Nato, ha portato anche degli effetti sui diversi leader medio-orientali, come Netanyahu che cambia posizioni molte volte, Erdogan che sta diventando il capo assoluto dell’area, e l’Iran che dopo l’accordo sul nucleare si sta trovando con  le spalle al muro e si sta muovendo per uscirne. Siamo davanti ad uno scenario dove ogni attore fa quello che l’interesse del singolo a somma negativa, e le dichiarazioni di uno Stato, anche se importante, non incidono quanto lo avrebbero fatto in passato. Questo vertice non è una svolta, ma un passaggio verso la configurazione del conflitto in termini territoriali dove gli attori si profilano qualche ruolo in vista del prossimo incontro.

Secondo l’agenzia “Anadolu”, Gli Stati Uniti starebbero allestendo due basi nella regione di Manbij, nel nord della Siria. E vero?

Si ma bisogna capire che tipo di basi s’intende. Se s’intende una struttura permanente cementificata per il lungo periodo, probabilmente no. Gli Stati Uniti cercando di tenersi tutte le opzioni aperte, sia per decisioni politiche sia per una sorta di difesa verso chi ha di fronte, in special modo la Turchia. In occasione della visita curda a Parigi, Erdogan ha minacciato la Francia dicendo di non chiedere aiuto alla Turchia se la Francia verrà colpita da altri attacchi terroristici in un momento molto sensibile per Parigi, e al tempo stesso ha censurato, in più di un’occasione, la posizione statunitense. Di fronte a questa situazione gli Stati Uniti cercano di difendersi sotto ogni punto di vista.

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