mercoledì, Luglio 28

Putin e Obama, incontro cinese

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 APEC 2014 Summit in Beijing, China

Riflettori globali sulle triangolazioni tra i leader del mondo al vertice APEC (l’associazione che riunisce 21 Paesi dell’Asia e del Pacifico) dell’11 novembre a Pechino.
Con la Russia sospesa dal G8 e sotto sanzioni, il summit è stato il palcoscenico d’eccezione per un raro scambio di battute tra il Presidente americano Barack Obama e il suo omologo russo Vladimir Putin, che hanno discusso brevemente di Ucraina, Siria e Iran.
Confermati prima dal Cremlino poi dalla Casa Bianca, i contatti tra Obama e Putin sono avvenuti in «tre occasioni, per un totale di circa 15-20 minuti». Domande essenziali ma, si suppone, indispensabili per le crisi nell’Est Europa e in Medio Oriente.
Inaugurato dal Presidente cinese Xi Jinping, il vertice è servito anche a riavvicinare Tokyo e Pechino, dopo un gelo diplomatico di oltre due anni per il contenzioso delle isole Senkaku (Diaoyu per la Cina).
Al potere dalla fine del 2012, il Capo di Stato cinese Xi non si era mai incontrato con il Premier nipponico Shinzo Abe. Invece, prima dell’apertura dei lavori, Giappone e Cina hanno firmato un documento, nel quale «riconoscono i punti di vista diversi sulle accresciute tensioni nel mar Cinese orientale, che comprendono le Senkaku». E, «attraverso il dialogo e le consultazioni, cioè istituendo un meccanismo di gestione delle crisi», si sforzano per «evitare che la situazione possa degenerare».
Nel testo, i due Paesi concordano anche sullo sviluppo di «rapporti reciprocamente vantaggiosi in base a interessi strategici comuni» e sulla ripresa del «dialogo diplomatico e sulla sicurezza».

Per Ben Rhodes, Consigliere per la Sicurezza nazionale di Obama, il colloquio tra Xi e Abe va nella direzione giusta di «ridurre la tensione tra i due Paesi», gli Stati Uniti «apprezzano».
Il Premier nipponico si è augurato anche di «avere più incontri in futuro con il Presidente cinese». «In qualche modo Giappone e Cina», ha dichiarato, «sono indissolubilmente legati e hanno bisogno l’un dell’altro». Il faccia a faccia è stato comunque dominato dal gelo, perché le posizioni dei due Governi sulle Senkaku/Diaoyu rimangono invariate: questione, appunto, di «diversi punti di vista».
Da Tokyo, il Ministro degli Esteri Fumio Kishida ha tenuto a ribadir che, anche dopo la firma del documento, «non esiste alcun problema territoriale. Le Senkaku sono isole della prefettura di Okinawa».
Alla riunione APEC, i Paesi dell’Asia e del Pacifico hanno messo a punto una road map per creare, con scadenze ancora non precisate, una zona regionale di libero scambio, la futura Free Trade Association of Asia/Pacific (FTAAP), per facilitare il commercio tra le economie dei Paesi membri, insieme circa il 57% del Prodotto Interno Lordo (PIL) mondiale.
Terminato del vertice, Obama si tratterrà in Cina per una visita di Stato e incontrerà Xi. Quanto alle stringate parole scambiate con Putin, il Presidente americano è stato ripreso mentre riceve una pacca amichevole dallo ‘zar’ del Cremlino, ma ha mantenuto un aplomb distaccato

In Medio Oriente, ennesima giornata di escalation tra israeliani e palestinesi, situazione sempre più critica.
Dopo la morte di una ragazza ebrea, la 26enne Dalia Lemkus pugnalata da un estremista di Jihad islamica a Betlemme, in Cisgiordania, decine di auto palestinesi sono state danneggiata dai coloni ebrei della zona e diversi veicoli israeliani sono stati presi a sassate. In un caso, un automobilista ha sparato in aria per mettersi in salvo.
Centinaia di militari israeliani sono schierati lungo le strade della West Bank, a garanzia dell’ordine. E un altro giovane palestinese, il 21enne Mohammed Imad Jawabra, è morto per le ferite riportate in uno scontro con l’Esercito israeliano nel campo profughi di Aroub, a nord di Hebron.
Jihad islamica ha chiamato a compiere nuovi attacchi contro gli israeliani e messaggi di tono analogo sono partiti anche da Hamas.
A 10 anni dalla morte, l’11 novembre del 2004, del padre della Palestina Yasser Arafat, crepe enormi si aprono nel Governo di unità nazionale tra Hamas e al Fatah di Abu Mazen. «Hamas ha la responsabilità degli attacchi recenti contro al Fatah a gaza, ed è responsabile di rallentare la ricostruzione di Gaza e distruggere l’unità nazionale», ha attaccato Mazen, parlando da Presidente dell’ANP (Autorità nazionale palestinese), durante le cerimonie a Ramallah in ricordo Arafat.
Gli islamisti al Governo nella Striscia hanno risposto, accusando di «bugie» e «insulti» Mazen. Dal carcere dove sconta l’ergastolo, anche il dirigente al Fatah Marwan Barghuti ha polemizzato con i vertici dell’ANP e le parti del suo partito più morbide con Israele: «La resistenza armata contro l’ occupazione è l’eredità di Arafat. La cooperazione di sicurezza con Israele deve cessare perché rafforza l’occupazione», ha scritto in una lettera.

In Iraq, intanto, non si scioglie il giallo sul presunto strike del capo dell’IS (Stato islamico) Abu Bakr al Baghdadi.
Alla stampa egiziana, gli abitanti di Mosul, capitale del Califfato, hanno raccontato che il terrorista è stato colpito alla testa dai raid Usa nella regione tra Iraq e Siria, e sarebbe morto poche ore dopo. Ma la Nato, prudente, «al momento non conferma queste informazioni». 200 soldati delle truppe speciali australiane sono in arrivo a Baghdad, dalle basi negli Emirati arabi, per «consigliare e assistere» le forze nazionali irachene nella lotta contro i militanti dell’Isis.
Inizialmente le unità resteranno nella capitale, per essere poi smistate in varie parti del Paese. Ma per ogni chilometro quadrato del Califfato sottratto all’IS, i jihadisti islamici si allargano fuori dall’Iraq e dalla Siria. In un nuovo video postato su ‘youtube’, attribuito allo Stato islamico, si festeggia l’adesione all’IS di «Ansar Beit al Maqdis in Egitto e Ansar al Sharia in Libia e Yemen, una tripla alleanza senza precedenti nella storia dei movimenti jihadisti». In Libia, l’IS si ha piantato le radici a Derna, la città costiera dell’est dove due giovani di 19 e 21 anni, Mohammed Battu e Siraj Qath, sono stati decapitati dai jhadisti.

Ma anche l’Europa è terra di guerra. Nonostante l’accordo sul gas, in Ucraina si continua a morire negli scontri nell’Est tra Esercito e filorussi: almeno altri cinque soldati sono caduti nelle ultime 24 ore.
La Nato denuncia «movimenti continui di convogli militari russi in territorio ucraino, tra le 200 e le 300 unità», per il Ministro degli Esteri tedesco Frank-Walter Steinmeier le manovre prospettano una «nuova escalation della tensione, il ritorno a un confronto violento».
Federica Mogherini, Alto rappresentante della Politica estera dell’UE, ha ammonito che le «sanzioni sono sempre sul tavolo», per quanto, «aldilà delle restrizioni, ci sia bisogno di una strategia politica». Ma da Berlino, è arrivato l’altolà della Cancelliera tedesca Angela Merkel: «Al momento non sono in programma nuove sanzioni».
Le Legislative ucraine del 26 ottobre hanno assegnato 132 seggi su 421 al Blocco del Presidente Petro Poroshenko, al Fronte popolare del Premier Arseni Iatseniuk sono andati invece 82 seggi: questi i risultati definitivi.
Le secessioni d’Ucraina alimentano il sogno d’indipendenza della Catalogna. Dopo il plebiscito per il sì (80,2%) al referendum simbolico del week-end scorso, che ha mobilitato 2,3 milioni di persone, i Governatori locali hanno scritto a Madrid, dichiarando loro obiettivo una «consultazione definitiva e politicamente vincolante sull’indipendenza della Catalogna». Un referendum vero, insomma.

 

 

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